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Non sono io, sei tu
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Non sono io, sei tu

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About this ebook

Lei gli ha chiesto di sposarlo.
Lui ha detto sì.
Peccato che questo non sia il lieto fine…


Delia Moss non è ben sicura di sapere dove ha sbagliato.
Quando ha chiesto al suo fidanzato Paul di sposarla e ha scoperto che lui andava a letto con un’altra, ha pensato che fosse colpa sua.
Quando ha realizzato che la vita non sarebbe più stata la stessa, ha pensato che fosse colpa sua.
Ma quando Paul si rifà vivo come se niente fosse accaduto, Delia inizia a pensare: Forse non sono io il problema. Forse il problema sei tu.
Da Newcastle a Londra e ritorno, tra lavori loschi, capi eccentrici e giornalisti belli ma noiosi, Delia deve scoprire cosa ne è stato della sua vita e che fare del futuro.
LanguageItaliano
PublisherHarperCollins Italia
Release dateOct 27, 2015
ISBN9788858940600
Non sono io, sei tu
Author

Mhairi McFarlane

Nata in Scozia nel 1976, dopo aver lavorato come giornalista si è dedicata alla scrittura e i suoi romanzi, tradotti in 16 lingue, sono diventati dei bestseller internazionali. Vive a Nottingham con il compagno e il suo inseparabile gatto. Con HarperCollins ha pubblicato Non sono io, sei tu e Se l'amore ci mette lo zampino.

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    Non sono io, sei tu - Mhairi McFarlane

    Copertina. «Non sono io, sei tu» di Mcfarlane Mhairi

    Titolo originale dell’edizione in lingua inglese:

    It’s Not Me It’s You

    HarperCollins Publishers Limited, UK

    © 2014 Mhairi McFarlane

    Traduzione di Maddalena Milani

    Illustrazioni © Chris King

    Questa è un’opera di fantasia. Qualsiasi riferimento a fatti o

    persone della vita reale è puramente casuale.

    © 2015 HarperCollins Italia S.p.A., Milano

    eBook ISBN 978-88-5894-060-0

    Questo ebook contiene materiale protetto da copyright e non può essere copiato, riprodotto, trasferito, distribuito, noleggiato, licenziato o trasmesso in pubblico, o utilizzato in alcun altro modo ad eccezione di quanto è stato specificamente autorizzato dall’editore, ai termini e alle condizioni alle quali è stato acquistato o da quanto esplicitamente previsto dalla legge applicabile. Qualsiasi distribuzione o fruizione non autorizzata di questo testo così come l’alterazione delle informazioni elettroniche sul regime dei diritti costituisce una violazione dei diritti dell’editore e dell’autore e sarà sanzionata civilmente e penalmente secondo quanto previsto dalla Legge 633/1941 e successive modifiche.

    Questo ebook non potrà in alcun modo essere oggetto di scambio, commercio, prestito, rivendita, acquisto rateale o altrimenti diffuso senza il preventivo consenso scritto dell’editore. In caso di consenso, tale ebook non potrà avere alcuna forma diversa da quella in cui l’opera è stata pubblicata e le condizioni incluse alla presente dovranno essere imposte anche al fruitore successivo.

    Frontespizio. «Non sono io, sei tu» di Mcfarlane Mhairi

    A Tara,

    una delle donne più eroiche che io conosca.

    Vignetta

    1

    Ann arrivò ciabattando con le sue pantofole a forma di zampe di King Kong. Aveva uno yogurt, un cucchiaino e un’espressione decisamente infastidita.

    «È tua quella roba nel contenitore Tupperware con il coperchio blu?»

    Delia batté le palpebre.

    «In frigo?» precisò Ann.

    «Sì.»

    «Puzza. Che cos’è?»

    «Gamberi al chili. È una ricetta marocchina. Sono gli avanzi della cena di ieri.»

    «Be’, la puzza è penetrata nel mio yogurt greco Müller. Potresti evitare di portare al lavoro dei cibi così aggressivi?»

    «A me sembrava solo un aroma deciso.»

    «È come i tramezzini all’uovo sul treno. Sul treno sono vietati. O gli hamburger sugli autobus.»

    «Davvero?»

    Era leggermente surreale sentir criticare le proprie scelte alimentari da una donna con i piedi da scimmione. Ann portava quelle pantofole per via di un grave caso di doppio alluce valgo. A guardarli, sembrava che i suoi piedi si detestassero.

    «Già. E Roger ti vuole parlare» concluse Ann.

    Tornò al proprio posto, depose lo yogurt contaminato e riprese a scrivere al computer, pestando sulla tastiera come per crivellarla di colpi. Nell’impeto, la sua chioma tinta di nero violaceo tremava tutta. Tra sé e sé, Delia chiamava quella tonalità frittelle di melanzana.

    Ann presidiava il frigorifero dell’ufficio con un’assiduità agghiacciante. Pur essendo in post-menopausa, metteva il latte parzialmente scremato che si portava da casa in un contenitore con l’etichetta LATTE MATERNO, per tenere lontani i ladri.

    Era una di quelle donne che, chissà come, riuscivano a combinare un sentimentalismo eccessivo e un’aggressività esagerata. Sulla scrivania teneva un quadretto su cui era ricamato a punto croce un passo della Lettera ai Corinzi sull’amore, e accanto a esso un rendiconto minuzioso di chi aveva prelevato quanto dalla cassa comune dell’ufficio. Lo scorso Natale, aveva regalato a Delia un allarme antistupro.

