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Ti sei scordato di me?
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Ti sei scordato di me?

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About this ebook

Il primo amore non si scorda mai… o no?

Non c’è niente di peggio che essere licenziati dal peggior ristorante della città, tranne forse arrivare a casa del proprio fidanzato e sorprenderlo a letto con un'altra. Per riprendersi dalla doppia umiliazione di essere stata piantata in asso due volte in un solo giorno, Georgina accetta il primo lavoro che le offrono: fare la barista in un pub che ha appena aperto i battenti.
C’è un solo problema: uno dei due proprietari è il ragazzo di cui si era follemente innamorata a diciotto anni. E per giunta non si ricorda di lei. Per niente. Ma in fondo Georgina ha degli amici fantastici e una favolosa pelliccia rosa… cosa potrebbe volere di più?
Lucas McCarthy non solo è più affascinante che mai, ma è anche diventato un uomo di successo, con una fiorente attività e persino un cane simpaticissimo. Rivederlo è un duro colpo per la già bassa autostima di Georgina, e oltre a sottolineare l’incertezza del suo burrascoso presente riporta in superficie un penoso segreto del passato. Soltanto lei sa che cosa è successo dodici anni prima, e perché da allora i ricordi non hanno mai smesso di tormentarla. Ma forse non è troppo tardi per la verità… e nemmeno per una seconda chance con l’unico uomo che abbia mai veramente amato.
Dall’irresistibile penna di Mhairi McFarlane, una storia appassionante, divertentissima e deliziosamente romantica, perfetta per chi ha amato Bridget Jones.
LanguageItaliano
PublisherHarperCollins Italia
Release dateJun 25, 2020
ISBN9788830516694
Ti sei scordato di me?
Author

Mhairi McFarlane

Nata in Scozia nel 1976, dopo aver lavorato come giornalista si è dedicata alla scrittura e i suoi romanzi, tradotti in 16 lingue, sono diventati dei bestseller internazionali. Vive a Nottingham con il compagno e il suo inseparabile gatto. Con HarperCollins ha pubblicato Non sono io, sei tu e Se l'amore ci mette lo zampino.

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    Ti sei scordato di me? - Mhairi McFarlane

    A QUEL TEMPO

    Tapton School, Sheffield, 2005

    «Tu mi amavi, dunque che diritto avevi di lasciarmi? (…) Poiché (…) nulla di ciò che Dio o Satana potevano infliggerci, avrebbe […] mai potuto dividerci; sei stata tu, di tua spontanea volontà, a farlo. Io non t’ho spezzato il cuore – te lo sei spezzato da te e, così facendo, hai spezzato anche il mio.»

    Il più truce dei miei compagni di classe, David Marsden, sollevò lo sguardo e si pulì il mento con la manica. Aveva interpretato il romanzo gotico di Emily Brontë con la stessa verve con cui avrebbe letto un menu di Pizza Hut. Per un maschio adolescente era importante mantenere un tono piatto, per evitare che gli altri lo accusassero di essere un finocchio totale.

    L’afa sciropposa tipica dell’estate inoltrata, quella che ti fa sentire i vestiti sporchi entro mezzogiorno, rendeva l’aula opprimente. Nel nostro palazzo-scatolone anni Sessanta, le finestre erano aperte a metà, stile condizionatore dei poveri, e si udiva in lontananza il chiasso del campetto della scuola.

    «Grazie, David» disse Mrs Pemberton, mentre lui chiudeva il libro. «Cosa pensate che voglia dire Heathcliff in questo passo?»

    «È di nuovo scazzato perché lei non gliela dà» rispose Richard Hardy, e noi scoppiammo a ridere, non solo perché aveva ritardato il momento della discussione intellettuale vera e propria, ma perché era stato proprio lui, Richard Hardy, a fare la battuta.

    Ci furono altri borbottii, ma nessuna vera risposta. Mancavano sei settimane agli esami finali e gli animi erano un mix di febbrile eccitazione per la libertà imminente e panico per la resa dei conti in vista. I tormentati abitanti di quelle pagine cominciavano a darci sui nervi. Provate ad averceli davvero dei problemi, tipo i nostri.

    «Dunque che diritto avevi di lasciarmi? suona un po’ inquietante, no?» dissi io, visto che nessun altro aveva intenzione di spezzare quel lungo silenzio. Mrs Pemberton sarebbe potuta diventare irascibile se avessero continuato così e ci avrebbe dato più compiti a casa. «Intendo, l’idea che Cathy doveva stare con lui, altrimenti si meritava l’infelicità è un po’… bah!»

    «Interessante punto di vista. Quindi non credi che Heathcliff sia giustificato quando dice che lei, rinnegando i suoi sentimenti, ha rovinato la vita a entrambi?»

