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Dopo la scorsa notte
Dopo la scorsa notte
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Dopo la scorsa notte

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About this ebook

Due migliori amici.
Un'occasione persa.
E una notte che cambia tutto.


Eve, Justin, Susie e Ed sono amici da quando avevano diciotto anni. Ora ne hanno trenta, sono uniti come allora, la serata quiz del giovedì sera resta intoccabile e Eve è ancora segretamente innamorata di Ed. Ormai avrebbe dovuto andare avanti, ma non riesce a smettere di chiedersi come sarebbe potuta andare. E sa che anche Ed a volte ci pensa.
Poi, una notte, in un solo istante, le loro vite cambiano per sempre. E mentre Eve scopre di non conoscere i suoi amici quanto pensava, scopre anche di non essere l'unica ad avere segreti...
LanguageItaliano
PublisherHarperCollins Italia
Release dateJul 5, 2022
ISBN9788830532403
Dopo la scorsa notte
Author

Mhairi McFarlane

Nata in Scozia nel 1976, dopo aver lavorato come giornalista si è dedicata alla scrittura e i suoi romanzi, tradotti in 16 lingue, sono diventati dei bestseller internazionali. Vive a Nottingham con il compagno e il suo inseparabile gatto. Con HarperCollins ha pubblicato Non sono io, sei tu e Se l'amore ci mette lo zampino.

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    Dopo la scorsa notte - Mhairi McFarlane

    1

    Prima

    «Stasera vinceremo» sentenzia Ed. «Me lo sento. Lo sto fiutando. L’aria è impregnata dell’odore della nostra vittoria imminente. Respiratelo, puttanelle mie.»

    Mima il gesto di annusare l’aria, come il bambino della pubblicità della salsa gravy.

    «Sei sicuro che non sia Leonard?» chiede Justin. «Per cena ha mangiato chili con carne. Si è arrampicato sul bancone della cucina e ha ficcato il muso nella pentola prima che potessi fermarlo, quel disgraziato. Da quel momento, emette alitate al profumo di manzo piccante.»

    «Forse l’odore della vittoria è identico a quello della carne trita e dei fagioli che transitano per l’apparato digerente di un cagnetto di taglia molto piccola» dico io, mentre Susie fa un verso schifato.

    «E comunque, come faremmo a riconoscerne l’odore? Nessuno di noi ha mai conosciuto il successo» aggiungo, rivolgendomi a Ed.

    «Parla per te. Il mio medico dice che le mie sono le emorroidi più sporgenti che abbia mai visto in trent’anni di pratica.»

    Sghignazzo. (Si tratta di uno schema di battuta ben collaudato, per Ed; sono sicura che nel suo sedere non ci sia niente che non vada.)

    D’istinto allungo la mano per accarezzare Leonard, che occupa una seggiola tutta sua, anche se è seduto sul giaccone di Justin per proteggere la fodera.

    Leonard è un Chorkie – l’incrocio fra un Chihuahua e uno Yorkshire Terrier. Ha due occhietti a capocchia che ti fissano da sotto una ridicola frangetta grigio-bianca, tutta ritta al centro come il taglio di capelli da mod di Paul Weller, orecchie da pipistrello e un ghigno sbilenco che sembra fatto di stuzzicadenti.

    Come dice Ed, sembra «un topo da cartone animato mascherato da cane. Un roditore genio del crimine che si è infiltrato fra noi».

    Leonard, un onnivoro compulsivo afflitto da un’incontinenza repentina e problematica, è uno dei grandi amori della mia vita. (Gli altri si trovano tutti attorno, e a volte anche sotto, questo tavolo.)

    «Ogni settimana dici che vinceremo questo quiz, Ed» sospira Susie, tartassando il sottobicchiere fino a ridurlo in coriandoli di cartone. «E tutte le volte veniamo fottuti dagli stessi cinque tizi in giacca a vento ripiegabile.»

    «Hai appena descritto la mia più bella vacanza nel Galles» commenta Justin. Justin è un sedicente «esibizionista molesto e tipico figlio di mezzo smanioso di attenzioni», nonché una delle persone più divertenti che si potrebbero mai incontrare. Ma di certo, non è un campione di finezza.

    La voce del presentatore del quiz piomba su di noi, interrompendo la conversazione come se fosse la Voce di Dio: «Domanda numero DIECI. Chi è Michael Owuo? Chi è... Michael Owuo?».

    Come sempre, dopo ogni domanda, cala qualche secondo di silenzio.

    «È... il deputato laburista della circoscrizione elettorale di Kingston upon Hull East?» sussurra Ed tra il serio e il faceto.

    «Dici davvero?» domanda Susie.