    Delia si alzò e si avviò verso la scrivania di Roger. La vita nell’ufficio stampa del Comune di Newcastle non era particolarmente ricca di stimoli. La graziosa visuale di cui si godeva dalle finestre era oscurata da veneziane attorcigliate di un color porridge che sembrava scelto apposta per farle sembrare sporche anche quando erano pulite, tanto per risparmiare sui costi di pulizia. Malconce piante di falangio penzolavano dagli scaffali come se fossero morte durante un tentativo di fuga. Le crude luci gialle infisse nel soffitto di polistirolo davano l’impressione di essere tornati al 1972.

    Delia andava abbastanza d’accordo con il resto del personale, formato per lo più da tranquilli ultraquarantenni, ma la postazione di Ann si interponeva tra lei e gli altri come una sorta di Muro del Pianto. Qualsiasi conversazione condotta da una parte all’altra di Ann veniva inevitabilmente intercettata.

    Delia attraversò l’ufficio e raggiunse la scrivania di Roger, situata all’estremità opposta.

    «Ah, Delia! In qualità di nostra esperta di social media nonché detective ufficiale, ho una piccola indagine da affidarti» disse lui, passandole alcuni fogli A4 stampati.

    Delia non era entusiasta di sentirsi ribattezzare detective ufficiale solo perché aveva scoperto che il tanfo costante nel bagno delle signore era stato causato da uno stagista insoddisfatto e misogino che aveva pensato bene di defecare nella cisterna di uno dei wc. Era stata un’epifania di cui Delia avrebbe volentieri fatto a meno.

    Roger intrecciò le dita e trasse un profondo, teatrale respiro. «Pare che ci sia un goblin.»

    Delia esitò.

    «Intendi una talpa?»

    «Come si chiama una persona che usa Internet con l’espresso intento di infastidire gli altri?»

    «Uno stronzo?» suggerì Delia.

    Roger fece una smorfia. Era allergico alle parolacce.

    «No, parlo di un piantagrane elettronico... tipo un cyborg.»

    «Un robot?» disse Delia, incerta.

    «No! Volevo dire del cyberspazio.»

    «Uno che insulta la gente online... Un troll?»

    «Ecco! Un troll!»

    Delia esaminò i fogli stampati. Erano storie di interesse puramente locale, notizie riguardanti il Comune e pubblicate sul quotidiano cittadino. Niente di sconvolgente, come al solito.

    «Dunque, questa persona si diverte a nascondersi dietro lo pseudonimo Peshwari Naan e a creare scompiglio tra i commenti agli articoli online del Chronicle» disse Roger.

    Delia esaminò di nuovo il foglio. «Non possiamo ignorarlo? Voglio dire, ci sono un sacco di troll online.»

    «Normalmente è quello che faremmo» disse Roger, tenendo davanti a sé una penna in posizione orizzontale come un funzionario dei servizi segreti durante una riunione di briefing.

    Prendeva il suo lavoro molto sul serio. O meglio, Roger non prendeva nulla alla leggera. «Ma si tratta di commenti di natura particolarmente vessatoria. Questo tipo si inventa delle false dichiarazioni, spacciandole per dichiarazioni rilasciate dagli assessori. Prende in giro gli assessori, ne danneggia la reputazione e fa deragliare il dibattito sulla base di affermazioni false. Gli altri partecipanti sono involontariamente risucchiati nel suo vortice di menzogne. Guarda qui, per esempio.»

    Batté il dito su un foglio posto sulla scrivania: un recente articolo del Newcastle Chronicle.

    Delia lesse il titolo a voce alta. «Il Comune dà l’okay al locale di lap-dance

    Roger prese il foglio. «Se guardi i commenti sotto l’articolo, il nostro estimatore del cibo indiano dichiara...» Inforcò gli occhiali. «Non c’è da stupirsene, visto che, nella seduta dello scorso 4 novembre, l’Assessore John Grocock ha annunciato: Sarò il primo a mettere le mie manacce pelose su tutte quelle tette ballonzolanti

    Delia rimase a bocca aperta. «L’ha detto l’Assessore Grocock?»

    «No!» disse Roger con fare irritato, togliendosi gli occhiali. «Ma come puoi vedere qui di seguito, questa falsa premessa ha scatenato un futile dibattito sulle inclinazioni dell’Assessore Grocock, con suo ovvio scontento. Sua moglie è socia del Rotary

    Delia cercò di non ridere, ma non seppe più trattenersi quando Roger aggiunse: «E, ovviamente, aver scelto proprio l’Assessore Grocock ha scatenato una valanga di infantili doppi sensi sul suo cognome. La tua missione è trovare questo buontempone e dirgli nel modo più persuasivo possibile di smetterla».

    Delia cercò di riguadagnare un po’ di autocontrollo. «E non abbiamo altro da cui partire se non i suoi commenti sul sito del Chronicle? Come fai a sapere che si tratti di un lui

    «Credimi, so riconoscere questo umorismo goliardico.»

    Delia dubitava che Roger fosse in grado di distinguere l’umorismo da una scarpa, da un cetriolo o da un deodorante per ambienti.

    «Usa tutti i tuoi contatti, fai leva sulla tua influenza» aggiunse Roger. «Ricorri a qualsiasi mezzo, lecito o illecito. Dobbiamo fermarlo.»

