Explore 1.5M+ audiobooks & ebooks free for days

From $11.99/month after trial. Cancel anytime.

Se l'amore ci mette lo zampino
Se l'amore ci mette lo zampino
Se l'amore ci mette lo zampino
Ebook528 pages6 hours

Se l'amore ci mette lo zampino

Rating: 0 out of 5 stars

()

Read preview

About this ebook

Aureliana non è mai stata la ragazza più popolare della scuola; anzi, tutti la prendevano in giro per le sue origini italiane e i pranzetti cucinati dalla mamma che si portava da casa. Adesso, a trent'anni, è decisamente cambiata: si fa chiamare Anna e si è trasformata in un bocconcino tutto curve con splendidi capelli, al punto che quando si presenta alla riunione degli ex alunni della sua scuola, nessuno la riconosce. Finché l'adolescente timida che è stata un tempo non torna a farsi sentire e Anna, perso il coraggio di portare a termine il suo piano di vendetta, lascia la festa. Poi, però, il fato ci mette lo zampino, e dopo la riunione la sua strada si incrocia spesso con quella di James, che alle superiori era la sua cotta senza speranza. Ancora oggi Anna non riesce a credere che quell'aspetto fantastico non nasconda impronunciabili lati oscuri, visto che lui, dopo tutto, era amico dei bulli che la tormentavano. Così dai loro incontri casuali e sempre più frequenti nasce un rapporto di amore e odio. Ma cosa si nasconde davvero sotto le apparenze di entrambi?

Con il suo stile inconfondibile e l'umorismo tagliente, Mahiri McFarlane ci regala un'indimenticabile storia di amore, crescita e accettazione personale.

LanguageItaliano
PublisherHarperCollins Italia
Release dateJun 29, 2017
ISBN9788858967652
Author

Mhairi McFarlane

Nata in Scozia nel 1976, dopo aver lavorato come giornalista si è dedicata alla scrittura e i suoi romanzi, tradotti in 16 lingue, sono diventati dei bestseller internazionali. Vive a Nottingham con il compagno e il suo inseparabile gatto. Con HarperCollins ha pubblicato Non sono io, sei tu e Se l'amore ci mette lo zampino.

Read more from Mhairi Mc Farlane

Related to Se l'amore ci mette lo zampino

Related ebooks

Romance For You

View More

Related categories

Reviews for Se l'amore ci mette lo zampino

Rating: 0 out of 5 stars
0 ratings

0 ratings0 reviews

What did you think?

Tap to rate

Review must be at least 10 words

    Book preview

    Se l'amore ci mette lo zampino - Mhairi McFarlane

    Prologo

    Scuola Secondaria Rise Park, East London, 1997

    Ultimo giorno di scuola

    «Signore e signori, ecco a voi Mr Elton John!»

    Accompagnato da un'ovazione assordante, Gavin Jukes balzò sul palco indossando un costume da anatra e un enorme paio di occhiali fatti con degli scovolini. Be', balzò per quanto sia possibile balzare calzando zampe di gommapiuma color giallo canarino: più che altro arrivò trotterellando allegramente. Si sedette alla tastiera – con non poche difficoltà causate dalla coda imbottita – e iniziò a pestare sui tasti senza produrre alcun suono, muovendo le labbra in sincrono con il testo di Are You Ready For Love.

    Dietro le quinte, Aureliana sistemò la fascia del proprio abito premaman plissettato di poliestere color pesca stile anni Settanta, e si portò una mano all'acconciatura cotonata sulla quale aveva spruzzato dosi massicce di lacca per capelli.

    Trasse un respiro profondo e tremolante, inalando l'inconfondibile effluvio di palestra scolastica – un mix di scarpe da tennis puzzolenti, deodorante spray e ormoni adolescenziali a mille.

    Il Saggio Rock degli studenti dell'ultimo anno era una formula semplice ma collaudata: travestirsi da pop star scegliendo un costume che fosse il più ridicolo possibile e fare il playback di una vecchia hit.

    E, grazie a Dio, la folla stava andando in visibilio per Gavin.

    Dando prova di scarsa sensibilità, una mano misteriosa aveva scritto sul muro che Gavin Jukes era una superchecca. Eppure quel temerario aveva scelto di impersonare proprio un estroso cantante omosessuale, ricevendo un'accoglienza estatica.

    Forse, allora, era possibile che, una volta tanto, il pubblico avrebbe riso con e non di Aureliana Alessi, la derelitta che a pranzo, invece di un normale panino, mangiava lasagne puzzolenti in contenitori Tupperware.

    Era come se gli anni di scuola fossero stati una pantomima in cui ognuno recitava un ruolo. E ora, giunti alla fine, buoni e cattivi salivano in scena per un ultimo inchino.

    Perfino Lindsay e Cara, le più accanite detrattrici di Aureliana, oggi in minigonna e zatteroni per impersonare Agnetha e Frida degli ABBA, si erano diligentemente impegnate a lasciarla in pace.