    «No» sbotto io alzando gli occhi al cielo, mentre Ed si picchietta la biro sulle labbra e mi strizza l’occhio.

    «Voi tre sapete chi è, vero?» s’indigna Justin, reagendo a scoppio ritardato. «UGH. Quindi siamo davvero il cast del remake in versione millennial della sitcom Last of the Summer Wine

    «Non era il cattivo nell’ultimo James Bond?» chiedo io, al che Ed coglie la palla al balzo. «Sì! Il Dottor Puoi Ripetere, Prego? Quali erano le sue armi segrete?»

    «Aveva degli apparecchi acustici glitterati» affermo. «E un diabolico deambulatore ricoperto di lamé.»

    Ed ride. Adoro il suo modo di ridere: parte sempre dalle spalle.

    «Okay, chi sta scherzando e chi no?» chiede Susie. «Anche se è ovvio che voi due ci state prendendo per il culo» aggiunge, indicando me e Ed. «Tu sai davvero chi è quel tizio, Justin?»

    «È Stormzy» sibila Justin. «Dio mio, come si capisce che avete trentaquattro anni.»

    «Anche tu hai trentaquattro anni, Justin» gli fa notare Susie.

    «Ci sono trentaquattrenni cool e trentaquattrenni che non sanno chi è Stormzy» risponde Justin, accompagnando le ultime parole con una smorfia da vecchietto rimbambito.

    «Uno Stormzy, hai detto?» gli fa Ed, imitando la voce gracchiante di un giudice della Corte Suprema. «Vada per uno Stormzy, qualunque cosa sia» dice, e scrive sul foglio Mr. Storm Zee.

    Ed ha delle mani davvero belle, e io ho un debole per le belle mani. Va spesso in bici e sa aggiustare un po’ di tutto, e io ormai sono abbastanza matura da apprezzare abilità pratiche di questo genere.

    Susie toglie la penna di mano a Ed, cancella quello che ha scritto e scrive Stormzy correttamente.

    «I tuoi alunni non ti tengono aggiornato su queste cose?» chiedo a Ed. «Sulle ultime tendenze, nonnetto?»

    «Il mio compito è insegnare loro chi fosse Dickens, mentre non è compito loro insegnarmi cazzate.»

    Ed è coordinatore del dipartimento di lettere in una ridente scuola gestita dalla contea. Avete presente quando si dice che certa gente ha la faccia da poliziotto? Ed ha la faccia da insegnante – l’insegnante giovane e patinato che si vede nei film o alla televisione – con la sua aria sana e conciliante e i suoi capelli biondo rame tagliati corti. In una situazione di crisi, fra tanti sconosciuti, il volto gentile e affidabile di Ed è esattamente quello che si vorrebbe vedere. È il tizio pronto a sacrificare la propria cravatta per ricavarne un laccio emostatico improvvisato.

    In buona parte, il bello del nostro appuntamento settimanale per la serata quiz al pub è che mette in risalto e definisce i vari ruoli all’interno del nostro quartetto. Io e Ed facciamo i clown; Justin, con il suo humour caustico, funge da arbitro e Susie recita la parte della madre esasperata.

    A volte smetto di partecipare alle discussioni solo per fischiettare di gioia fra me e me, godermi questo nostro stare insieme, apprezzare la facilità con cui trasmettiamo tutti la stessa lunghezza d’onda. Ci osservo dall’esterno.

    .... non ha mica sposato il cantante dei Mumford & Sons? Preferirei diventare una sposa dell’Isis. (Susie)

    ... questa vodka alla ciliegia che Hester ha comprato al duty free è incredibile, sembra sciroppo per la tosse per bambini. O almeno, così mi dicono i bambini. (Ed)

    ... era un vero pel di carota. Gli ho detto: lo sai perché la discriminazione contro i rossi di capelli è il pregiudizio meno accettabile? Perché è accettabile. (Justin, naturalmente)

    «Shh» intervengo, mentre vedo il presentatore del quiz sistemarsi gli occhiali da presbite e strizzare gli occhi per leggere da un foglio A4.

    «Domanda numero UNDICI. La parola CRONOFAGO viene dal greco antico e indica quella che adesso è un’espressione idiomatica inglese. Ma cosa significa? Vi do un indizio: potrebbe trattarsi di qualcosa che fa il vostro cellulare. Ma giù le mani dai telefoni, hahaha!»

    Il presentatore soffia aria dalle narici con tale forza da far frusciare il microfono.

    L’espressione dei nostri arcirivali in tenuta da trekking lascia intendere che su questa risposta si sentono molto più preparati che su quella riguardante Mr. Stormzy.

    «Crono significa tempo» bisbiglia Ed. «Il cronografo è un tipo di orologio.»