    «Sei sicuro che abbiamo anche solo il diritto di chiedergli di smetterla?»

    «Minaccia di fargli causa per diffamazione. Be’, prima cerca di farlo ragionare. La cosa fondamentale è aprire il dialogo.»

    Interpretando quella risposta come un no, non abbiamo alcun diritto di chiedergli di smetterla, Delia si congedò educatamente e tornò al proprio posto.

    La caccia al troll era molto più interessante che scrivere un comunicato stampa sulla nuova fontana della stazione metro di Haymarket. Delia passò in rassegna altri esempi dell’operato di Peshwari Naan. Mr. Naan sembrava conoscere molto bene l’ambiente del Comune, e aveva parecchio da ridire a riguardo.

    Giocherellò con la cornetta del telefono. Come minimo poteva consultare Stephen Treadaway. Stephen era un giornalista del Chronicle. Aveva un po’ più di vent’anni, ma affogato nei suoi completi troppo grandi ne dimostrava circa dodici, e aveva uno strano atteggiamento sciovinista del tutto fuori moda che, secondo Delia, doveva aver copiato dal padre.

    «Deliziosa Delia! Cosa posso fare per te?» le chiese lui, dopo che il centralino ebbe trasferito la chiamata.

    «Dovrei chiederti un favore» disse Delia, nel suo tono di voce più mellifluo. Dio, a volte lavorare nell’ufficio stampa significava dover calpestare il proprio orgoglio.

    «Un favore. Bene, bene. Dipende da quel che sei disposta a fare per me in cambio.»

    Stephen Treadaway era senz’altro un buontempone. Forse era addirittura quello che Roger avrebbe definito una gran testa di... rapa.

    «Ah, ah» rise Delia, restando sul diplomatico. «Il fatto è che abbiamo un problema con un certo Peshwari Naan sulle vostre bacheche dei commenti.»

    «Non è affar nostro.»

    «Invece sì, visto che sono sul sito del vostro giornale.»

    Seguì una pausa.

    «Questa persona pubblica un sacco di bugie sul Comune. Non ce l’abbiamo con voi, vorremmo solo un indirizzo e-mail a cui rivolgerci.»

    «Ah, impossibile. È confidenziale.»

    «Non potresti almeno dirmi con quale e-mail si è registrato? Probabilmente sarà qualcosa di anonimo, tipo riso.basmati@hotmail.com.»

    «Spiacente, dolce Delia. Legge sulla privacy e via dicendo.»

    «Non è quello che la gente dovrebbe dire a te?»

    «Ah, ah! Dieci punti a Grifondoro! Potresti fare la giornalista.»

    Delia farfugliò qualche convenevole a denti stretti prima di riagganciare. Lui aveva ragione: non poteva darle quell’indirizzo e-mail. Non le piaceva essere nel torto, quando c’era di mezzo Stephen Treadaway.

    Provò a cercare su Google PeshwariNaan scritto tutto attaccato, ma non ottenne altro che una sfilza di ricette di cucina indiana. Riprovò con varie combinazioni tra Peshwari Naan e Comune di Newcastle, ma ne ricavò solo delle pessime recensioni su TripAdvisor e uno strano blog inaccessibile.

    Se in un primo momento la sfida l’aveva stimolata, adesso aveva tutta l’aria di essere diventata una missione impossibile. Avrebbe potuto pubblicare un messaggio in bacheca, chiedendo espressamente a Peshwari Naan di contattarla, ma non era certo il modo più discreto di gestire quella crisi.

    Si trattava poi davvero di una crisi? Peshwari era intraprendente, ma non poi così pericoloso. Facendo scorrere i vari articoli del Chronicle, Delia notò che la maggior parte dei lettori stava allo scherzo, ricambiando con battute altrettanto sciocche.

    Sotto un pezzo intitolato Rivolta contro la raccolta dei rifiuti, con l’accusa che attirasse i topi, Peshwari aveva scritto che l’Assessore Benton si era messo a cantare Rat in Mi Kitchen degli UB40.

    Delia ridacchiò.

    «Qualcosa di divertente?» chiese Ann, fissandola con sospetto.

    «È solo uno spiritoso sul sito del Chronicle. Roger mi ha chiesto di indagare.»

    «Vestito nuovo?» aggiunse Ann, ignorando la risposta di Delia. I suoi occhi fissavano con disapprovazione l’abito a libellule di Topshop che Delia indossava.

    Ann era dell’evidente opinione che gli outfit allegri e colorati di Delia fossero poco professionali. Con l’eccezione delle sue estrose ciabatte ortopediche, Ann sfoggiava dei look semplici e austeri. Delia portava abiti variopinti e svolazzanti, collant fantasia, ballerine e un soprabito color lampone. Ann scialbi pantaloni e camicette anonime. E piedi da gorilla.

    La gente definiva lo stile di Delia originale e raffinato. Lei ne era piacevolmente stupita, visto che quello stile era dettato da pura e semplice necessità. I jeans e il look androgino non si addicevano al suo fisico femminile e procace.

    Già prima di arrivare alla pubertà, Delia aveva capito che con i suoi capelli rossi era impossibile passare inosservata. E non erano di un tenue biondo rossiccio, ma di un fiammeggiante color ruggine. Li portava abbastanza lunghi, ma spesso legati, con una folta frangia, e dava risalto al candore perlaceo della sua carnagione applicando attorno agli occhi due ali di eyeliner nero. Per via dei suoi occhioni sgranati e dei suoi abiti civettuoli, Delia veniva spesso scambiata per una studentessa della vicina università. Soprattutto quando andava al lavoro in sella alla sua bicicletta rossa. A trentatré anni, si compiaceva non poco di quell’equivoco.