    «Ecco…» Feci un respiro profondo. «È quella cosa che il suo amore per Heathcliff è come le rocce nascoste, eterno, ma che non le dà nessun piacere» conclusi in tutta fretta, vista la sicura ilarità che si sarebbe scatenata alla parola piacere. «Non sembra ci sia da divertirsi. Si parla solo dei suoi obblighi nei confronti di Heathcliff.»

    «Forse perché l’amore che condividono è più profondo ed elementare, romantico ma fuori dagli schemi?»

    «Quello di sicuro è fuori di testa» disse una voce maschile. Girai lo sguardo e Richard Hardy mi fece l’occhiolino. Il mio battito accelerò.

    La mia insegnante aveva un modo irritante di prendermi sul serio e costringermi a riflettere davvero. Una volta mi aveva trattenuta dopo la lezione per dirmi: «Sminuisci la tua intelligenza per migliorare la tua reputazione tra i compagni. C’è un mondo fuori da queste mura, Georgina Horspool, e i risultati dei tuoi esami ti porteranno molto più lontano delle loro risate. Anche le facce carine invecchiano, sai?».

    Subito dopo ero furiosa, provai quel tipo di rabbia che riservi alle persone che ti accusano di qualcosa di assolutamente vero. (Mi aveva fatto abbastanza piacere quel faccia carina, però. Non pensavo di essere carina, e ci sarebbe voluta un’eternità prima di invecchiare.)

    In classe si sollevò un brusio e nell’aria aleggiò un generale disinteresse per Cime tempestose.

    Mrs Pemberton, che aveva avvertito il fatale dileguarsi dell’attenzione al testo, sganciò la bomba.

    «Ho deciso che cambierete posto. Non credo che sedere di fianco ai vostri amici faccia bene alla concentrazione.»

    Cominciò ad andare in giro per i banchi e, tra molte lamentele, a spostarci uno sì e uno no. Ero sicura di potermela cavare senza troppi problemi.

    «Joanna, tu puoi restare al tuo posto, mentre tu, Georgina, vai al primo banco.»

    «Cosa?! E perché?»

    Com’è ovvio, i primi banchi erano riservati agli studenti problematici, ai pigri o agli emarginati; tutto ciò era profondamente ingiusto.

    La disposizione dei posti a sedere rispettava delle caste invisibili ma severe: gli sgobboni e i tipi strani davanti. Chi era mediamente apprezzato e lavorava per avere buoni voti, come me e Jo, in mezzo. In fondo le ragazze e i ragazzi più fighi, come Richard Hardy, Alexandra Caister, Daniel Horton e Katy Reed. Voci dicevano che Richard e Alexandra avevano una storia, ma in un certo senso anche no, perché loro erano fighi.

    «Su, cambia posto.»

    «Cavolo, prof…»

    Mi alzai con un sospiro e buttai le penne in borsa a una velocità che sottolineava la mia riluttanza.

    «Benissimo. Sono sicura che a Lucas farà piacere averti lì» disse Mrs Pemberton con il dito puntato nella sua direzione. Frase inopportuna, che causò un serpeggiare di risatine.

    Lucas McCarthy. Uno sconosciuto che se ne stava per conto suo, come ogni futuro assassino. Non una piaga sociale, d’accordo, ma non l’avrei certo scelto come vicino di banco.

    Era magro, con un mento a punta che gli dava un’aria un po’ deperita. E irlandese, lo si capiva dai capelli neri dal taglio corto un po’ arruffato e dalla carnagione pallida. Alcuni burloni lo chiamavano Gerry Adams, il terrorista, ma non davanti a lui perché, a quanto pareva, suo fratello era un duro.

    Lucas mi stava guardando dal basso, cauto, gli occhi scuri e seri. Ero sorpresa dalla facilità con cui riuscivo a leggergli in volto un vago timore. L’avrei umiliato in pubblico manifestando il mio disgusto per lui? Sarebbe stato uno strazio? Doveva stare sul chi vive?

    Nel vedere la sua preoccupazione, all’improvviso vidi anche me stessa. Mi faceva star male il pensiero di essere il tipo di persona da cui aspettarsi cose simili.

    «Mi spiace per l’imposizione» dissi lasciandomi cadere sulla sedia. Avvertii la tensione cedere di un millimetro. (Mi piace usare vocaboli forbiti, ma con fare ironico e noncurante, casomai gli altri pensino che sia solo per farmi notare. Mrs Pemberton, quindi, mi aveva inquadrata.)

    «Ecco qui la traccia su cui dovrete lavorare insieme fino al termine della lezione, mentre venerdì discuteremo le vostre scoperte: Cime tempestose parla d’amore? Se sì, di che tipo? Decidete tra di voi chi scrive» disse Mrs Pemberton.

    Io e Lucas, a disagio, ci scambiammo un sorriso.