    Le loro accolite intanto sorseggiavano vodka contrabbandata dentro bottiglie di cola del discount, sorvegliando Aureliana con occhi pesantemente bistrati, ma mantenendo le distanze. Certo che un goccio d'alcol non sarebbe dispiaciuto neppure a lei.

    Forse la magia del Saggio Rock consisteva proprio nel fatto che gli allievi più anziani e popolari erano già delle rock star, agli occhi dei più giovani. Tranne James Fraser. Lui era una rock star agli occhi di tutti. Aureliana gli gettò un'occhiata e si ripeté per l'ennesima volta che sarebbe andato tutto bene, perché sarebbe salita sul palco con James Fraser... la sola melodia del suo nome bastava a scioglierle le budella.

    Una settimana prima, avendo bigiato l'ora di educazione fisica, si era trovata in biblioteca a rileggere un libro della serie Sweet Valley High, quando lui l'aveva avvicinata.

    «Ciao, Aureliana. Non dovresti essere a ginnastica?»

    Era stato un momento sublime.

    James Fraser, Dio di Rise Park, le stava rivolgendo la parola per la prima volta. Proprio a lei!

    L'aveva chiamata per nome. Non, come al solito, La Corazzata Italiana o Pavarottona.

    E conosceva gli orari delle sue lezioni?

    Le rivolse un sorriso sornione. Finora Aureliana non l'aveva mai visto così da vicino.

    Era come incontrare il proprio idolo: ore e ore trascorse a fantasticare su di lui per poi trovarselo davanti all'improvviso, in carne e ossa. E che carne! Quell'incredibile pelle, così bianca da sembrare illuminata dall'interno, come una candela la cui fiamma risplende attraverso la cera. I capelli erano neri e lucidi come petrolio e gli occhi azzurro-violetto.

    Una volta Aureliana aveva addirittura cercato di disegnare James con i pennarelli sul suo Diario dell'Amicizia. Non ci era riuscita molto bene, ne era venuto fuori una specie di sosia di Shakin' Stevens. Così era tornata a disegnare fiori e cuoricini con scritto sotto AA + JF FOREVER.

    «Non hai tutti i torti. Ginnastica è una palla.»

    Aureliana aveva emesso un risolino di assenso, annuendo vigorosamente. Possibile che anche James, così bravo in tutti gli sport, odiasse segretamente l'ora di ginnastica? Ecco la prova che erano nati per stare insieme.

    «Stavo pensando al Saggio Rock... Sarebbe divertente impersonare Freddie Mercury e quella cantante lirica, non trovi? Potremmo fare un duetto io e te. Ti va l'idea?»

    Aureliana annuì. Lui aveva pronunciato le parole io e te. Il sogno era diventato realtà. In quel momento avrebbe anche potuto dirle: Stavo pensando di buttarmi giù dalla finestra. Non sembra poi un gran volo. Io e te. Ti va l'idea?, e lei lo avrebbe seguito.

    Solo nei giorni seguenti aveva iniziato a chiedersi se portare sul palco una delle allieve più grasse, strambe e sfottute di Rise Park insieme al più figo della scuola fosse poi così saggio. E se le solite stronze l'avessero messa in croce? Ma, aveva poi ragionato Aureliana, dopo quel giorno non le avrebbe più riviste, e comunque nemmeno loro avrebbero osato rovinare il momento di gloria di James Fraser.

    Aveva pensato che James avrebbe voluto fare delle prove, ma lui non glielo aveva mai proposto e lei non aveva voluto sembrargli insistente. James sapeva sempre cosa faceva.

    Forse, però, avrebbero dovuto consultarsi almeno sui costumi di scena. Aureliana sapeva che bisognava esagerare, così si era cotonata i capelli in una cofana da soprano e si era impiastricciata il viso di fondotinta compatto. Da quel che poteva vedere ora, invece, James si era limitato a disegnarsi i baffetti con la matita. D'altra parte cosa ci si poteva aspettare? Era alquanto improbabile che James si presentasse con una tutina scollata e un toupet di peli sul petto.

    Gavin si stava inchinando per congedarsi. Oh, Dio, era arrivato il momento! Aureliana non si era mai sentita più importante o speciale dell'attimo in cui James le si affiancò.

    Mr Towers, maestro di cerimonia del Saggio Rock, fece partire la musica. Il ghiaccio secco invase la scena con un sibilo, dopodiché si udirono le note iniziali di Barcelona.

    Salirono sul palco accolti da un coro assordante di applausi e incitazioni. Aureliana lasciò vagare lo sguardo su quei volti adoranti, godendosi un esilarante assaggio di quel che si provava a essere James Fraser, a sentirsi oggetto di tanto entusiasmo e benevolenza.

    Si voltò verso di lui per scambiare un nervoso sorrisetto solidale prima che iniziasse la parte cantata del brano, ma James la stava fissando con uno strano sogghigno, e intanto arretrava per tornare tra le quinte.

