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Foucault
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Foucault

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Michel Foucault (1926-1984) è stato uno dei principali protagonisti della scena intellettuale negli anni Sessanta e Settanta del Novecento. Filosofo, storico, studioso della sessualità e dell'arte, militante politico, inviato speciale del Corriere della Sera: un vero maître à penser che ha influenzato profondamente la cultura europea. A trent'anni dalla morte, l'interesse per la sua riflessione non manifesta una passione nostalgica per una stagione irripetibile ma l'esigenza di trovare strumenti per effettuare una diagnosi del nostro presente. Lo dimostrano le pagine di Foucault, scritte quando personal computer e telefono cellulare erano privilegi di pochi, dedicate al tema della sorveglianza, che si rivelano di sorprendente utilità per comprendere la nostra condizione di cittadini e consumatori del Ventunesimo secolo, soggetti della rete.
LanguageItaliano
PublisherPelago
Release dateNov 29, 2022
ISBN9791255011101
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    Foucault - Fabrizio Palombi

    PANORAMA

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    Michel Foucault nel 1979, quando era anche corrispondente del Corriere della Sera da Teheran.

    IL PERSONAGGIO

    Michel Foucault visse e operò in quella ineguagliabile stagione intellettuale francese che va all’incirca dagli anni Cinquanta del XX secolo agli anni Ottanta e che viene definita genericamente come strutturalista, anche se molti dei suoi protagonisti, compreso il nostro Filosofo, rifiuteranno un termine del genere o perlomeno una sua definizione apodittica. Fu un periodo di grande entusiasmo collettivo, di forte sviluppo del pensiero critico, che rifletteva la volontà di legittimazione delle nuove scienze sociali, sempre più pervasive nell’ambiente culturale dell’epoca: linguistica, semiotica, antropologia, sociologia, storia delle mentalità, la stessa psicoanalisi come strumento di indagine del mondo e non pura analisi dell’anima. Un movimento che ebbe il culmine con la fondazione, nel 1969, dell’Università di Paris VIII-Vincennes, una facoltà sperimentale – non a caso geograficamente decentrata dal centro della città dopo le esperienze del Maggio 1968 – nel sobborgo di Saint-Denis, patria dell’architettura gotica e sede dell’abbazia dove nel XII secolo aveva insegnato Pietro Abelardo e poi divenuta luogo di sepoltura dei re di Francia. A Vincennes insegnavano personaggi come Gilles Deleuze, Jean-François Lyotard e lo stesso Foucault (sia pure per poco tempo), che ne fu tra i fondatori.

    Dal punto di vista ufficiale, il termine strutturalismo voleva indicare la tendenza a sostituire il primato dell’uomo e della soggettività con il primato delle strutture; il tentativo, cioè, di spiegare i fenomeni sociali e i comportamenti umani a partire da una serie di costanti (o strutture) che finirebbero per costringere l’azione degli individui. Ma, al di là delle sue mille diverse definizioni, lo strutturalismo rappresentò in senso generale una «nuova avventura dello sguardo» (secondo il filosofo Jacques Derrida), un grande programma di analisi del mondo molto più ampio di quello che fino a quel momento era stato compiuto nella civiltà occidentale utilizzando, per ogni singola disciplina, il solo metodo di analisi a essa appropriato. Si trattava di un programma unico nel suo approccio, ma trasferibile in ogni campo del sapere.

    Lo strutturalismo prese le mosse dalla linguistica moderna, fondata tra l’Ottocento e il Novecento dallo studioso svizzero Ferdinand de Saussure e sviluppata negli anni Quaranta del Novecento dal linguista russo-statunitense Romàn Jakobsòn. L’idea di fondo consiste nel concetto secondo cui la lingua è un fenomeno sociale le cui regole si vanno costituendo senza che i soggetti che ne fanno uso ne abbiano piena consapevolezza, e vanno influenzando ciò che una certa civiltà ritiene giusto, corretto e appropriato. Una specie di determinismo sociale che trascende la percezione cosciente del soggetto. I pensatori francesi di quel periodo, come Jacques Lacan, Louis Althusser, Roland Barthes, Michel Foucault, si proponevano così di giungere alla scoperta di livelli di articolazione interna della realtà non immediatamente visibili o percepibili: «l’inconscio strutturato come linguaggio» di Lacan, la «formula canonica dei miti» per Claude Lévi-Strauss e l’«episteme» nell’accezione di Foucault. Cioè questa, espressa nella sua opera L’archeologia del sapere:

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    Las meninas di Diego Velázquez (1656), Museo del Prado, Madrid. Il quadro è al centro dell’indagine di Foucault nell’opera Le parole e le cose (v. pagina 82).