    «Cronologico» gli dà manforte Susie. «In ordine di tempo.»

    «Fago» dico io. «Mmh. Coprofago è uno che mangia la cacca. Sono abbastanza sicura che copro significhi cacca, quindi fago vuol dire mangiare.»

    «Eve!» esclama Susie con una patatina agli scampi già per metà in bocca. «Come diavolo fai a saperlo?»

    «Ho vissuto una vita piena.»

    «Ho assistito a buona parte di quella vita, quindi so benissimo che non è vero. Piena per un quarto, al massimo.»

    «Mangiare il tempo?» ipotizza Justin. «Deve significare mangiare il tempo. È quel che fa il telefono. Tombola. Scrivilo.»

    Ed obbedisce.

    Veniamo al Gladstone ogni giovedì. Potrei anche dire ogni singolo giovedì, se non fossimo degli ultratrentenni con una vita, un lavoro, altri amici e – in alcuni casi – una dolce metà, quindi a volte saltiamo il giro. Ma le presenze superano nettamente le assenze.

    «Domanda numero DODICI, prima di una breve pausa. Cosa hanno in comune Marcus Garvey, Rudyard Kipling, Ernest Hemingway e Alice Cooper? Vi darò un aiutino. Ha qualcosa a che fare con un errore.»

    Restiamo a fissarci perplessi. Le Giacche a Vento Ripiegabili si scambiano sussurri concitati invece di scrivere o fare la faccia da saputelli; ciò significa che nemmeno loro ne sono tanto sicuri.

    «Un errore nello scegliersi la prima moglie? Cioè, ne hanno tutti avuta più di una?» tenta Ed.

    «Ormai non si definisce più un errore la persona da cui si divorzia» obietta Susie.

    «Mia mamma lo fa» osservo io.

    «Ricordi quando il nostro insegnante di religione ha detto: Oggi la gente divorzia troppo velocemente e tu hai risposto: Secondo me ci mette fin troppo tempo e ti sei beccata una nota?» chiede Susie, e io sogghigno.

    «Ah, eccola!» esclama Ed quando la porta si apre ed entra Hester, la sua ragazza, che subito storce il naso disgustata nel cogliere un lieve sentore di ascella sudata.

    Il cuore mi si stringe un tantino, ma io lo ignoro e mi stampo in faccia un sorriso radioso e accogliente.

    A essere onesti, il buon vecchio Gladdy a volte è invaso da un certo aroma, forse anche per via del pavimento appiccicoso, ma fa parte del suo fascino. È il tipico pub dove si gioca a freccette, frequentato da irriducibili aficionados.

    Io lo adoro tutto l’anno, con il suo patio in cemento e le uscite di sicurezza bloccate da grosse fioriere. Credo che l’intenzione sia stata quella di ricreare una verdeggiante oasi urbana in un cortile che puzza di birra e di fumo. Ma è in autunno e in inverno che il locale dà il meglio di sé, quando fuori dai vetri appannati si scorge un tappeto di foglie coperte di brina e un cielo scuro illuminato di stelle. Mentre da questa parte della finestra regna un’atmosfera decisamente hygge.

    Be’, quasi sempre.

    Hester si è trasferita a Nottingham per Ed, un fatto che lei non esita a rinfacciargli almeno una volta al mese.

    Sembra il personaggio di un film a colori capitato per sbaglio in una pellicola neorealista in bianco e nero, con la sua pelle di pesca e i suoi fulgidi capelli biondo champagne. È la versione umana di un Bellini.

    Tiene i pugni chiusi affondati nelle tasche del giaccone, un Barbour con il colletto di velluto beige, come il pistolero di un film western che entra nel saloon pronto a sfoderare le armi.

    Non che Hester mi sia antipatica, per carità...

    «Siete già tutti ubriachi?» ci domanda in tono bellicoso. Poi guarda me. «Eve sembra senz’altro ubriaca.»

    Oh, ma che senso ha fingere? Hester mi sta proprio antipatica.

    «Ripeto la domanda in caso qualcuno non l’abbia sentita! Cosa hanno in comune Marcus Garvey, Rudyard Kipling, Ernest Hemingway e Alice Cooper? Riguarda un errore. Un errore. Uno sbaglio. A tra poco!»

    «Hemingway fu coinvolto in un incidente aereo, forse è capitato anche agli altri?» sussurro.

    «Non è un po’ azzardato definire un incidente aereo un errore?» replica Ed sempre sottovoce. Mi stringo nelle spalle e annuisco per dargli ragione.

    «E Rudyard Kipling è vissuto un po’ troppo tempo fa per aver viaggiato in aereo, no?» osserva Justin. «Non ce lo vedo a registrare una storia su Instagram mentre sorseggia un prosecco nel bar dell’aeroporto.»