    Il primo a colpirla fu un triangolo pralinato verde, che le rimbalzò sulla guancia per ricadere sul pavimento del palcoscenico. Quando un altro missile centrò il bersaglio, secco come un colpo d'elastico contro il corpo, Aureliana provò una fitta allo stomaco. Uno di quelli con la carta viola e la nocciola al centro le sibilò oltre la testa. Lei si scansò, ma solo per ricevere una caramella mou sul mento.

    E da lì in poi le si riversò addosso un vero e proprio uragano di dolciumi, come se l'aria fosse attraversata da raffiche di proiettili multicolori e scintillanti. Mr Towers spense la musica e si mise a strillare per cercare di riportare l'ordine, ma invano.

    Aureliana guardò James, disperata. Era quasi piegato in due dalle risate. Il suo amicone Laurence gli cingeva il collo con un braccio e agitava l'altro in segno d'esultanza.

    Lindsay e Cara piangevano dal ridere: si sorreggevano a vicenda mentre le lacrime rigavano i loro visi imbellettati.

    Aureliana impiegò qualche istante ad accettare quello che stava succedendo, e cioè che era stato tutto programmato fin dall'inizio. Che qualcuno si era dato la pena di comprare dozzine di scatole in latta di dolci per poi distribuirli tra il pubblico. Che era stato dato un segnale per iniziare a lanciarli e che per tutti gli altri quella era la ciliegina sulla torta del saggio scolastico.

    Lentamente, si rese conto che la sua cotta non doveva essere poi così segreta, cosa che le parve ancor più umiliante dell'essere bersagliata da un tornado di caramelle.

    Vide Gavin cercare di manifestare a tutti il proprio sdegno da sotto il suo cappellino da papero.

    James Fraser stava battendo le mani e, nel guardare Aureliana, pronunciò un'unica parola di quattro sillabe, scandendola con chiarezza. Elefante.

    Aureliana aveva imparato da tempo a non piangere sotto pressione. Non soltanto per non dare alcuna soddisfazione ai suoi aguzzini, ma anche perché era dell'idea che, con i bulli, meno si reagiva più rapidamente quelli perdevano interesse. Ora, dunque, non vedeva motivo di infrangere quella regola mettendosi a frignare davanti a una platea tanto vasta quanto ostile.

    Sfortunatamente, appena presa quella stoica decisione, fu colpita all'occhio sinistro da un cioccolatino al cocco e allora iniziarono comunque a lacrimarle entrambi gli occhi.

    1

    Anna si lasciò dietro il pungente freddo autunnale per infilarsi nel caldo umido del ristorante. L'aria risuonava di voci e musica martellante, impostata a un volume che sembrava voler dire: finalmente è iniziato il weekend!.

    «Un tavolo per due, grazie!» strillò Anna, con una punta di nervosismo mista a emozione, il tutto tinto di scetticismo. Ai campionati degli appuntamenti galanti più catastrofici, lei si sarebbe senz'altro aggiudicata il distintivo d'onore.

    Con la pratica, Anna aveva imparato a scegliere delle location affollate e non smaccatamente romantiche, tanto per allentare la pressione. E la nuova moda dei piatti da condividere che arrivavano a più riprese era una vera e propria manna. Con le tradizionali tre portate, non c'era nulla di peggio di un appuntamento mal riuscito e della tragica certezza di dover restare intrappolati nel deprimente valzer dei ma non mi dire! e da dove vieni?, fino al fatidico per me solo un espresso, grazie.

    Ovviamente ci si poteva semplicemente trovare a bere qualcosa, eliminando la cena. Ma Anna aveva bandito l'alcol non accompagnato dal cibo, da quella volta in cui si era svegliata al capolinea della Central Line con qualche sporadico ricordo di come ci fosse arrivata, in mano un secchiello per il ghiaccio a forma di ananas e sul cellulare undici sms con un crescendo di frasi sconclusionate e fantasiose oscenità.

    Una cameriera talmente giovane e trendy da farla sentire a disagio prese il suo nome e la condusse nel seminterrato buio.

    Anna si ritrovò imbottigliata nella calca del bar, attorniata da manager vocianti appena usciti dal lavoro, a chiedersi se quella sarebbe stata la serata giusta.

    Per serata giusta intendeva quella che, nelle sue fantasie, sarebbe stata rievocata nella fastosa cornice dell'Old Rectory, quando il testimone dello sposo avrebbe fatto il suo discorso, trafitto dai raggi di sole che filtravano dalle bifore.

    Per chi di voi non lo sapesse, il primo appuntamento di Neil e Anna è stato combinato su Internet. Pare che lui sia rimasto colpito dal brillante senso dell'umorismo di Anna e dal fatto che lei gli avesse ordinato da bere senza consultarlo. (Pausa inframmezzata da deboli risate.)

    In parte strillando e in parte gesticolando, riuscì finalmente a ordinare un drink per sé e per il suo cavaliere, poi trovò un angolo in cui appostarsi.