    Delia tamburellò sulla scrivania con le dita. Aveva la netta sensazione che Peshwari fosse maschio, annoiato e sulla trentina.

    Nei suoi messaggi faceva spesso riferimento a canzoni e programmi televisivi che conosceva anche lei. Mmh. Quali altri siti bazzicava? Secondo l’esperienza di Delia, i più accaniti frequentatori delle bacheche online erano attivi su più fronti. Twitter? Iniziò a battere sulla tastiera. Eccolo lì. Beccato.

    Ebbene sì: con tanto di immagine del tipico pane indiano, sullo schermo era comparso un Peshwari. E nella sua bio si vantava di essere geordie, dunque era anche lui di Newcastle. Delia premette il tasto per la localizzazione GPS dei tweet, rivolgendo una preghiera a un Dio benevolo. I tweet erano stati inviati dalla rete e precisamente – BINGO! – da un caffè del centro chiamato Kikki e Kaffè. Un nome inquietante per gli amanti dell’ortografia e del buongusto, aveva sempre pensato Delia. Conosceva quel posto: Paul, il suo ragazzo, lo chiamava Cacche e Caffè.

    Facendo scorrere la timeline di Naan, notò che i suoi tweet erano solitamente pubblicati all’ora di pranzo e nei weekend. Chiunque fosse, lavorava in un ufficio dotato di firewall, ed era seccato e annoiato. Delia poteva ben capirlo. Il progetto Naan la tenne occupata per due ore, finché non scoccò l’ora che dava ufficialmente inizio al weekend. Il venerdì pomeriggio i livelli di produttività dell’ufficio non erano mai stratosferici.

    Perlomeno la destinazione della pausa pranzo del lunedì era già decisa. Un appostamento sarebbe stato un bel diversivo rispetto alla solita routine. Per ora non ne avrebbe parlato a Roger: meglio non vantarsi prima di portare a casa il risultato. Avrebbe anche potuto scoprire che si trattava di un altro Naan.

    Delia andò in bagno a prepararsi per la serata. Quel giorno aveva lasciato a casa la bici ed era venuta in autobus. Si cambiò e indossò delle scarpe con un po’ di tacco e una sottogonna a ruota stile anni ‘50 che si era portata da casa in un sacchetto di plastica. La estrasse, la scosse e se la infilò sotto l’abito elegante che aveva scelto per quella serata romantica.

    Il taffetà increspato color lavanda sbucava da sotto l’orlo e riprendeva il motivo del tessuto. Tornata tra i suoi colleghi e sentendosi a disagio, Delia corse a infilarsi il soprabito.

    Ma non fu abbastanza rapida da eludere l’occhio di falco di Ann.

    «Cos’hai addosso?» gracchiò.

    «L’ho preso da Attica, il negozio vintage» disse Delia, le guance in fiamme.

    «Sembri il paralume di un bordello spagnolo» commentò Ann.

    Delia sospirò, mormorò un: «Cavoli, grazie mille» e abbozzò un sorriso. Niente di ciò che accadeva tra le nove e le cinque aveva più importanza, quel giorno.

    Quel giorno l’unica cosa importante era la serata. La serata in cui la sua vita avrebbe preso una svolta, un piccolo cambio di direzione che l’avrebbe condotta su una nuova, più ampia strada.

    2

    «Se rende interessanti le storie sul Comune, dovrebbero pagarlo, non fargli causa» disse Paul, pulendosi le mani unte di paratha su un tovagliolo di carta.

    «Già» concordò Delia, con la bocca piena di patate piccanti. «Ma quando un assessore si arrabbia, dobbiamo dimostrare di star facendo qualcosa. I più anziani non capiscono Internet. Una volta uno di loro ci ha detto: Avanti, cancellatelo. Prendete la spugna e cancellate!. Abbiamo dovuto spiegare che non era una grossa lavagna.»

    «Nemmeno io che ho trentacinque anni capisco Internet. L’altro giorno Griz mi stava facendo vedere Tinder sul suo telefono. Hai presente l’app d’incontri? Scorri verso sinistra o destra per dire sì o no alla foto di qualcuno. Tutto lì. Una foto, cacchio. Sì, no, fatto. Che mondo brutale.»

    «Per fortuna noi ci siamo conosciuti alla vecchia maniera» disse Delia. «Tra un cocktail e l’altro.»

    Sorrisero. Vecchia storia, bei ricordi. Quando si erano conosciuti, lei era entrata nel bar di Paul avvolta da una nuvola di Eternity di Calvin Klein, accompagnata da un manipolo di amiche ridacchianti, e aveva ordinato un Cherry Amaretto Sour. Paul non sapeva come prepararlo. Lei si era offerta di raggiungerlo dietro il banco del bar per mostrarglielo.

    Ricordava ancora l’espressione sorpresa ma intrigata di Paul nel vederla gettare le gambe oltre il banco. «Belle scarpe» le aveva detto, indicando le sue zeppe a punta rotonda color rosso Superman, con i cinturini alle caviglie. Le aveva offerto un lavoro. Quando lei aveva rifiutato, le aveva chiesto di uscire.