    «Sei tu l’intellettuale, quindi sarà meglio che io scriva» disse Lucas annotando la traccia in caratteri illeggibili su un foglio A4 a righe.

    «Dici? Grazie.»

    Sorrisi di nuovo, incoraggiante. Vidi Lucas illuminarsi. Rovistai a ritroso nel mio database di ricordi cercando un qualsiasi dettaglio qualunque, anche minimo, che lo riguardasse. Era arrivato quando eravamo già al triennio, motivo per cui era al margine di tutto.

    Portava sempre le stesse magliette nere con immagini un po’ sbiadite, che si erano rovinate durante i lavaggi, e tre pezzetti di corda rossi e blu come braccialetti. Per questo motivo, ricordo che uno dei ragazzi l’aveva chiamato lo zingaro (non davanti a lui, perché suo fratello era un duro). Nella sala comune si sedeva spesso da solo a leggere riviste di musica, con il piede nella Dr. Martens chiodata in equilibrio sul ginocchio.

    «Sono d’accordo con te su Heathcliff» disse lui. «Sembra più un lupo mannaro che una persona, no?»

    Mi accorsi di aver passato due anni nella stessa scuola di Lucas, nelle sue stesse aule, e di non avergli mai rivolto la parola. Mi aveva parlato sottovoce, con una leggera cadenza irlandese. Mi aspettavo un accento locale. Non gli avevo mai prestato alcuna attenzione.

    «Davvero! Un grosso cane arrabbiato.»

    Lucas mi sorrise e cominciò a scrivere.

    «Non lo so, mi dà fastidio che Cathy debba prendersi la colpa di tutto» dissi io. «Una sola decisione sbagliata e tutto va a puttane per intere generazioni.»

    «Immagino che se avesse preso la decisione giusta la trama sarebbe andata a farsi benedire, no?»

    Ridacchiai. «Hai ragione. In quel caso il titolo sarebbe stato Vi presento gli Heathcliff. Aspetta, ma se il cognome è Heathcliff, qual è il nome?»

    «Credo che abbia un nome solo. Come Morrissey.»

    «O forse è Heathcliff Heathcliff.»

    «Non c’è da meravigliarsi che sia incazzato nero.»

    Scoppiai a ridere di nuovo. Lucas, me ne resi conto, non era silenzioso perché era stupido, ma perché preferiva osservare e ascoltare. Era come aprire un’insignificante scatola di legno per poi trovarvi all’interno una quantità di oggetti preziosi. Era insignificante? Ci riflettei bene.

    «Non credo sia una sua decisione, comunque…» disse Lucas con esitazione, mentre continuava a tastare il terreno tra di noi. «Voglio dire, non è colpa del denaro, della classe sociale, di tutte quelle storie lì, e non sua? Lei pensa di essere troppo per lui, ma solo perché gliel’hanno fatto credere i Linton. Sono cresciuti in maniera diversa, dopo l’incidente con il cane. Forse è del cane, la colpa.»

    Masticò la biro e mi sorrise guardingo. Era cambiato qualcosa, tutto. Non sapevo ancora che i piccoli momenti potevano essere incredibilmente grandi.

    «Sì. Quindi riguarda l’amore distrutto da…» Volevo fare una buona impressione. «… un ambiente inospitale.»

    «Ma è davvero distrutto? Lei continua a tormentarlo, anni dopo, come un fantasma. Direi che prosegue, ma in forma diversa.»

    «In una forma perversa, amara, senza speranza, piena di rabbia e senso di colpa, dove lui non può più nemmeno sfiorarla?» dissi io.

    «Sì.»

    «Sembrano i miei.»

    In passato avevo già fatto battute di un certo successo, ma non credo di essere mai stata più entusiasta di vedere qualcuno sbellicarsi così. Ricordo di aver fatto caso a quant’erano bianchi i denti di Lucas e di aver pensato che non avevo mai visto la sua bocca aprirsi a sufficienza per notarli prima di allora.

    È così che cominciò, ma cominciò sul serio con quattro parole, tre lezioni dopo.

    Erano scritte su un foglio A4 a righe, alla fine dei lavori di gruppo condivisi sul Ruolo del soprannaturale. Avevamo dovuto scambiarci spesso il raccoglitore e i nostri commenti, cercando di fare una buona impressione l’uno sull’altra.

    Ebbi un attimo di confusione quando il mio sguardo si posò su quella frase solitaria, poi una sensazione di calore mi si diffuse su per il collo e giù per le braccia.

    Amo la tua risata. X

    Era lì, un’inattesa nota a piè di pagina scritta con la Bic blu, una frase così semplice che per poco l’avevo ignorata. Perché non mi aveva mandato un sms? (Ci eravamo scambiati i numeri, nel caso in cui fossero sorte domande impellenti sulla Brontë.) Sapevo perché. Un messaggio diretto sarebbe stato inequivocabile. Questo l’avrebbe potuto negare, se necessario.