    Siamo onesti, si apostrofò, un appuntamento combinato su Internet non è altro che un colloquio per una scopata. La situazione era già abbastanza stressante, che bisogno aveva di farsi dei film sul suo matrimonio immaginario? Non che avesse l'ossessione di sposarsi: aveva semplicemente voglia di trovare una persona speciale. Ma aveva già trentadue anni, e quel bastardo ci stava mettendo un po' ad arrivare. Tanto che Anna iniziava a sospettare che si fosse perso per strada e per sbaglio avesse sposato un'altra.

    Lasciò vagare lo sguardo tra la folla alla ricerca di una lontana parvenza del volto visto in fotografia. Non solo lì dentro era buio pesto, Anna era anche abituata all'inevitabile gap tra le foto del profilo e la realtà. Nel suo profilo Internet aveva cercato di creare il giusto equilibrio tra qualche scatto particolarmente ben riuscito e altri più realistici, per scongiurare la temuta eventualità di leggere delusione sul volto del suo cavaliere al momento dell'incontro. Gli uomini, a suo avviso, erano molto più pragmatici: a loro bastava attirare la preda nella tana, dopodiché puntavano tutto sul savoir-faire.

    «Ciao, sei Anna?»

    Riuscì a girarsi di novanta gradi e nell'oscurità intravide un tizio che le sorrideva con aria compiaciuta. Aveva un aspetto cordiale e innocuo, con capelli castani in via di diradamento. E indossava una giacca a vento. Un capo da montagna quando non erano in montagna. Mmh.

    A prima vista, Anna è rimasta perplessa per il look di Neil, ma sono felice di annunciarvi che oggi è stata lei a scegliere cosa fargli indossare. Altrimenti si sarebbe presentato all'altare vestito di Gore-Tex...

    Comunque aveva un'aria alla mano e affidabile, mentre le sorrideva con i suoi denti distanziati. Quello non era un problema: Anna non era interessata ai belloni. Anzi, li guardava con un certo sospetto.

    «Sono Neil» si presentò lui, stringendole la mano e arrischiandosi a darle un bacetto sulla guancia.

    Anna gli porse il Negroni che aveva tenuto in serbo per lui.

    «Cos'è quello?» chiese Neil.

    «Gin e Campari. Un cocktail molto amato nel mio paese d'origine.»

    «Purtroppo sono fedele alla birra.»

    «Oh.» Anna ritrasse il bicchiere, sentendosi stupida.

    Cristo, non puoi berlo tanto per essere educato?, pensò. E poi: forse in futuro ci rideremo sopra.

    Pare che Anna sia rimasta sconvolta nello scoprire che Neil non beve cocktail, e che lui le abbia fatto un'ottima prima impressione defilandosi in cerca di una birra. Se il buon giorno si vede dal mattino... eh, Neil? (Pausa inframmezzata da altre deboli risate.)

    Anna trangugiò il proprio Negroni e attaccò rapidamente il secondo. In quel momento, con un successo di Madonna degli anni Ottanta che le rimbombava nelle orecchie, si sentì l'epitome della single londinese. Era una sensazione fin troppo familiare, soffrire di solitudine in una stanza così affollata da sfidare le norme di sicurezza antincendio, e avere l'impressione che la vera vita fosse altrove. Proprio in quella che, teoricamente, avrebbe dovuto essere la fase cruciale della sua esistenza.

    No! Bisognava pensare positivo. Anna si ripeté il mantra che aveva già recitato migliaia di volte: quante coppie, alle cene, raccontavano che, all'inizio, non c'era stata la minima attrazione reciproca? O addirittura nemmeno un po' di simpatia?

    Non voleva essere la tipica donna che se ne va in giro con una lista su cui spuntare le varie lacune dei suoi corteggiatori. Era come prendere le misure per un nuovo frigorifero e lamentarsi delle dimensioni dello scomparto freezer.

    Inoltre, ci erano voluti parecchi appuntamenti per giungere alla conclusione che il colpo di fulmine che fa esclamare eccoti qui, finalmente! semplicemente non esiste. Come diceva sempre sua madre, per far scoccare la scintilla bisogna sfregare la legna.

    «Scusa, ma con un paio di quelli sarei già fuori combattimento. Con questa vado sul sicuro» disse Neil, di ritorno con la sua Birra Moretti. Anna desiderò con tutta se stessa che lui si rivelasse simpatico e che la serata fosse un successo.

    «Sì, probabilmente domani mi pentirò di non aver seguito il tuo esempio» strillò sopra la musica e Neil sorrise, convincendola che sarebbe bastata un po' di buona volontà per far funzionare tutto.

    Neil scriveva per una rivista d'affari e tecnologia e, in linea con le comunicazioni intercorse tra loro fino a quel punto, si confermò il tipico bravo ragazzo serio e cortese, che a quel punto avrebbe già dovuto essere sistemato.