    «Oggigiorno saremmo due freak emarginati che dovrebbero rivolgersi a un sito specializzato in persone con i capelli rossi. Peldicarota.com.»

    Delia rise. «Parla per te.»

    «E se su Peldicarota.com non ci fossero femmine della mia stessa specie, con chi uscirei? Con Pippi Calzelunghe

    «Sei a caccia di complimenti?» disse Delia. «Dovresti partecipare al campionato di caccia ai complimenti, Paul Rafferty.» Rise e buttò giù un po’ di birra.

    Certo, Delia non era del tutto imparziale, ma a Paul il fascino non mancava di certo.

    Aveva capelli rosso scuro, un paio di tonalità meno fiammeggianti di quelli di lei, lo charme vissuto e spettinato del giocatore di poker, un’ombra di barba perenne e jeans logori che si trascinavano sul pavimento schizzato di birra. Le battute sul fatto che fossero entrambi rossi di capelli le avevano già sentite tutte: la peggiore era quando li scambiavano per fratello e sorella.

    Paul intercettò lo sguardo del cameriere. «Altre due Kingfisher quando hai un attimo, per favore. Grazie.»

    I modi di Paul con il personale erano sempre impeccabili e sempre accompagnati da laute mance, visto che lui stesso possedeva e gestiva un bar. Un pub, la correggeva sempre Paul. «I bar sono roba da bevitori dilettanti» sosteneva.

    Secondo Delia il locale di Paul era un incrocio tra un pub e un bar. Aveva le pareti in mattoni a vista, lampadari oversize e sul menu bruschette fatte con pane a lievitazione naturale. Ma aveva anche birre alla spina, i fighetti non erano graditi e la musica non era mai così alta da non riuscire a parlare. Stava tra i piloni del Tyne Bridge e nella Good Pub Guide, ed era il figlioletto adorato di Paul.

    «Non ce la faccio più» disse Delia, osservando i resti della sua dosa.

    «Io vado avanti, come una macchina. Una macchina mangia-curry» disse Paul, infilando la forchetta nella crespella avanzata da Delia.

    Per il loro decimo anniversario avevano preso in considerazione costosi ristoranti dalle tovaglie immacolate, ma alla fine avevano scelto Rasa, il loro ristorante indiano preferito. Vedere Paul fuori dal pub un venerdì sera era un gran privilegio.

    Forse era sciocco, ma Delia provava ancora un tuffo al cuore nel vedere Paul dietro il bancone, nel suo elemento, a dirigere le operazioni con uno strofinaccio gettato sulla spalla e la sicurezza di un vigile in mezzo al traffico, ad aprire e richiudere frigoriferi con un calcio, tre bottiglie per mano.

    Quando vedeva arrivare Delia, le rivolgeva quel saluto con due dita alla fronte che voleva dire appena ho servito i clienti ti porto una birra, attizzando in lei una scintilla di familiare emozione.

    «Griz è sempre in cerca d’amore?»

    Paul aveva un atteggiamento molto paterno verso i propri dipendenti. Più di una volta Delia aveva preparato la stanza degli ospiti per accogliere qualcuno che aveva alzato troppo il gomito.

    «Mmh... non credo sia amore. O, se lo è, trova solo mele marce. Dico sul serio, Dee» continuò Paul, «la generazione dopo la nostra è strana. Sia i maschi che le femmine si fanno la ceretta all’inguine e nessuno dei due ascolta musica.»

    Delia sorrise. Era abituata a quel genere di discorsi. La divertivano: Paul aveva una certa propensione a comportarsi come se fosse stato più vecchio.

    Delia aveva saputo del passato di Paul già nei primi, appassionati giorni della loro relazione. Paul e suo fratello Michael erano rimasti orfani nell’adolescenza, quando un camionista si era addormentato al volante sull’A1, andando a schiantarsi contro l’automobile dei loro genitori. I due fratelli avevano reagito in modo diverso all’evento, e all’eredità. A vent’anni, Michael era partito per la Nuova Zelanda per non tornare mai più. Paul invece aveva messo il più possibile radici a Newcastle: aveva acquistato una casa a Heaton e più tardi il bar. Cercava stabilità.

    Niente avrebbe potuto toccare di più il cuore tenero di Delia. Quando Paul gliel’aveva raccontato lei si stava già innamorando, ma la notizia le aveva dato il colpo di grazia. Lui aveva vissuto un’esperienza tanto orribile? Eppure era così cordiale, così allegro? Delia aveva subito capito di voler dedicare la propria vita a cancellare quel dolore, a essere la famiglia di cui Paul aveva tanto bisogno.

    «Ah, è stato un gran momento di merda, non c’è dubbio» diceva sempre Paul quando l’argomento saltava fuori, sfregandosi un occhio e abbassando lo sguardo, in parte imbarazzato dall’eccesso di emotività di Delia e in parte atteggiandosi a eroe ferito.

    «Chi ha più scritto un testo come quello di Love Will Tear Us Apart dei Joy Division, negli ultimi dieci anni?» proseguì ora Paul, ancora fermo al tema della musica odierna.

    «Qual è quella canzone che continua a ripetere that’s not my name? Na na na, they call me DYE-ANNE, that’s not my name...»

    Paul fece una smorfia rattristata, poi gesticolò al cameriere di portare il conto.