    Quindi era ricambiata, quella nuova ossessione per la compagnia di Lucas McCarthy. Non avevo mai provato una scintilla simile prima di quel momento, e di certo non con un ragazzo la cui pelle, mi ero resa conto, assomigliava all’interno di una conchiglia.

    Ero passata dal non far caso a Lucas al notarlo costantemente. Avevo sviluppato il fiuto di un predatore alfa: potevo dire in qualsiasi momento dov’era nella sala comune, senza neanche muovere lo sguardo nella sua direzione.

    Alla fine avevo scritto sotto, tremante:

    Anch’io amo la tua. X

    Restituii il raccoglitore a Lucas alla fine della lezione successiva, mentre ci lanciavamo occhiate colpevoli per poi distogliere lo sguardo. Quando gli appunti tornarono in mio possesso, la pagina mancava.

    Non sapevo cosa si provasse a essere innamorati, non mi era mai capitato prima. Scoprii che lo si riconosce facilmente, quando arriva.

    Trovavamo ogni scusa per ripassare insieme dopo le lezioni e il bel tempo era un ottimo pretesto per incontrarsi fuori, nel giardino botanico.

    Uscivamo insieme, ma i quaderni e i libri per il ripasso sparpagliati sull’erba erano la nostra foglia di fico. Davvero, avrei abbracciato Mrs Pemberton.

    All’inizio parlavamo senza sosta, divoravamo informazioni. La sua vita a Dublino, le nostre famiglie, i nostri piani per il futuro, i nostri dischi, film e libri preferiti. Quel ragazzo irlandese cupo, serio e laconico era una sorpresa continua. Dovevo scoprirlo da sola, perché lui non lasciava trasparire nulla: né l’umorismo pronto e fulminante, né la quantità di sguardi che avrebbe potuto catturare semplicemente camminando dritto, e nemmeno il suo acume. Era riservato. Per contro, io mi sentivo incontenibile.

    Quando parlavo, lui si concentrava intensamente su di me. Attraverso l’interesse affascinato di Lucas, guardavo me stessa in modo diverso. Ero apprezzabile. Non dovevo nemmeno sforzarmi troppo.

    La terza volta che ci incontrammo nel giro di cinque giorni, Lucas mi si avvicinò per sussurrarmi qualcosa all’orecchio riguardo a un gruppo di ragazzi vicino a noi e io ebbi un brivido. Era un espediente, non aveva bisogno di avvicinarsi tanto e io sentii che il motore saliva di giri.

    Mi disse, cercando di sistemarmi la coda di cavallo sulla schiena: «Sono veri?».

    Scoppiammo in risate isteriche.

    «Sono veri per il colore! Il colore! È questo che intendevo. Oh, Dio…»

    Mi asciugai le lacrime. «Sì, questa parrucca è del mio vero colore. Me le faccio fare tutte uguali.»

    «Sono bellissimi» disse Lucas senza pensarci, fiaccato dalle risate.

    Trattenemmo entrambi il fiato, ci guardammo con intensità ed ecco fatto, ci baciammo.

    Da allora, cominciammo a ripassare insieme ogni giorno. Abbattuta la barriera con quel bacio, ogni volta che ci incontravamo i nostri sentimenti si espandevano sempre di più. Ci sussurravamo segreti, paure e desideri, quell’intimità rischiosa aumentava di continuo. Mi aveva dato un nomignolo affettuoso. Nessuno mi aveva mai vista in questo modo. Non avevo mai osato farmi vedere così.

    Prima di incontrare Lucas, il mio corpo era qualcosa per cui angosciarmi e dispiacermi: non ero abbastanza magra, avevo il seno eccessivamente grande, le cosce si toccavano troppo. Stretta a lui, ho imparato ad amarlo. Nonostante fossimo completamente vestiti, non potevo non accorgermi del notevole effetto che aveva su di lui: il calore tra di noi, il battito del suo cuore, i nostri respiri affrettati. Mi spingevo contro di lui così da poter sentire il rigonfiamento nei suoi jeans e pensare: L’ho causato io. L’idea di avere un posto tutto nostro dove le nostre pelvi avrebbero potuto scontrarsi era quasi troppo eccitante per prenderla in considerazione.

    Mantenemmo tutto segreto. Non so davvero perché. Non lo avevamo concordato.

    A scuola, il fatto che due si mettessero insieme era ancora soggetto a un ridicolo stigma. Non sarei riuscita ad affrontare gli schiamazzi e gli applausi nei corridoi, le gomitate, i sorrisetti e le domande su cosa avevamo fatto, che ci avrebbero infiammato i volti. Sapevo che mi avrebbero presa in giro, molto più di lui. Per i ragazzi, una conquista era una conquista e, a dirla in modo brutale, io piacevo abbastanza, lui no. Mi avrebbero presa in giro e bersagliata di commenti spiacevoli, mentre le ragazze avrebbero detto: «Bleeeah…».