    Si erano parlati on-line solo brevemente. Anna era contraria ai corteggiamenti telematici troppo protratti in seguito alla cocente delusione causata da Tom, uno scrittore scozzese che nell'arco di svariati mesi l'aveva conquistata con il suo fascino, il suo humour e le sue allusioni letterarie. Si era ritrovata a vivere nell'attesa di udire il ping delle notifiche dei messaggi in arrivo. Era già mezza innamorata quando, dopo aver finalmente organizzato un incontro, lui l'aveva con una certa mortificazione messa al corrente di a) un periodo di reclusione nell'Ospedale Psichiatrico Rampton e b) una specie di moglie. A quel punto Anna aveva cambiato la sua specie di indirizzo Gmail.

    A mano a mano che l'alcol faceva effetto, si ritrovò a ridere degli aneddoti di Neil sul circo a tre piste del mondo dei convegni e sui vari guru-barra-ciarlatani che ti insegnano come diventare milionario.

    Si erano appena accomodati al tavolo e avevano ordinato una selezione fin troppo ampia di classici piatti assorbi-alcol (polpettine, calamari e pizza), che già Anna aveva iniziato a pensare che forse Neil era esattamente il tipo di potenziale fidanzato a cui valeva la pena di dare una chance.

    «Anna non è un nome italiano?» le domandò lui mentre arpionavano con la forchetta dei calamari impanati per intingerli in una ciotola di salsa aioli.

    «È l'abbreviazione di Aureliana. L'ho cambiato dopo aver finito la scuola. Troppo... infiorettato, trovo» rispose, tenendo la mano a coppa sotto la forchetta mentre il calamaro compiva un ultimo tentativo di fuga verso il mare. «Io non sono un tipo infiorettato.»

    «Ah, no, quello lo vedo» disse Neil, con una aria un po' saccente.

    La mano libera di Anna andò istintivamente ai capelli, come sempre legati a casaccio. Forse avrebbe dovuto pettinarsi un po' meglio. E magari anche applicare del trucco, in aggiunta al balsamo per labbra rosato che si era frettolosamente messa in metropolitana. Niente pubblicità ingannevole, si era sempre detta. Non aveva senso fingersi una bambolina frou-frou per poi rivelarsi una delusione.

    «A proposito, le polpette di maiale e finocchietto sono le migliori» disse Anna. «Le ho provate tutte, te lo posso confermare con certezza.»

    «Vieni qui spesso?» domandò Neil con garbo, e Anna si agitò sulla sedia a disagio.

    «Abbastanza. Con gli amici, oltre che per le uscite a due.»

    «Non c'è niente di male. Abbiamo trent'anni passati. Con me non devi fingere di essere una santarellina» le disse, e Anna trovò abbastanza sgradevole che lui avesse volutamente sottolineato il suo imbarazzo. Anche se forse era solo un tentativo maldestro di metterla a proprio agio.

    La conversazione divenne faticosa per via di una canzone di Prince particolarmente incalzante, una di quelle piene di squittii e gridolini.

    «In verità sono poli» disse Neil a un tratto.

    Aveva detto Polly? «Prego?» Anna si sporse in avanti in reazione al frastuono, la forchetta a mezz'aria.

    «Poli come poligamo. Persone che hanno diversi partner. Ognuno dei quali sa che ci sono degli altri.»

    «Ah, sì. Capisco.»

    «È un problema?»

    «Certo che no!» esclamò Anna con un entusiasmo forse eccessivo, indaffarandosi a ripulire il piatto e intanto pensando tra sé: non saprei.

    «Non credo che la monogamia sia una condizione naturale, eppure capisco che molte persone la cerchino. Ma per la donna giusta sono disposto a fare un tentativo» sorrise.

    «Ah.» Buon per te!

    «E tanto vale che ti dica anche che mi interessano le pratiche sadomaso soft. Tra etero, ben inteso, ma diciamo che il sesso alla vaniglia non mi piace.»

    Anna si esibì in un sorriso che era piuttosto una smorfia, sentendosi molto tentata di dire: scusa, ma non parlo la tua lingua.

    Che cosa avrebbe dovuto farsene di quell'informazione? Certo che negli appuntamenti al buio si andava subito sul personale, su quello non c'era dubbio.

    «Per carità, non sono poi così trasgressivo» proseguì Neil. «Ho provato il figging. Ma non mi spingerei mai fino al gorilla rasato, ahahah.»

    Stava parlando di depilazione e animali in camera da letto? E il figging? Che roba era?

    Anna non era più delusa. La delusione era un'uscita autostradale già superata. Adesso stava attraversando l'area dello sbigottimento selvaggio e, di quel passo, non avrebbe esitato a rifugiarsi nel primo Autogrill.

    «E tu?» chiese Neil.

    «Io cosa?»

    «Che cosa ti piace?»

    Anna aprì la bocca per rispondere, ma s'inceppò. Di norma sarebbe partita con un bel non sono affari tuoi, ma quello era un appuntamento galante, dunque, in teoria, quelli erano sì affari suoi. «Oh, mmh... Il solito sesso.»