    Mima il gesto di scattare una foto alla sua pinta di birra e Susie ridacchia.

    «Hanno tutti ricevuto per errore un premio che poi è stato ritirato» afferma Hester lasciandosi scivolare il soprabito giù dalle spalle. «Dov’è la biro?»

    Justin fa una faccia scettica mentre Ed le consegna la penna, sforzandosi di assumere un’espressione convincentemente neutrale. Il suo senso dell’umorismo non evapora proprio del tutto in presenza di Hester, però il suo atteggiamento diventa formale e leggermente ossequioso.

    Stasera Hester ci ha raggiunto tardi perché è andata a mangiare tapas con le amiche e, comprensibilmente, visto che le altre hanno tutte un paio di figli a testa, l’uscita si è conclusa entro le nove. E comunque Hester si unisce a noi per la serata quiz del Gladdy solo saltuariamente. «A volte diventa stancante, con tutte quelle vostre battutine in codice che mi fanno sentire esclusa» sostiene. Anche se, come ragazza di Ed, ci conosce tutti da così tanto tempo che dubito ci sia ancora qualcosa da cui possa sentirsi esclusa.

    «Ne sei sicura?» le chiede Susie.

    «Sì, ne sono sicura» ribatte Hester. Il che in pratica equivale a dire: hai forse una proposta migliore?

    «Sei sicura sicura o sicura nel senso che ti sei scolata quattro prosecchi e non abbiamo una risposta migliore?» insiste Susie, con un sorriso da regina cattiva che brandisce una mela rossa.

    Sa sfidare Hester in un modo che io non oserei mai fare. Susie sfida quasi tutti. E quasi tutti non osano tenerle testa.

    Susie ha folti capelli biondo-castano che porta legati in una lunga coda di cavallo o raccolti con una sciarpa come Barbra Streisand in un film degli anni Settanta. Ha la bocca carnosa, con un labbro superiore pronunciato che sembra virare verso l’alto per effetto del suo naso all’insù.

    «Che premio ha ricevuto Marcus Garvey?» domanda Justin.

    «Sedere dell’Anno?» ipotizzo io, strappando una risata a Ed. Hester non la prende affatto bene, lo so.

    «Okay, allora non datemi retta!» esclama Hester. «Scusate tanto per aver provato a partecipare.»

    «No, no! Va bene! Credo che tu abbia ragione» si affretta a dirle Ed. «E comunque nessuno ha una risposta migliore. Scrivila.»

    Ho grande rispetto per la galanteria con cui Ed interviene sempre in difesa di Hester, anche se vorrei tanto che lo facesse per qualcuno di più meritevole.

    Hester scribacchia la risposta mentre io, Justin e Susie evitiamo di guardarci.

    «Un altro giro? Voi cosa prendete?» chiede Justin alzandosi per andare al bar.

    Io devo andare in bagno e, dopo aver tirato lo sciacquone, mi accorgo che Susie mi ha mandato un SMS. (Non un messaggio su WhatsApp, perché c’è il rischio che compaia sulla schermata di blocco. Che mossa astuta.)

    Quando lo apro, vedo che lo ha mandato a me e a Justin. Mi immagino benissimo il loro schema di triangolazione, là fuori, con Justin che guarda il cellulare con aria incurante mentre aspetta che lo servano e Susie che finge di controllare la posta girandosi leggermente per nascondere alla coppietta lo schermo del telefono.

    Susie: PERCHÉ DEVE SEMPRE FARE LA STRONZA ARROGANTE?

    Justin: Tesoro mio, con quelle tette strepitose riesce a farsi perdonare tutto

    Susie: Anche io ho delle belle tette, eppure la mia personalità non ne risente. Quella risposta è COSÌ PALESEMENTE SBAGLIATA. E perché Ed fa tanto il mollaccione? Oh, sì, scrivi pure quella gran cazzata, mio piccolo, adorabile fagottino velenoso. BLEAH

    Justin: Ripeto, è per via delle tette

    Eve: I fagottini avvelenati

    Susie: Scommetto che lo sa che la risposta è sbagliata e lo fa apposta per fregarci

    Mi appoggio alla parete del gabinetto, piacevolmente fresca, e mi metto a digitare con un sogghigno sulle labbra.

    Essendo lucidamente innamorata della dolce metà di Hester da quasi un ventennio, non riesco mai a capire fino a che punto la mia antipatia sia pura e semplice invidia. Susie e Justin mi rassicurano continuamente – e inavvertitamente, visto che ne sono del tutto all’oscuro – del fatto che l’avrei trovata antipatica comunque. Spesso, quando si parla di Hester, recito apposta la parte del poliziotto buono, tanto per gettare fumo negli occhi a tutti.