    Era molto più facile aspettare, perché presto la cattività – la scuola con le sue regole crudeli – sarebbe finita.

    Non esagero nel dire che il primo maschio che vide il mio vestito per la festa del diploma restò a bocca aperta, ammaliato. Purtroppo, aveva otto anni e dunque non contava niente.

    Mentre uscivo di casa nella sera tiepida, tutta in ghingheri e fronzoli, il figlio del vicino della porta accanto, con l’aiuto del bastoncino mangiucchiato di un ghiacciolo, stava facendo oscillare il batacchio della porta per farsi aprire. Aveva la bocca color lampone fluo.

    «Perché hai la faccia così luminosa?» mi disse, che suonerebbe come se avesse capito come mi sentivo, se non fosse che si riferiva ai sessantotto cosmetici che avevo usato per intonacarmi.

    «Non rompere, Willard» ribattei io, allegra. «Guarda com’è messa la tua.»

    «Riesco a vederti le tette!» aggiunse, e sfrecciò in casa prima che potessi dargli un ceffone.

    Mi sistemai il vestito e cominciai a preoccuparmi che Willard, che non era certo uno stagista di Vogue con la sua felpa del Mondo di Elmo, avesse ragione: forse era troppo. Era rosso cupo, con una scollatura a cuore abbastanza profonda, e io avevo un seno che si faceva valere già da solo. Mentre mi preparavo ero stata distratta dal pensiero che per la prima volta nella mia vita indossavo della lingerie sapendo che non sarei stata io a levarmela. L’idea mi dava le vertigini.

    Io e Lucas avevamo fatto un patto. Le sessioni di pomiciate da vestiti erano diventate tanto frustranti quanto eccitanti, e avevo suggerito che saremmo potuti rimanere insieme in città dopo il ballo di fine anno. L’avevo detto con aria disinvolta, quasi fosse la cosa più ovvia da fare. Avevo anche provato a giocarmela come se fosse qualcosa che avevo già fatto prima. Non sapevo se lui l’aveva mai fatto.

    «Certo» mi aveva risposto, con uno sguardo e un sorriso che mi avevano colpita al cuore e al basso ventre.

    Ero così emozionata che mi sembrava di volare: Ora conosco il giorno esatto nel quale perderò la verginità e lo farò con lui.

    Prima, quello stesso giorno, ero andata all’Holiday Inn, avevo fatto il check-in, lasciato lì poche cose, osservato il letto matrimoniale con meraviglia, poi ero tornata a casa e avevo ricordato ai miei genitori indifferenti che sarei rimasta a dormire da Jo. Per fortuna mia sorella Esther non c’era, visto che avrebbe potuto fiutare una mia balla da un chilometro di distanza.

    Il ballo si teneva in uno pseudopub irlandese, una sala per le feste con un tavolo con cavalletti pieno di cibo beige e beveroni di alcol scadente in tinozze di plastica, riempite fino all’orlo di ghiaccio che si sarebbe sciolto presto in un pantano.

    Era strano, io e Lucas eravamo entrambi lì, coscienti dell’intimità che avevamo pianificato mentre facevamo finta di essere distanti l’uno dall’altra. Lo vidi al capo opposto della stanza, in una camicia di velluto nero, che sorseggiava una lattina di birra. Ci scambiammo un cenno impercettibile.

    Fino a quel momento, tenere la relazione per noi ci era sembrato pratico. Quella sera però mi appariva tutto diverso. Cosa c’era da nascondere? Significava forse che, consapevoli o no, ce ne vergognavamo? Forse lui avrebbe preferito uscire allo scoperto? Era un insulto che lui aveva tacitamente accettato?

    Ero un po’ angosciata, ma eravamo in ballo e dovevamo ballare. Avrei potuto parlargli della cosa più tardi. Più tardi. Riuscivo a stento a pensare che quel momento sarebbe arrivato. Mi girava la testa.

    Stavo bevendo sidro e ribes nero troppo velocemente: sentivo già i miei freni inibitori dissolversi in quello sfrigolio acido. Richard – o, come avevo appena saputo, Rick – Hardy mi disse: «Sembri in forma». Tremai e mormorai un «grazie». «Come una squillo d’alto bordo dal cuore d’oro. È questo il tuo stile, no?»

    «Ahahah» risposi io, mentre tutti ridevano a crepapelle. Era uno scambio di battute da adulti e avevo la fortuna di farne parte.

    Mentre la serata passava con lentezza, cominciai a sentirmi parte di un circolo di luci e risate, tra i prescelti, e mi domandai perché fino a quel momento mi fossi sottovalutata. Voglio dire, okay, ero ubriaca, ma all’improvviso piacere sembrava un gioco da ragazzi.