    «Il solito sesso.» Oddio. Era impreparata sull'argomento e aveva bevuto troppo. Era come quella volta in cui, un'estate, si era candidata per un lavoretto stagionale in un cinema. Durante lo spassoso processo di selezione le avevano chiesto: «Se fossi la farcitura di un panino, che farcitura saresti?».

    Le si era svuotata la mente e aveva risposto: «Formaggio.»

    «Solo formaggio?»

    «Solo formaggio.»

    «E perché?»

    «Perché è normale.»

    Formaggio normale e il solito sesso. Non avrebbe nemmeno dovuto proporsi su Internet.

    Neil la scrutò da sopra l'orlo del bicchiere dell'acqua.

    «Oh. Okay. Chissà perché, dal tuo profilo avrei detto che, pur presentandoti come eteronormativa, tu fossi in verità genderqueer

    Anna non volle ammettere di non aver capito gran parte della frase.

    «Scusa se posso sembrarti un po' brutale» continuò Neil. «Sono un grande sostenitore dell'onestà. Credo che la maggior parte delle relazioni fallisca a causa delle bugie e dell'ipocrisia, e perché si finge di essere ciò che non si è. Preferisco dirti subito: Io sono fatto così ed essere completamente sincero, piuttosto che arrivare al quarto appuntamento e sentirti dire: Ma come?» Neil sollevò le mani, sorridendole con fare rassicurante, «Ti piace farti pisciare addosso?»

    E allora, signore e signori, vi chiedo di levare i calici e fare un bel brindisi alla felice coppia, Neil e Anna. E cin cin alla sposina. Bevi, cara, meglio avere la vescica piena per dopo.

    2

    «Okay, ho sguinzagliato l'Ispettore Google su questa stronzata del gorilla rasato» annunciò Michelle, strizzando gli occhi per guardare lo schermo dell'iPhone, nell'altra mano una Marlboro Light il cui fumo si inanellava verso il soffitto della sala vuota.

    Anna non avrebbe mai retto alla sfilza di appuntamenti disastrosi senza la certezza di potersi rifugiare dagli amici a fine serata. Per sua fortuna i loro orari lavorativi li rendevano assai più predisposti a condividere un bicchiere della staffa piuttosto che alle tipiche uscite serali.

    La tradizionale cucina inglese con un tocco in più di Michelle era il fiore all'occhiello di The Pantry, ristorante di Islington situato nei pressi di Upper Street. L'edificio era un monumento classificato per il suo interesse storico, con lampadari antichi, palme in vaso e boiserie di legno chiaro. Il tipico posto dove, negli sceneggiati della BBC ambientati in tempo di guerra si consumavano tresche amorose con tizi chiamati Freddie e i protagonisti usavano spesso espressioni come una gran brutta faccenda.

    Daniel, che da tempo immemore gestiva la sala nel ristorante di Michelle, era uno di quei maître semifamosi che la rivista Time Out era solita definire un personaggio. La parola personaggio avrebbe anche potuto essere un eufemismo per insopportabile rompiscatole, se non fosse stato che Daniel possedeva un mix genuino di fascino ed eccentricità.

    In parte era per il suo aspetto: un ciuffo di folti capelli color sabbia, barba a cespuglio e occhiali con lenti a fondo di bottiglia che gli facevano due occhi da cartone animato. In pratica, sembrava l'incrocio tra un personaggio dei Looney Tunes e un professore della Open University. Si vestiva come Taddeo Rospo, con completi vintage di tweed, e parlava con una cadenza affettata e vecchio stile, una specie di Alan Bennett in versione giovanile.

    I tre amici si trovavano spesso a bere qualcosa, dopo che Michelle aveva chiuso il locale, allungati sui divani dell'area di attesa, le candele sui tavoli ridotte a monconi. Michelle aveva un'aria molto professionale, con la casacca bianca da chef e le Crocs rigorosamente adibite alla cucina. I suoi capelli corti e lucenti, tinti dello stesso identico rosso del pollo tandoori servito al ristorante indiano, erano perennemente infilati dietro le orecchie. Aveva giganteschi occhi nocciola, una bocca generosa che sembrava dipinta e un fisico statuario con un petto alquanto florido a prua. Una top model d'altri tempi intrappolata in un'epoca dove la gente, invece di definirla semplicemente bella, le dava della bella ragazzona.

    «Forse non è una perversione» disse Daniel, intento a spazzare il pavimento all'altro capo della sala. «Forse lo fanno tutti tranne noi. Il gorilla rasato, il pollo ballerino e la... lepre in salmì.»

    «Ho avuto nel menu la lepre in salmì e ti assicuro che non chiameresti mai così una pratica erotica, vista la brutta fine che fa la lepre» intervenne Michelle, continuando a guardare il cellulare.

    Daniel mise giù la scopa e le raggiunse.

    «Qualcuno oggi mi ha chiesto come mai non porto una retina sui capelli» disse in tono assente, versandosi un goccio di porto dall'assortimento di bottiglie sul tavolino.