    «Ti piace fare il vecchietto, ma in realtà sei il più grande bambinone che io conosca» disse Delia. Paul levò gli occhi al cielo e le diede un colpetto sulla mano attraverso il tavolo. Bambini. Immaginandosi Paul che faceva il padre, Delia ebbe un tuffo al cuore.

    Si alzarono e uscirono nell’aria frescolina tipica di una sera d’inizio estate a Newcastle.

    «Il bicchiere della staffa?» propose Paul, offrendole il braccio.

    Delia lo prese. «Non possiamo prima fare due passi?» disse.

    «Due passi?» disse Paul. «Non siamo in uno di quei film che ti piacciono tanto, dove le donne usano il parasole e qualcuno deve sempre riattizzare il camino. Possiamo fare due passi fino al pub.»

    «E dai! È il nostro decimo anniversario. Solo fino al ponte e ritorno.»

    «No, dai. È troppo tardi. Un’altra volta.»

    «Non ci vorrà molto» gli disse, trascinandolo avanti con la forza mentre Paul sospirava rumorosamente.

    Si avviarono in silenzio – Paul probabilmente seccato e Delia tutta agitata, a chiedersi se fargli quella sorpresa era davvero una buona idea.

    3

    «E cosa faremo quando saremo lì?» disse Paul con un misto di divertimento e irritazione nella voce.

    «Condivideremo l’attimo.»

    «Potremmo condividere l’attimo in un pub, al caldo e davanti a una bella birra.»

    Paul non era tipo da romanticismo plateale, né da dire ti amo. (Alcuni mesi dopo l’inizio della loro storia, Delia aveva dovuto chiederglielo apertamente. Lui aveva fatto finta di niente. «Altrimenti perché ti avrei chiesto di trasferirti da me?» Perché il contratto d’affitto di casa mia era scaduto?, aveva pensato Delia in risposta.)

    Di solito Delia non desiderava altro che ricevere puro e semplice affetto, senza complicazioni. Per lei la stabilità e l’intesa contavano molto più dei mazzi di fiori e dei gioielli. Paul era il suo migliore amico, era quella la cosa più romantica.

    E poi Delia amava quella città, con le sue schiere di edifici in arenaria, i suoi cieli bassi, le sue voci profonde e il suo abbraccio accogliente. Mentre trotterellava giù per la discesa che conduceva a Quayside, respirando l’aria fresca del fiume e sostenendosi al braccio di Paul, si sentì certa di essere nel posto giusto, con la persona giusta.

    Quando arrivarono davanti alle fauci spalancate del Millennium Bridge, le luci della città striavano la superficie nera del Tyne di arancio e giallo come il manto di una tigre. Il sottile arco del ponte, illuminato da un alternarsi di luci colorate, in quel momento splendeva di rosso.

    Fu come un segno. Scarpe rosse, capelli rossi, bicicletta rossa. Per qualche strano motivo, le venne in mente l’espressione appuntamento con il destino, che sembrava uscita da un romanzo di Agatha Christie. Non c’era in giro molta gente, ma non si poteva comunque dire che fossero soli. Ops, come aveva fatto a non pensarci? L’ultima cosa che desiderava era veder naufragare il suo piano per colpa di qualche passante ficcanaso. Ma aggirarsi su un ponte al freddo, alle nove di sera passate, non era una scelta particolarmente gettonata.

    Giunti a metà del ponte, Delia si sentì balzare il cuore in gola. Era quasi il momento.

    «Dobbiamo arrivare fino in fondo o basta così?» disse Paul.

    «Basta così» disse Delia, lasciandogli il braccio. «Non è bellissima la città, vista da qui?»

    Paul scrutò il panorama e sorrise.

    «Sei ubriaca? Aspetta, non saremo a quel momento del mese? Non ti metterai a piangere per quel gabbiano guercio e zoppo che mendica cibo? Te l’ho detto, tutti i gabbiani mendicano.»

    Delia rise.

    «Probabilmente sta fingendo.» Paul chiuse un occhio e storse una gamba, mettendosi a parlare con voce stridula. «Per favole, bella signola, doni le sue patatine a un povelo gabbiano disabile. Gualdi come sono lidotto!»

    Delia rise più forte. «Che voce sarebbe?»

    «Una voce da gabbiano truffatore.»

    «Un gabbiano truffatore giapponese?»

    «Razzista.»

    Stavano entrambi ridendo. Bene, l’umore di Paul era migliorato. Un respiro profondo. Via! Che stupida a sentirsi nervosa, pensò Delia: lei e Paul avevano già parlato del futuro. Convivevano da nove anni. Non era mica come buttarsi alla cieca, dichiarandosi sulla Tour Eiffel a un uomo allergico alle relazioni e dopo un corteggiamento pieno di colpi di scena.

    Paul incominciò a borbottare sulla temperatura ghiaccia-testicoli, così Delia dovette interromperlo.

    «Paul» disse voltandosi per guardarlo in faccia. «È il nostro decimo anniversario.»

    «Sì...?» disse Paul, rendendosi conto solo allora di essere lì per uno scopo ben preciso.

    «Ti amo. E tu ami me, spero. Formiamo una gran bella squadra...»

    «Sì?» Adesso era dichiaratamente sospettoso.

    «Abbiamo detto di voler trascorrere il resto della vita insieme. Quindi... Vuoi sposarmi?»

    Pausa. Paul, le mani affondate in tasca, strizzò gli occhi al di sopra del collo della giacca.