    Io e Jo ci scambiammo occhiate stupite: la scuola era davvero finita? Eravamo sopravvissute? E ne saremmo uscite anche con successo?

    «Ehi, George.»

    Rick Hardy mi fece un cenno. Mi chiamava George, ora?! Cavolo, avevo davvero sfondato. Era appoggiato contro il muro vicino al bidone delle lattine, con intorno il solito branco di tirapiedi. Voci dicevano che lui non avrebbe perso tempo con l’università, la sua band aveva attirato l’interesse di grosse etichette.

    «Voglio farti vedere una cosa» disse.

    «D’accordo.»

    «Non qui.»

    Rick si scollò dalla parete con un movimento sinuoso da rockstar nascente e passò il suo drink a uno degli ammiratori. Mi porse una mano per chiedere la mia – mi accorsi di molti occhi che si voltavano nella nostra direzione – e disse: «Vieni con me».

    Con stupore, misi giù il mio drink con un colpo secco, gli diedi la mano e lasciai che mi guidasse attraverso la calca. Avrei scommesso su una nuova macchina o uno spinello. Sarei riuscita a gestire entrambi.

    Guardai verso Lucas per rassicurarlo che non era nulla, ovvio. Mi rivolse lo stesso identico sguardo della prima volta che mi ero seduta accanto a lui.

    Quanto male mi farai?

    1

    ADESSO

    «E la zuppa del giorno è di carote e pomodori» concludo con una briosa nota vispa tipo ta-dah! che una brodaglia arancione non si merita affatto.

    («Sei sicuro che la zuppa di carote e pomodori esista?» ho detto al capocuoco Tony mentre immergeva un cucchiaio nel calderone che ribolliva emanando un odore di vegetali stantii. «Ora esiste, Campanellino» mi ha risposto lui. Non credo che Tony abbia una laurea in creatività, tantomeno una da ammaliatore.)

    A dire la verità, ho aggiunto un po’ del mio talento alla performance, per il mio stesso bene, non certo per i clienti. Non sono una semplice cameriera, faccio la spia per il mondo delle parole, colleziono materiale. Mi guardo dall’esterno.

    Il tipo insoddisfatto stile manager di medio livello, in compagnia di una moglie dall’aria depressa, vaglia le offerte limitate di That’s Amore! Il menu è abbellito da una clip art della Torre di Pisa, da una forchettata di lombrichi e da Pavarotti che sembra Bigfoot in preda a un attacco di cuore.

    Ha prenotato a nome Mr Keith, e la cosa mi ha fatto un po’ ridere, ma esiste anche un’attrice che si chiama Penelope Keith, quindi forse non è così strano.

    «Carote e pomodori? Oh no, non credo proprio.»

    Neanch’io.

    «Lei cosa mi consiglia?»

    Odio questa domanda. Un invito allo spergiuro. Tony mi ha detto: «Proponigli gli spaghetti alle vongole tra i piatti del giorno, quei molluschi non mi sembrano in forma».

    Quello che consiglierei io è il ristorante turco a cinque minuti da qui.

    «Che ne dice di pasta all’arrabbiata?»

    «È piccante? Non mi piace se brucia troppo.»

    «Un po’, ma non è fastidioso.»

    «Quello che lei non reputa fastidioso potrebbe esserlo per me, signorina.»

    «Perché mi ha chiesto consiglio, allora?» mormoro io.

    «Come?»

    Sorrido a denti stretti. Una capacità assolutamente necessaria, il sorriso a denti stretti. Mi chino appena, con le mani sulle ginocchia, supplice.

    «Mi dica cosa le piace.»

    «Mi piace il risotto.»

    Forse potresti semplicemente prendere il risotto allora, o è una pretesa esagerata?

    «… ma è ai frutti di mare.» Storce il naso. «Che tipi di frutti di mare sono?»

    Provengono da un Tupperware con su scritto a pennarello FRUTTI DI MARE e sembrano quella roba che si vende come esche nei negozi di pesca.

    «Sono misti, vongole… gamberetti… cozze…»

    A malincuore, prendo l’ordine per una carbonara. Quest’uomo ha scritto in faccia Feedback negativo e questo posto fornisce molti spunti di riflessione, sia agli avventori esperti sia a quelli inesperti.