    «Cosa? Chi? Non gli hai risposto: Non siamo in salumeria?» domandò Michelle.

    «Dovresti portare una retina sui capelli e non sulla barba?» chiese Anna.

    «No, hanno detto che è antigienica anche quella.»

    «Una retina per barba? Già, cosa c'è di più rassicurante di uno che ti serve da mangiare con una mascherina da chirurgo?» disse Michelle. «Aspetta un attimo. Chi te l'ha chiesto? Erano quelli del tavolo cinque, tra cui c'erano un vegano, un celiaco e uno che nell'insalata noci e gorgonzola ha chiesto di togliere il formaggio e aggiungere altra insalata?»

    «Già.»

    «Chissà come ho fatto a indovinare. Una combriccola di masochisti.»

    «Togliere il formaggio?» domandò Anna. Avrebbe potuto arrivarci da sola, ma a quel punto era piuttosto sbronza.

    «Un americanismo. Che moda irritante! Credono di essere in paninoteca, dove si può dire: senza maionese, con sottaceti extra» commentò Michelle.

    «Purtroppo viviamo in un'era di cazzoni schizzinosi e non possiamo farci niente» disse Daniel.

    Tra la zeppola e l'accento dello Yorkshire, lo pronunciò come cafoni fchizzinosi, rendendo l'espressione perfettamente innocua. Era quella l'arma segreta con cui Daniel affrontava i problemi, pensò Anna. Qualsiasi fossero le parole, venivano sempre enunciate con garbo.

    Michelle fece scorrere l'indice sullo schermo del telefono. «Beccato! Il gorilla rasato... oddio» disse, mentre leggeva. «Non sono sicura che i nostri nonni siano morti per questo.»

    «In fondo quel tizio ha detto che non è tra le sue preferenze, no?» disse Daniel.

    «Dan, svegliati! Presentare un'idea come se si volesse solo scherzare è una classica tecnica di persuasione» osservò Michelle scuotendo la testa. «Preparatevi, perché è piuttosto schifoso e c'è di mezzo parecchia sborra.» Girò lo schermo del telefono in direzione di Anna che strizzò gli occhi per leggere e fece una smorfia.

    «Volete che provi con il figging?» chiese Michelle.

    «No! Non voglio provare il figging! Voglio incontrare un bravo ragazzo che vuole fare del normalissimo sesso solamente con me. È davvero così fuori moda?»

    «Ciò che non è mai stato in non può nemmeno diventare out» decretò Daniel, sistemandosi i baveri della giacca mentre Anna gli assestava un leggero pugno sulla spalla.

    3

    «Insomma, dov'è finito il romanticismo, il mistero?» continuò Anna, sollevando il bicchiere per un rabbocco. «Mr Darcy diceva: lasciate che vi dica con quanto ardore io vi ammiri e vi ami. Non: lasciate che vi dica che mi piace fare questo giochino con lo sperma.»

    «Non siamo nell'epoca adatta ad Anna» convenne Michelle. «Non c'è abbastanza formalità, il corteggiamento è inesistente. Ma, sai, se fossi vissuta ai tempi di Jane Austen avresti dei denti orrendi e sette figli, tutti partoriti senza epidurale. Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. Che cosa ti aveva attirato di questo Neil, prima di conoscerlo di persona?»

    «Mmh. Sembrava abbastanza sano di mente e gradevole.» Anna si strinse nelle spalle.

    Michelle spense la sigaretta in una tazzina di caffè Illy attualmente in servizio come portacenere. Cercava continuamente di smettere, ma poi ci ricadeva subito.

    Anna e Michelle si erano conosciute alla Weight Watchers quando avevano poco più di vent'anni. Anna aveva completato il programma con successo, Michelle no. Un giorno, mentre la loro garrula caposetta le incitava strillando: «Una mente forte ha bisogno di un corpo forte!», Michelle aveva risposto a voce alta, nel suo marcato accento dell'ovest: «Disse Mister Universo a Stephen Hawkins». E poi, nel silenzio allibito, aveva aggiunto: «'Fanculo, vado a farmi una secchiata di pollo fritto». Quella settimana Anna aveva saltato la pesata rituale, ma aveva trovato un'amica del cuore.

    «Non ti sembra di mirare troppo in basso accontentandoti di abbastanza sano di mente e gradevole? Ho assunto del personale ben al di sopra di questo standard.»

    «Non saprei. Ho appena trascorso una serata con un tizio il cui hobby è fare pipì addosso agli altri e che pretendeva di sapere che cosa mi piace a letto. In confronto a questo, sano di mente e gradevole mi sembra già tanto. Prova a cercarti un uomo su Internet e vedrai che anche le tue aspettative cadranno in picchiata.»

    Michelle conosceva dei tizi da chiamare quando aveva voglia di una scopata. Si era fatta spezzare il cuore da un uomo sposato e adesso era decisa a non andare in cerca di nuove delusioni.