    "L’EPISTEME NON È UNA FORMA DI CONOSCENZA O UN TIPO DI RAZIONALITÀ CHE, ATTRAVERSANDO LE SCIENZE PIÙ DIVERSE, MANIFESTEREBBE L’UNITÀ SOVRANA DI UN SOGGETTO, DI UNO SPIRITO O DI UN’EPOCA, È PIUTTOSTO L’INSIEME DELLE RELAZIONI CHE, IN UNA DATA EPOCA, SI POSSONO SCOPRIRE TRA LE SCIENZE QUANDO LE SI ANALIZZA A LIVELLO DELLE REGOLARITÀ DISCORSIVE.¹"

    Secondo Foucault, quindi, le scienze biologiche, sociali, psicologiche si prefiggono di offrire verità scientifiche universali sulla natura umana, mentre rappresentano in realtà la manifestazione della visione etica e politica della società del tempo, quale risultato delle forze storiche contingenti. Il Pensatore di Poitiers non si riteneva infatti né un filosofo né uno storico e, viste tutte le premesse di cui abbiamo parlato sull’abolizione di metodi di indagine a senso unico pertinenti a un solo campo della conoscenza, se ne capisce perfettamente il perché. «Archeologo dei saperi» hanno detto in molti, parafrasando il titolo della sua opera. E forse è proprio questa la definizione che più si avvicina a quel suo spirito da esploratore dei diversi campi del sapere, che era solito indagare in concreto, a partire da ogni singolo evento storico. D’altra parte il termine «archeologia» ricorre in altre sue opere e nel sottotitolo (Un’archeologia delle scienze umane) di quella più famosa, Le parole e le cose. Per il nostro pensatore, infatti, l’archeologia non riguarda la pura riscoperta e lo studio dei manufatti sepolti del passato ma un «discorso delle cose antiche» dotato di una valenza molto più generale. Si capisce a questo punto come, per condurre la sua ricerca, Foucault utilizzasse la più ampia e «risolutamente eterogenea» varietà di strumenti e oggetti di analisi. Come egli stesso ricordava, discorsi, istituzioni, pianificazioni e sistemazioni architettoniche, decisioni regolamentanti, leggi, misure amministrative, enunciati scientifici, proposizioni filosofiche, morali, filantropiche: «in breve, il detto, così come il non detto».

    Il primo risultato di questa metodologia di indagine confluì, nel 1961, nell’opera Storia della follia nell’età classica (laddove per «età classica» si intende il periodo che va dalla fine del Medioevo al Settecento), che prese le mosse dai suoi studi di psicologia e dal suo lavoro nell’ospedale psichiatrico di Sainte-Anne. A partire da un’analisi dei lebbrosari, dove venivano confinati i malati nel Medioevo, la Storia della follia traccia l’evoluzione dell’idea della malattia nel corso dei secoli e indaga sulla tendenza alla reclusione (quindi all’esclusione e alla separazione) dei folli, dei criminali, dei poveri e dei vagabondi, per ricercare

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    Michel Foucault nel 1976 con lo scrittore e giornalista francese Claude Mauriac, figlio di François Mauriac.

    "IL MODO IN CUI UNA CULTURA PUÒ PORRE IN FORMA GENERALE E MASSICCIA LA DIVERSITÀ CHE LA LIMITA.²"

    Ma il libro contiene anche un punto di vista del tutto controcorrente sulle tendenze della psichiatria contemporanea: per Foucault l’idea, comparsa a fine Ottocento, secondo cui la follia non deve più considerarsi una manifestazione di forze soprannaturali o di «sragione» come avveniva nei secoli precedenti, ma una vera e propria malattia della mente e quindi curabile, non aveva rappresentato un avanzamento significativo. La dichiarata neutralità scientifica delle attuali terapie psichiatriche è infatti, per lui, una copertura con cui vengono controllate le deviazioni dalla normalità secondo la convenzionale morale borghese. E la sua presunta obiettività sarebbe il prodotto di un discutibile adeguamento ai canoni sociali ed etici contemporanei. Il libro suscitò, specie in quest’ultima parte, dure reazioni, alle quali il Filosofo rispose: «perché la gente ha voluto in ogni caso vedere in quel lavoro un attacco diretto alla psichiatria contemporanea? Io sono convinto che il motivo sia questo: il libro ha costituito per me – e per coloro che lo hanno letto, o utilizzato – una trasformazione del rapporto […] che noi abbiamo con la follia, l’istituzione psichiatrica, e la verità di quel discorso. Ecco allora un libro che funziona come un’esperienza, molto più che come la constatazione di una verità storica».³

    Alla Storia della follia fece seguito nel 1966 Le parole e le cose, il libro che gli dette subito una grande popolarità a livello internazionale, rendendolo uno dei maître-à-penser più celebrati e seguiti del tempo. Il metodo di indagine non si discosta da quello dell’opera precedente; ma questa volta, al posto della medicina e della psichiatria, l’oggetto è rappresentato dall’economia, dalla biologia, dalla filologia. Si tratta di un’analisi globale di ciò che ha significato la conoscenza, e delle profonde modifiche di tale significato nel pensiero occidentale dal Rinascimento all’Ottocento. E, in particolare, le trasformazioni del concetto di rappresentazione della realtà: le «parole» con cui si rappresentano le «cose», le si classificano, si trovano similitudini, identità, equivalenze. Foucault ha inteso così mettere in luce l’origine delle scienze umane, l’ordine sotterraneo che ha reso possibile il formarsi di un discorso scientifico, la griglia a partire dalla quale conoscenze e teorie sono state possibili. Se l’indagine della Storia della follia ruotava attorno al concetto di diversità, Le parole e le cose rappresentava dunque l’altra faccia della medaglia. Ha scritto nella prefazione al libro:

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