    Eve: Aspetta, magari ha ragione lei e ci darà una bella lezione

    Susie: Non ha ragione, non sa nemmeno chi fosse Marcus Garvey, si capiva benissimo quando Justin l’ha messa all’angolo

    Justin: Probabilmente crede che abbia vinto il premio per Miglior Video ai Grammy del 2007

    Susie: Haha. E ci tengo a farvi notare che il suggerimento di Eve non è stato nemmeno considerato, ma lei non se l’è mica presa

    Eve: Significa forse che i miei seni hanno qualcosa che non va?

    Susie: Significa solo che non li usi per compensare un’immensa stronzaggine

    Justin: Sigh. Non ci resta che sbronzarci

    2

    Justin e Susie hanno entrambi quel tipo di personalità che non conosce sensi di colpa. Li intralcerebbero troppo. Io, invece, ingurgito senso di colpa a colazione come se fosse un frullato e, per quanto mi diverta a scambiare commenti di nascosto su Hester, so che non dovrei farlo.

    Ma, come ho spiegato una volta a un collega: alcune persone sono insopportabili, però la vita ti impone di sopportarle, ed esistono solo due modi per allentare la pressione. Uno, prendersela con chi ti fa incazzare, oppure due, sparlare senza pietà alle sue spalle.

    L’opzione numero due non sarà coraggiosa e nobile come la prima, ma incide molto meno sui rapporti sociali.

    Nessuno di noi ha mai messo in dubbio che rispondere per le rime a Hester comprometterebbe gravemente la nostra amicizia con Ed. Nessuno può arrogarsi il diritto di veto sui partner di amici e parenti. Non ditelo a me: se avessi seguito questa regola avrei evitato il disastro con il secondo marito di mia madre.

    Quando torno al tavolo percepisco che, al ritmo con cui stiamo bevendo, abbiamo già iniziato una caotica caduta dalla lucidità necessaria per rispondere a domande di cultura generale. Saggiamente, Leonard si è acciambellato e addormentato. Resta solo da sopravvivere alla giornata lavorativa di domani, venerdì.

    «Si capisce che sei nel pieno delle vacanze di metà quadrimestre» dice Susie a Ed. «Ehi, Eve. L’altro giorno non dicevi che Mark ha avuto un figlio?»

    «Oh, sì» rispondo, inghiottendo un lungo sorso della mia birra e godendomi il suo piacevole effetto obnubilante. «Ha postato le foto la settimana scorsa. Ezra. Che nome figo.»

    Mark è il mio ex, e unico, fidanzato serio. Quando avevamo ventinove anni si è trasferito a Londra per diventare un giornalista di successo e, siccome io non sono partita con lui, per un po’ abbiamo avuto una relazione a distanza. Ben presto, però, ha deciso che la mia riluttanza a trasferirmi indicava una scarsa propensione a impegnarmi – aveva ragione – e ha troncato. Adesso lavora per Time Out a San Francisco, è sposato, ha la cittadinanza americana e un figlio. Io, nel frattempo, ho preso un gatto.

    Qualche rimpianto ce l’ho. L’istinto mi dice che le cose tra noi non avevano mai funzionato bene, ma una voce insistente nella mia testa insinua che era il massimo a cui avrei potuto aspirare e che sono stata un’idiota. Guarda caso, è esattamente quello che dice anche mia madre.

    «È strano pensare che spesso veniva qui con noi e che adesso è laggiù per sempre. Non ti dà fastidio?» mi domanda Susie.

    «Mmh, no. Mi sembra tutto molto lontano, sai? In ogni senso.»

    «Come sei venuta a saperlo?»

    «Lui ha iniziato a seguirmi su Instagram qualche mese fa e io ho ricambiato.»

    «Aha. Quindi non ti ha dimenticata» afferma Ed. «Vuole farti vedere che è andato avanti e controllare cosa stai facendo. Un chiaro segnale che non ha voltato del tutto pagina.»

    «Ne dubito. Trasferirsi nel quartiere trendy di Lower Haight, a cinquemila miglia da qui, mi sembra un modo piuttosto eloquente di voltare pagina.»

    (Sì, naturalmente questi particolari li ho scoperti ficcanasando di notte sul suo profilo.)

    «Ne sono sicuro. Quando si volta pagina bisogna farlo qui e qui» dice Ed, indicandosi prima la testa e poi il petto. Mi fissa dritto negli occhi e io ricambio con un’occhiata e un battito di ciglia, mentre tra noi scorre un’emozione minuscola, quasi impercettibile, che la mia mente si affretta a riporre in una provetta, come un campione da analizzare in futuro.