    «Stai scherzando?»

    Pessimo inizio.

    «No. Io, Delia Moss, chiedo a te, Paul Rafferty, di sposarmi. Ufficialmente e formalmente.»

    Paul aveva un’aria... sbalordita. Era l’unico modo di descriverlo.

    «Non sarei io a dovertelo chiedere?»

    «Secondo la tradizione. Ma noi non siamo tipi tradizionali, questo è il ventunesimo secolo. Abbiamo pari diritti e doveri. Chi ha stabilito le regole? Perché non posso chiedertelo io?»

    «Non dovresti avere un anello?»

    Oltre la spalla di Paul, Delia vide avvicinarsi i partecipanti a un addio al celibato, vestiti da prigionieri di Guantanamo in tuta arancione. Restavano solo pochi attimi di privacy.

    «So che non lo porti volentieri, così ho pensato di risparmiartelo. Io però l’anello lo voglio. Potrei averne già scelto uno. E saremo talmente moderni che me lo pagherò da sola!»

    Seguì un breve silenzio. Delia aveva già capito che le cose non stavano andando come aveva sperato.

    Paul guardò verso il fiume. «È ovviamente un gesto bellissimo. Solo che...»

    Si strinse nelle spalle.

    «Cosa?»

    «Pensavo che toccasse a me chiedertelo.»

    Mmh. Delia era insospettita da quell’improvvisa insistenza a osservare le regole della cavalleria. Molto più probabilmente, a Paul non piaceva vedersi forzare la mano.

    Lottò contro l’impulso di dire: scusa se per te è troppo presto. Ma sono cinque anni che, quando in vacanza ci ubriachiamo un po’, parliamo di sposarci entro l’anno. Ho trentatré anni. Dovremmo provare ad avere dei figli subito dopo il matrimonio, magari già in luna di miele. È il nostro decimo anniversario. Che cosa stavamo aspettando? Che cosa stavi aspettando tu?

    Tentò di scacciare l’irritazione. L’atmosfera era già tesa, non voleva rovinarla completamente con accuse e lamentele varie.

    «Non mi hai ancora risposto» disse, sperando di riuscire ad assumere un tono scherzoso.

    «Già. Sì. Certo che ti sposo» disse Paul. «Scusami, non me lo aspettavo.»

    «Ci sposiamo?» disse Delia sorridendo.

    «Pare proprio di sì» disse Paul, levando gli occhi al cielo e ricambiando svogliatamente il sorriso di lei. Delia lo abbracciò. Si baciarono, un rapido bacio di routine, mentre Delia tentava di restare immobile e imprimersi nella memoria quella sensazione.

    Quando si separarono, gli disse: «E ho anche dello champagne!». Si chinò a frugare nella sua pesante borsa a secchiello, in cerca della bottiglia e dei calici di plastica.

    «Qui?» disse Paul.

    «Sì!» disse Delia, sollevando il viso arrossato dall’esaltazione, dalle Kingfisher e dal freddo.

    «E dai! Sembreremo due ubriaconi da strada. Due perdigiorno alcolizzati.»

    «O due che stanno per sposarsi.»

    Sul viso di Paul passò una strana espressione, ma Delia strinse i muscoli dello stomaco per impedire alla delusione di attecchire.

    Lui dovette averlo notato, perché l’attirò a sé, le baciò la testa e le sussurrò tra i capelli: «Possiamo andare in un posto dove servono champagne e c’è il riscaldamento. Ecco la mia proposta».

    Delia esitò. Non puoi decidere tutto tu. Lasciagli spazio. Lo prese per mano e insieme tornarono indietro lungo il ponte, di nuovo sottobraccio, ma ora con passo più rapido. La testa di Delia ronzava di pensieri. Era fidanzata.

    Un giorno, parlando della morte dei genitori, Paul le aveva detto: sta a te decidere se sarai felice o no. Anche dopo una simile tragedia, Paul aveva iniziato a riprendersi quando aveva capito che poteva scegliere.

    «E se ti capitano tante cose brutte e sei infelice ma non per causa tua?» gli aveva chiesto.

    Paul aveva risposto: «Quante persone conosci a cui è successo? Hanno semplicemente scelto di vedere tutto nero. Ogni giorno, hai la possibilità di scegliere».

    Durante quella conversazione Delia aveva capito due cose: 1) uno dei motivi per cui amava Paul era il suo atteggiamento positivo; 2) c’erano delle persone che sceglievano di vedere tutto nero, e lei aveva ormai imparato a riconoscerle. Nel suo ufficio ce n’erano almeno un paio.

    Dunque quella sera, rifletté Delia, poteva scegliere di stare a rimuginare sul fatto che non fosse stato Paul a chiederle di sposarlo e che lui aveva accolto la proposta con una certa riluttanza. Che Paul non sarebbe mai stato tipo da guardarla negli occhi e dirle cose del tipo: sei la luce che illumina il mio mondo.

    Oppure poteva concentrarsi sul fatto di star camminando mano nella mano con il suo fidanzato, diretti a un pub nella loro meravigliosa città, per bere champagne e fare programmi per il matrimonio, con lo stomaco pieno di curry al latte di cocco.

    Scelse di essere felice.

    4

    «Servono lo champagne soltanto in bottiglia» disse Paul, dopo che furono entrati nel tepore del Crown Posada. Paul beveva solo in locali che avevano vinto un CAMRA Award. Sfregandosi le mani, esaminarono il menu di plastica laminata come se fossero stati al Ritz.