    Ecco cosa dicono del That’s Amore! alcuni dei commenti al momento più votati su TripAdvisor:

    Questo locale ridefinisce il significato del termine penoso. Il pane all’aglio dava l’impressione che qualcuno fosse riuscito a trovare il modo per trasferire l’alito pesante su un toast, anche se devo dare loro ragione, si accompagnava perfettamente al pâté che sembrava fatto di asino. Il bianco della casa era sudore di Satana. Dalla porta socchiusa della cucina ho visto un cuoco, che assomigliava a uno dei Bee Gees morto, grattarsi i gioielli di famiglia; quindi me la sono data a gambe prima che potessero infliggermi la prima portata. Purtroppo, non saprò mai se la scaloppina di vitello avrebbe dato una svolta alla situazione. Comunque, il cameriere mi aveva assicurato che era tutto a chilometro zero e da allevamento all’aperto, quindi lì nei pressi dovrebbe esserci un annuncio per gatto scomparso, se capite cosa intendo.

    Devo dire che ero completamente fatto la prima e ultima volta che sono entrato in quel buco infernale, ma cosa c***o dovrebbero essere i gamberetti alla Sheffield? La città non è famosa per il suo litorale. Avrei preso il pollo alla cacciatora di questo ristorante come ultimo pasto nel braccio della morte, nel senso che dopo quel piatto persino un’esecuzione sarebbe apparsa auspicabile.

    Ho detto al proprietario del That’s Amore! che il suo ragù alla bolognese era il peggiore mai assaggiato, tipo carne macinata con ketchup. Mi ha risposto che era la ricetta speciale di sua nonna, allora ho ribattuto che se era così sua nonna non sapeva cucinare e lui mi ha accusato di aver insultato la sua famiglia! Non è per fare dell’umorismo, ma sembrava italiano tanto quanto Boris Becker.

    That’s Shit!, più che altro.

    2

    «Quando hai capito che volevi fare la cameriera?» mi chiede Callum, il mio unico collega che fa servizio ai tavoli, mentre cerca di tracannare un’Orangina con fare da cowboy e di riavvitarne il tappo con un certo piglio virile.

    Ha un’ombra di baffi radi, chiazze di sudore sotto le ascelle e l’unico suo hobby e/o passatempo è la palestra, dove segue corsi dai nomi tipo Mortal gluteo. Ho sempre paura che voglia flirtare. Uso il mio tono da sorella maggiore per scoraggiarlo.

    «Ehm… non direi che volevo fare questo. O che voglio farlo.»

    «Oh, certo. Quanti anni hai?» chiede lui.

    Callum, essendo un ventiduenne non proprio sveglio, non si rende conto di quando i suoi processi mentali sono fin troppo chiari. Una volta mi ha fatto sapere che lo step era ottimo anche per persone che erano in sovrappeso di 6 o 7 chili.

    «Trenta» rispondo io, mentre lui reagisce a scoppio ritardato.

    «Wow!»

    «Grazie, eh.»

    «No, è che non sembri così vecchia. Sembri tipo… una ventottenne.»

    Di recente, ho realizzato che una volta avevo la stessa età di quelli con cui lavoravo come cameriera, ma più il tempo passa più mi reputano una grande dame. Il pensiero mi fa contrarre lo stomaco come un vecchio pallone da calcio. Il futuro è qualcosa a cui cerco di non pensare.

    Quando ho accettato il posto a That’s Amore! ero indietro di un mese con l’affitto e mi ero detta che sembrava rétro, con le candele gocciolanti in fiaschi di Chianti, tovagliette riutilizzabili a scacchi bianchi e rossi, una pianta di vite in plastica sopra il bancone del bar e il disco Canzoni d’amore italiane vol. 1 allo stereo.

    «Perché non ti trovi un lavoro vero?» mi aveva chiesto mamma. Le avevo spiegato per la milionesima volta che ero una potenziale scrittrice che aveva bisogno di guadagnarsi da vivere, e che se avessi accettato un vero lavoro, allora fine, lavoro vero per sempre. Da qualche parte in fondo al mio armadio ho ancora l’albo dell’ultimo anno di scuola. Ero stata valutata come quella che probabilmente sarebbe andata lontano e probabilmente avrebbe preso il massimo dei voti. Sono andata lontano fino alla trattoria più merdosa di Sheffield e ho lasciato l’università dopo un semestre. Ma a parte questo, proprio preciso.

    «Finirai per diventare una vecchia cameriera senza pensione» aveva risposto lei.

    Esther, mia sorella, aveva commentato incoraggiante: «Grazie al cielo nessuno che conosco va in quel posto».

    Jo mi aveva chiesto: «Ma il That’s Amore! non è quello dello scandalo del norovirus, un anno fa?».

    Visto che le specialità locali e fatte in casa le avevo provate, ho il dubbio che il norovirus sia stato un ingiusto capro espiatorio.

    Adesso, potrei lanciare un martello contro quel cd che va a ripetizione. Voglio che la luna dia un pugno in un occhio a Dean Martin come fa Mike Tyson.

    È andata a finire che il mio ruolo, più che di cameriera, è quello di fiancheggiatrice del terrorismo gastronomico. Sono un corriere della droga che porta avanti e indietro la merce incriminata dalla cucina ai tavoli e fa l’aria innocente se interrogata.