    «È proprio quel che intendo, tesoro. Se cercando qualcuno di affidabile hai trovato questo, perché non fare un tentativo con Mr Eccitante?»

    «Ammesso e non concesso che Mr Eccitante accetti di incontrarmi, non voglio poi essere costretta ad affrontare la sua delusione quando mi vedrà.»

    Vi fu una breve pausa, durante la quale Frank Sinatra continuò indisturbato a cantare Strangers in The Night dallo stereo sotto la cassa, tenuto insieme con il nastro isolante.

    «Glielo diciamo o no?» chiese Michelle guardando Daniel. «Fanculo, glielo dico io. Anna, esiste la modestia, ed è una gran bella virtù. Ma c'è anche una tendenza a svilirsi che rasenta l'autolesionismo. Sei fantastica. Di quale delusione stai parlando?»

    Anna sospirò e si abbandonò contro lo schienale del divano.

    «Be', non poi così fantastica. Altrimenti non sarei single da una vita.»

    La nonna inglese di Anna ripeteva spesso una triste massima, sul destino solitario di chi coltiva aspirazioni romantiche al di sopra delle proprie possibilità: respinse un pretendente senza cavallo, ma nessun cavaliere s'interessò mai a lei.

    Anna l'aveva sempre trovata inquietante. «Che cosa significa?»

    «Certe donne credono di valere troppo per gli uomini che le vogliono, ma poi scoprono di non valere abbastanza per gli uomini che piacciono a loro. E così restano da sole.»

    Maude era stata una pessimista a trecentosessanta gradi. Ma d'altronde i pessimisti avevano ragione su parecchie cose.

    «Da dove arriva questo tuo complesso di inferiorità?» chiese Michelle.

    «Dalla scuola.»

    Pausa. Ovviamente Michelle e Daniel conoscevano la storia, compreso l'epilogo del Saggio Rock. E conoscevano anche L'Evento che si era verificato dopo. La pausa di silenzio fu tesa, per quanto si potesse essere tesi all'una di notte, stravaccati sui divanetti e con molto alcol in corpo.

    Saggiamente, Michelle smorzò i toni cambiando per un attimo argomento.

    «Non sono sicura che frequentare noi due ti faccia bene. Non ti siamo di nessun aiuto. Io sono perennemente single e Dan... è sistemato.»

    Ci fu un'altra pausa, poiché Michelle aveva usato l'espressione sistemato con una riluttanza venata di scetticismo.

    Daniel stava con quella mollacciona di Penny da quasi un anno. Lei cantava in una di quelle band folk che si accompagnavano con i violini chiamata The Unsaid Things e soffriva di Sindrome da Fatica Cronica. Michelle era molto scettica riguardo a questa malattia e sosteneva che Penny fosse in verità affetta dalla Sindrome da Lamento Cronico. Daniel l'aveva conosciuta quando Penny aveva lavorato a The Pantry come cameriera. Era stata licenziata per incapacità, dunque Michelle si sentiva autorizzata ad avere un'opinione sul suo conto. Un'opinione assai poco lusinghiera.

    «Sì che mi aiutate. Mi state aiutando proprio adesso» disse Anna.

    «A proposito» disse Michelle indicando una ciotola sul tavolo. «Avrai sentito parlare dell'Omelette alla Arnold Bennett. Be', queste sono Uova alla Scozzese direttamente dal buffet di Arnold. Provale.»

    In barba ai suoi modi bruschi, Michelle era incredibilmente buona e generosa, tanto che quel giorno aveva preparato il cibo per la veglia funebre di Arnold, un cliente passato a miglior vita.

    «È da un'ora che le sto buttando giù una dopo l'altra, ma mi sento in colpa a mangiare le uova di un morto» disse Daniel.

    «Erano per la veglia, Daniel» sottolineò Michelle. «Nessuno partecipa alla propria veglia. Quindi non sono di Arnold.»

    «Ah, okay» disse Daniel. «Uovo avvisato mezzo salvato.» Prese un uovo e si mise a mangiarlo come una mela.

    «È passato a portarmele il fratello di Arnold e mi ha riferito le sue ultime parole. Be', in senso stretto, le sue penultime parole, visto che le ultimissime sono state: No, Ros, la limonata no, ma non erano altrettanto profonde. Allora, siete pronti? C'è da tirare fuori i fazzoletti.»

    Anna la fissò con sguardo assente e annuì.

    Michelle scrollò la sigaretta. «Ha detto che rimpiangeva di aver sprecato così tanto tempo ad aver paura.»

    «Paura di cosa?» domandò Anna.

    Michelle si strinse nelle spalle.

    «Non l'ha detto. I vari terrori della vita, suppongo. Temiamo un sacco di cose che non potranno mai ucciderci, no? Le cose che per tutta la vita ci sforziamo di evitare. Poi, quando siamo alla fine, ci rendiamo conto che ciò di cui avremmo dovuto avere paura era una vita trascorsa a evitare quelle cose.»

    Enjoying the preview?
    Page 1 of 1