    «Scommetto che guarda le tue foto con Roger e pensa: cavoli, mi manca quel blocco dello scrittore ambulante con gli occhi da Cleopatra.»

    «Calamità!» esclamo io, ma arrossisco un po’.

    «Ehi, bella definizione. Blocco dello scrittore ambulante con gli occhi da Cleopatra. Sembra il testo di una canzone di Lloyd Cole.»

    «È strano il modo in cui usiamo i social media per spiarci a vicenda, pur sapendo che lì mentono tutti, chi più chi meno» osserva Justin. «Tempo fa circolava la foto di un hotel su Trivago, dove avevano tagliato la centrale nucleare che c’era subito dietro. Ma, in un certo senso, tagliare le centrali nucleari dalle foto non è quello che facciamo tutti?»

    Rido.

    «Sì, tutti presentano la propria vita come se fosse una meta turistica» rimarco. «Anche se, in effetti, il posto dove abita Mark è davvero una meta turistica.»

    «Credo che quando un ex è super felice con un’altra persona dovrebbe ringraziarti per aver chiuso la storia» sostiene Susie. «Chiaramente lasciarsi è stata la cosa giusta. Perché allora tutti quei: Beccati questo e rosica, mi va tutto alla grande!. Scusa tanto, John, ecco perché insistevo che lasciarsi sarebbe stato meglio per entrambi mentre tu strillavi che quella per te era la fine del mondo. Forse mi dovresti delle scuse. Perché ci tengono ad avere l’ultima parola, invece di ammettere che avevi ragione tu?»

    Rido, in parte perché quella è la quintessenza del pensiero di Susie Hart.

    «Tecnicamente è stato Mark a lasciarmi, quindi può solo congratularsi con se stesso.»

    «Sì, ma soltanto perché tu hai deciso di restare qui.»

    «Chi mai lascerebbe tutto questo?» dico, alzando il bicchiere per rivolgere un brindisi prima all’intera sala, poi a Leonard. Ridiamo, ma io so che, ora che andiamo per i trentacinque, la nostra è una risata un tantino amara.

    Abbiamo la sensazione, se non di aver già compiuto degli sbagli irreversibili, di essere sul punto di commetterli. Di recente Hester ha osservato che stiamo tutti «oziando con la marcia in folle» e che, per ognuno di noi, «il fatto di avere gli altri funge da deterrente dal desiderare qualcosa di più. Co-dipendenza. Siete la dolce metà l’uno dell’altro, quindi non vi date la pena di cercare una vera relazione».

    Tranne lei e Ed, naturalmente. Dio, quanto amo quella donna.

    Il problema con Hester è che, al di là dell’enorme voragine che si apre là dove dovrebbe esserci la sua simpatia, per il resto non le manca proprio niente. È attraente, dinamica, organizzata, sicura di sé, volonterosa, socievole, intelligente, una buona padrona di casa, ha un ottimo stipendio e si ricorda sempre i compleanni. Quindi posso capire come sia successo. Per notare il suo unico difetto bisognerebbe prestare molta attenzione.

    E poi Ed è molto leale. A volte le persone leali non si accorgono nemmeno che qualcuno non si merita la loro lealtà.

    «A proposito di sparizioni. Dove è finita Hester?» chiede Ed guardando la sua sedia vuota, al che Justin borbotta: «Non ne sentivamo la mancanza» con voce abbastanza bassa da farsi udire da Susie e da me, ma non da Ed.

    La conversazione è interrotta da uno stridore metallico, il ritorno di un impianto audio difettoso che fa incurvare le spalle e storcere la bocca a tutti quanti.

    «Ops, scusate! Adesso aggiusto questo coso... ecco fatto. Bentornati! Prima di riprendere il quiz, questa signorina vorrebbe usare un attimo il mio aggeggio. Haha, magari! Allora passo subito la parola a... Esther? Oh, scusa, Hester.»

    Come un sol uomo, giriamo la testa di scatto e aggrottiamo la fronte nel vedere Hester in piedi dietro il bancone del bar, che impugna il microfono con aria estatica, come se fosse pronta a lanciarsi nella versione karaoke di Total Eclipse of the Heart o ad annunciare il punteggio della Svezia all’Eurovision non appena i produttori le daranno il via nell’auricolare.

    «Ciao a tutti» esordisce, mentre nel locale cala il silenzio. «È da un po’ che cerco il momento giusto per farlo, e ho appena avuto un’ispirazione divina. Questo è il pub che lui preferisce, e c’è un microfono.» Se lo agita vicino alla bocca come se fosse un lecca-lecca, conquistandosi l’attenzione di parecchi maschi. La presenza di Hester ottiene spesso quell’effetto. È come quando ti interessa qualcosa su eBay e lo schermo ti dice che altre quattro persone stanno guardando quell’articolo.