    Mi avevano detto che avrei avuto un pasto gratis come benefit sulla mia misera paga, ma poi ho scoperto presto che la cosa era positiva più o meno come un giro sullo scivolo gonfiabile di un aereo in avaria.

    L’aspetto più irritante è che, grazie a una combo di pensionati confusi, masochisti, studenti attratti dall’offerta happy hour 2×1 e gente che viene da fuori, il That’s Amore! genera profitti.

    Il proprietario, un uomo molto irritabile conosciuto solo come Beaky, rivendica la sua eredità mediterranea da parte di madre ma sembra e suona in toto di Sheffield. Si fa vedere ogni tanto, il tempo di tracannare una grappa e svuotare la cassa, ed è contento che sia Tony a mandare avanti la baracca come capo effettivo.

    Tony, un fumatore incallito dal fisico asciutto, con capelli corti davanti e ai lati e lunghi dietro, è tollerabile se lo prendi per il verso giusto, cioè se accetti che la sua parola sia legge, ne ignori le sconcezze e ricordi a te stessa che quello che conta è essere pagata.

    Stasera non c’è tanta gente, e dopo aver consegnato le portate principali ai loro fortunati destinatari bevo un bicchiere d’acqua e mi specchio esausta nella macchina del caffè in acciaio inossidabile.

    Mi chiamano dall’altra parte della stanza.

    «Scusi? Scusi…!»

    Mentre Mr Keith mi fa cenno, riacquisto la mia espressione di neutro interesse, sebbene sappia benissimo che cosa mi attende. Lui prende una forchettata e la lascia cadere nella poltiglia rappresa e color intonaco che è la carbonara.

    «Non è commestibile.»

    «Mi dispiace. Qual è il problema?»

    «Quale non è il problema! Sa di piedi. È fredda.»

    «Vorrebbe ordinare qualcos’altro?»

    «Direi di no. Ho scelto la carbonara perché è il piatto di cui avevo voglia. Vorrei questo, ma commestibile.»

    Apro e chiudo la bocca perché non so come risolvere la cosa se non licenziando Tony, cambiando tutti i fornitori e radendo al suolo il That’s Amore!

    «È stato chiaramente lasciato in attesa mentre preparavate il risotto di mia moglie.»

    Non mi azzardo a contraddirlo, visto che la verità sarà sicuramente peggiore.

    «Preferisce che chieda in cucina di prepararne un’altra?»

    «Sì, grazie» dice l’uomo, porgendomi il piatto.

    Spiego la situazione a Tony, che non sembra mai preoccuparsi che i clienti dicano che la sua cucina è rancida. Se solo la prendesse sul personale, lo standard si alzerebbe.

    Afferra un bustone di parmigiano grattugiato, ne aggiunge un altro po’ al piatto, rimescola il tutto e lo mette nel microonde per un paio di minuti. Lo tira fuori dopo il ping.

    «Conta fino a cinquanta e dagli questo. La bocca sentirà il sapore di quello che la mente le dice.» Si dà un colpetto sulla fronte. Non riesco a non pensare che, se fosse così facile, il That’s Amore! avrebbe una stella Michelin invece di una singola stella come media delle recensioni su TripAdvisor.

    La verità è che glielo direi anche, a Tony, che dovrebbe rifare il piatto, ma so che sarebbe orribile come questo.

    Cedo con imbarazzo. La mia vita per ora sembra una lunga esercitazione per smussare le estremità dei miei nervi.

    Dopo aver atteso un altro po’ per rafforzare l’illusione, porto con passo marziale l’oltraggiosa carbonara oltre le porte a vento.

    «Ecco a lei, signore» dico con un sorrisetto alla Basil Fawlty mentre gli porgo il piatto, «le chiediamo scusa.»

    L’uomo fissa il piatto e sono davvero grata al diversivo offerto da una coppia di anziani alla porta che ha bisogno di essere accolta e di trovare posto a sedere.

    Con tremenda ineluttabilità, non appena finisco con loro, Mr Keith mi fa cenno di avvicinarmi. Devo andarmene. Devo andarmene. Non appena pago questo mese d’affitto e prenoto quella settimana di vacanza a Creta con Robin, se riesco a convincerlo.

    «Questa è la stessa pietanza. Come quella che ho restituito.»

    «Oh! No…» Simulo un’espressione sorpresa e scuoto la testa con enfasi. «Ho chiesto al cuoco di rifarla.»

    «È lo stesso piatto.» L’uomo punta il dito in direzione della porcellana scheggiata. «C’era anche prima.»

    «Ehm… forse ha preparato un’altra carbonara, ma ha usato lo stesso piatto?»

    «Ha fatto un altro piatto di pasta, ha buttato via la vecchia, ha

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