    «Vogliamo proprio lo champagne? Dopotutto l’alcol è sempre alcol.»

    Delia capì che la serata che aveva sognato non si sarebbe avverata. Ma non forzare le cose, disse a se stessa. Potrai sempre rifarti con l’organizzazione del matrimonio. (L’organizzazione del matrimonio! In verità Delia aveva già una bacheca segreta su Pinterest, piena zeppa di abiti di pizzo a maniche lunghe, eccentriche location per matrimoni nell’area di Newcastle e bouquet fai-da-te di peonie, narcisi bianchi e rose color sorbetto. Finalmente adesso poteva rendere pubblica la bacheca.)

    Accettò la proposta sorridendo e Paul si fece largo tra la folla per andare a fare la solita ordinazione: una bottiglia di birra Brooklyn per sé e una birra al lampone Liefmans per lei. A volte Paul si preoccupava che qualcuno li scambiasse per due hipster un po’ in là con l’età.

    Fece cenno a Delia di accaparrarsi un tavolo e lei si spostò verso il fondo del locale. Lo guardò attendere il proprio turno al bar e dividere la propria attenzione tra la fila e il cellulare con cui stava armeggiando. Il vecchio grammofono del Posada stava suonando These Foolish Things (Remind Me of You) di Nat King Cole, in competizione con il chiacchierio ebbro di una sala piena di gente.

    Il fascino trasandato di Paul risaltava ancora di più se abbinato a un capo elegante, rifletté Delia, come per esempio il montgomery che indossava quella sera. Per lui Delia aveva già in mente un insieme di abito e cravatta di Paul Smith con scarpe brogue (la bacheca di Pinterest era davvero piena), ma avrebbe dovuto parlargliene con un certo tatto, per non farlo sentire sminuito nella propria virilità. Voleva che si sentisse completamente partecipe.

    Sapeva già quale fosse il modo migliore per catturare il suo interesse: coinvolgerlo nella scelta delle bevande, poi della musica e, infine, del cibo.

    Fa’ come se fosse una cena a casa nostra, solo più in grande, gli avrebbe detto. Paul e Delia erano degli ottimi anfitrioni. Quando Delia si era trasferita nella casa di Heaton, aveva dato via libera al suo istinto di nidificazione. Paul aveva investito in quella casa come in una tela bianca, senza una chiara idea di cosa farne. Gli andava benissimo che fosse Delia ad arredare e decorare, e così avevano trovato l’equilibrio perfetto.

    I soldi che altre persone della sua età spendevano in vestiti, discoteche e droghe ricreative, Delia li risparmiava per comprare una scala da frutteto da dipingere nella tonalità di azzurro dei suoi sogni, oppure bazzicando aste d’antiquariato alla ricerca di un armadio con ante specchiate chiuse da chiavi da cui pendeva una nappina sfrangiata. Sapeva di sembrare più vecchia dei suoi anni, ma era felice, e non gliene importava.

    Delia era una cuoca amatoriale provetta e Paul portava a casa scorte all’ingrosso di roba da bere. E così erano stati i primi, nel loro circolo di amici, a creare una casa accogliente e da veri adulti.

    Parecchi sabato sera si concludevano sulle note di stonati e rumorosi cori in compagnia dei loro migliori amici, Aled e Gina, con Paul che faceva il DJ.

    A dire il vero, Delia stava accarezzando l’idea di dare una festa di fidanzamento. Di recente aveva acquistato dei ricettari originali degli anni ‘70 e si divertiva a cucinare cibo retrò: scampi con salsa tartara e torta foresta nera. Sognava a occhi aperti di preparare un buffet vintage e spiritosamente kitsch.

    Alla festa sarebbero venuti anche i suoi familiari? Decise di aspettare fino all’indomani per chiamare i suoi genitori. Avrebbe voluto dirglielo subito, per rendere tutto più reale. Ma non sopportava l’idea che Paul non avesse nessuno da chiamare. Nemmeno suo fratello, visto il fuso orario.

    Il suo cellulare vibrò nel ricevere un messaggino. Mittente: Paul. Sollevò lo sguardo stupita. Lui faceva finta di niente, aveva appena intascato il telefono e stava dando l’ordine al barista.

    Delia si concesse un sorriso beota, sentendosi scoppiare di gioia. Donna di poca fede. Era giunto il suo grande momento. Paul aveva solo avuto bisogno di un po’ di tempo per abituarsi, tutto lì. Sotto sotto era un romanticone. Sbloccò lo schermo del telefono, inserì il pin (il suo compleanno più quello di Paul) e lesse il messaggio.

    C, è successo qualcosa con D e non voglio che tu lo sappia da altri. Mi ha chiesto di sposarla. Non so cosa fare. Ci vediamo domani? P Xx

    Delia rimase immobile, il telefono pesante nel palmo della mano. Di colpo, niente aveva più senso. Dovette rielaborare quelle informazioni discordanti riga dopo riga, mentre il suo stomaco si contorceva.

    Quel non so cosa fare era una pugnalata al cuore.

    E poi c’erano anche quelle Xx, quei baci alla fine del messaggio. Paul non era tipo da baci elettronici. Delia poteva ritenersi fortunata di riceverne uno. Ed era l’unica famiglia che lui avesse.

    Ma la cosa più spaventosa era il tono intimo del messaggio, formulato

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