    «Bene... Quell’uomo laggiù...» indica Ed, il quale ha un’aria imbarazzata, vagamente compiaciuta, ma più che altro sconcertata. «È l’amore della mia vita.»

    Fa una pausa a effetto per permettere a un oooohhh di serpeggiare per la sala, poi chiude gli occhi per un secondo e annuisce. Mi si contrae lo stomaco.

    «Lo so, lo so... anche se porta quella camicia!» Si leva qualche risata. Quanto a capacità di catturare l’attenzione generale, Hester è ai livelli del discorso di Gwyneth Paltrow agli Oscar.

    «Già. Stiamo insieme da...» Finge di fare i calcoli aiutandosi con le dita. «... sedici anni! Stiamo per uscire dalla fascia d’età che nelle ricerche demografiche viene ancora considerata giovane, mio caro. I trentaquattro sono lo spartiacque. E io lo so bene, perché lavoro nella pubblicità.»

    Altre risate. Lavori per un’agenzia di marketing. Quando qualcuno dice che lavori nella pubblicità, tu lo correggi sempre in malo modo.

    «L’autunno in cui conobbi Ed... uscivamo insieme solo da un paio di mesi... lui fece qualcosa di straordinario.»

    Dio, sono troppo tipicamente british per non trovare tutto questo raccapricciante. Non riesco a immaginare che Ed possa pensarla altrimenti.

    «... Mia sorella era gravemente ammalata e per un lungo periodo non abbiamo saputo se ce l’avrebbe fatta. Io e Ed eravamo solo agli inizi. Gran parte degli uomini sarebbe fuggita a gambe levate davanti a una situazione così impegnativa. Ma non Ed.» Lo guarda con gli occhi che luccicano e tutta la sala trattiene il fiato. «Lui ha passato il Natale con la mia famiglia, ci ha preparato il pranzo, si è preso cura dei miei genitori e ha promesso di restarmi sempre accanto...»

    Oh, davvero? Potrebbe anche non essere vero, visto che Hester è una gran mitomane.

    «... E in quel momento ho capito di aver trovato qualcuno di molto, molto speciale.»

    L’intera stanza è in deliquio.

    «Adesso che abbiamo trentaquattro anni quello che mio chiedo è... Ed Cooper, dopo sedici, meravigliosi anni di alti e bassi, di lacrime e risate... vuoi sposarmi?»

    Segue una pausa, durante la quale dal pub gremito si leva un cameratesco brusio carico di aspettative.

    Io, Susie e Justin guardiamo Ed in stato di shock e lui per un istante ricambia il nostro sguardo, fissandoci come nell’attesa di ricevere un incoraggiamento, o il nostro permesso. Gli leggo letteralmente in faccia il pensiero che, se dovesse soffermarsi a valutare la proposta per più di un secondo, finirebbe in un mare di guai.

    «Sì» dice allora. Poi, a voce più alta, aggiunge: «Sì, lo voglio!».

    Si alza, corre al bar, si sporge oltre il bancone e lui e Hester si danno un rapido bacio mentre la stanza applaude ed esulta.

    Susie, Justin e io ci accorgiamo che dovremmo fare lo stesso e, guardandoci attorno, ci uniamo agli applausi con gesti meccanici.

    «Sei proprio... Come diavolo...?» Sento dire a Ed, mentre Hester fa una faccia in stile oh, sai come sono fatta, cosa vuoi che ti dica?, mostrando i palmi delle mani con fare innocente. Intanto io, Justin e Susie beviamo i nostri drink in silenzio.

    Ed e Hester continuano a sussurrare fra loro: lui sta chiaramente manifestando il proprio inesauribile stupore alla romantica temerarietà di lei. Distolgo a forza lo sguardo per riportarlo sui miei amici.

    «Non me lo sarei mai aspettato!» commenta Justin in tono volutamente calmo, persino allegro. «Al quiz del Gladdy, niente meno. Altro che gondola veneziana o tramonto a Marrakesh, questa sì che è una proposta. Mi segno in agenda di fare la mia la prossima volta che andremo al kebabbaro. Che ne dici di portare gli anelli, Leonard?» Leonard si sveglia, guarda il suo padrone e poi si rimette subito a dormire, il muso affondato fra le zampette pelose.

    Io e Susie emettiamo cortesi mormorii d’assenso ed è il caso di dire che, una volta tanto, siamo rimaste tutte e due senza parole.

    Ed e Hester tornano al tavolo e noi farfugliamo suoni inarticolati ma enfatici del tipo «Wow!», «Evviva!» e «Oddio!».

    In momenti come questo – okay, di momenti come questo non ce ne sono stati molti: diciamo, più generalmente, nelle occasioni in cui dovremmo manifestare un entusiasmo genuino e spontaneo per la relazione di Ed – mi stupisco del fatto che una persona perspicace come lui non si accorga che, ovviamente, quell’entusiasmo non è né genuino, né spontaneo. O forse lo sa benissimo e sceglie di ignorarlo.

    Ogni volta che saltava fuori l’argomento di un loro possibile matrimonio, lui utilizzava come diversivo il fatto che avevano comprato una casa da ristrutturare completamente. «Grazie a quella catapecchia, abbiamo parecchi modi migliori di spendere ventimila sterline.» E io, contro ogni logica, speravo che la sua riluttanza non fosse dovuta solo a motivi economici.

    «Bene, bene, eccoci qua!»

    Hester piazza una bottiglia di spumante celebrativo sul foglio delle risposte del quiz e Ed armeggia con cinque calici, mentre noi ci fingiamo sbalorditi dai recenti sviluppi. Ed è paonazzo per lo shock, l’emozione e l’alcol. Hester toglie la stagnola, lotta per qualche istante con il tappo della bottiglia e, quando lo estrae con un piccolo botto, lo spumante si riversa lungo i lati, finendo sul foglio al di sotto.

    «Ops!» Io mi getto in avanti per salvarlo, ma Hester prende la bottiglia e ne pulisce la base con il foglio. L’inchiostro si annacqua e le scritte si trasformano in macchie di Rorschach indecifrabili. Oh. Prendo il foglio, ormai moscio come un fazzoletto usato.

    «Lo metto qui ad asciugare» annuncio, distendendolo sulla spalliera della sedia.

    «Per decifrarlo ti servirebbe una schiera di traduttori della British Library» osserva Justin in quel tono fulmineo e incurante che gli permette di farla sempre franca.

    Non riesco a trattenermi dal guardare Susie, che mi getta una rapida occhiata di solidarietà prima di distogliere lo sguardo.

    Sorseggiamo lo spumante, facciamo tintinnare i calici ed esclamiamo: «Felicitazioni!» con tutto lo slancio possibile, e Hester dice: «Non era mica programmato! Ho avuto uno dei miei momenti di ispirazione. Sapete che non posso fare altro che seguirli».

    Lo so benissimo. Ricordo una storia in cui Hester convinceva i futuri suoceri a fare il bagno nudi insieme a lei durante una vacanza in famiglia sulla costa della Cornovaglia, e quella storia ricorre ancora nei miei incubi. («Mai fidarsi di chi non ha inibizioni fisiche» è stato un saggio consiglio di mio padre.)

    «Adesso devi comprarle un anello» dice Justin. «Dovresti spendere un mese di stipendio, giusto?»

    Ed fa una smorfia. «Per fortuna il mio stipendio mensile ammonta a duecento sterline e un sacchetto di ciccioli.»

    «Haha, Edward. Inizia a risparmiare, allora, perché quello che piace a me è di Cartier» puntualizza Hester.

    Non era programmato, hai detto?

    «Gesù, e quanto costa?» Ed tira fuori il telefono e cerca su Google. Quando arriva alla pagina giusta, mima il gesto di asciugarsi la fronte con la sciarpa. «Il sito web non riporta nemmeno i prezzi. Mi invita a» aggiunge facendo una faccia da James Bond, «contattare un ambasciatore Cartier per richiedere il prezzo

    Hester sorride raggiante e io capisco che Ed ha il permesso di scherzare finché vuole per il resto della serata. Se non per il resto della vita.

    «Se non vogliono nemmeno dirti quanto costa sarà senz’altro un’inculata senza lubrificante» stabilisce Justin. (Come ho già detto, la finezza non è il suo forte.) «Ahia.»

    «Sì, i prezzi partono ben sopra i cinquemila» afferma Susie, che di cose raffinate ne sa più di noialtri. «Prepara quel rene per il mercato nero, Eduardo!»

    Ed inscena uno svenimento e Hester gli liscia i capelli, chinando gli occhi in un gesto finto-pudico alla Principessa Diana. Ho un mancamento, e non stiamo nemmeno parlando dei miei soldi. «Stavo pensando a un matrimonio in primavera» ci fa sapere Hester. «Detesto i fidanzamenti lunghi, sono così inutili. Vanno bene solo per chi ha bisogno di tempo per cambiare idea.»

    «O per risparmiare» ribatto io in tono asciutto, permettendo finalmente ai miei sentimenti sull’argomento di affiorare in superficie.

    «Eve.» Hester si gira verso di me. «Susie» continua, voltandosi verso Susie.

    Hester sarà una sposa bellissima. Una sposa di primavera con

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