Marcuse
By Marco Fortunato, AA.VV. and Armando Torno (Editor)
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Marcuse - Marco Fortunato
PANORAMA
Immagine seguita da didascaliaHerber Marcuse alla fine degli anni Sessanta del Novecento, quando divenne un guru della generazione del ’68.
IL PERSONAGGIO
Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta del Novecento, nelle case delle famiglie italiane borghesi progressiste – o anche «benpensanti» come si diceva allora, ma curiose delle novità sociopolitiche – era difficile non trovare una copia de L’uomo a una dimensione di Herbert Marcuse. Il libro con la copertina bianca e rossa edito da Einaudi nella collana Nuovo Politecnico si avviava a diventare un best seller dell’editoria in molti Paesi, fra i quali il nostro e la Francia: da noi ne sarebbero state vendute complessivamente 250.000 copie, delle quali 150.000 in appena un anno.
Ma anche nelle nostre università era difficile trovare uno studente che non conoscesse, in maniera diretta o indiretta, il testo del Filosofo che aveva attraversato la storia del Novecento senza smettere di contestare in tutti i modi possibili (da Est a Ovest) qualunque vera o simulata democrazia, da bravo padre antiautoritario di tutti i dissenzienti. E che ne L’uomo a una dimensione condannava aspramente il capitalismo occidentale quale elemento in grado di imprigionare spiritualmente e intellettualmente le masse, attraverso la sua promessa di prosperità che nascondeva invece la celebrazione del consumismo fine a se stesso e il livellamento totale degli esseri umani che hanno finito per condividere, in ogni strato della società, gli stessi bisogni fittizi e l’appagamento dei medesimi nel mondo dei consumi.
Anche mezzi di comunicazione – a tutti i livelli, dalla pubblicità ai giornali, dalla televisione alla cultura più alta
– non fanno che veicolare, attraverso un finto pluralismo di informazioni, gli stessi concetti che sono soltanto declinazioni degli imperativi della società tecnologico-consumistica, solo apparentemente tollerante delle diversità. Una società che, con il pretesto di arricchire, impoverisce tutti gli aspetti della vita contemporanea, attraverso lo sviluppo delle basi materiali per una presunta libertà dell’uomo, ma continua in realtà a servire gli interessi di un sistema basato sull’oppressione. Uomo a «una dimensione» significa infatti che esistono altre dimensioni dell’esistenza umana oltre a quella presente e che queste sono state eliminate. Perché le sfere dell’esistenza prima considerate private, come la sessualità, sono ora divenute parti dell’intero sistema di dominazione sociale dell’uomo sull’uomo, in un nuovo totalitarismo che può essere imposto senza il ricorso al terrore.
Nel mondo produttivo attuale l’operaio o l’impiegato – cioè il discendente del proletario dell’Ottocento al quale Marx aveva attribuito il ruolo di protagonista della rivoluzione – risulta talmente integrato nel sistema da spartire gli stessi bisogni e le stesse aspirazioni del dirigente d’azienda, a sua volta discendente del padrone
, il nemico
di una volta:
"SE IL LAVORATORE ED IL SUO CAPO ASSISTONO AL MEDESIMO PROGRAMMA TELEVISIVO E VISITANO GLI STESSI LUOGHI DI VACANZA, SE LA DATTILOGRAFA SI TRUCCA E SI VESTE IN MODO ALTRETTANTO ATTRAENTE DELLA FIGLIA DEL PADRONE […] NE DERIVA CHE QUESTA ASSIMILAZIONE NON INDICA TANTO LA SCOMPARSA DELLE CLASSI, QUANTO LA MISURA IN CUI I BISOGNI E LE SODDISFAZIONI CHE SERVONO A CONSERVARE GLI INTERESSI COSTITUITI SONO FATTI PROPRI DALLA MAGGIORANZA DELLA POPOLAZIONE.a"
Immagine seguita da didascaliaHerbert Marcuse nel 1955, quando pubblicò Eros e civiltà, libro che gli dette una improvvisa fama.
Cosicché, aggiungeva il nostro Filosofo, non è più sui proletari
che si può contare per avviare un rovesciamento del sistema. Il loro posto, oggi, è stato preso dagli studenti e dai sottoproletari, gli unici che potrebbero rappresentare i nuovi, potenziali rivoluzionari. L’uomo a una dimensione si chiude infatti con questa affermazione:
"ALL’INIZIO DELL’ERA FASCISTA, WALTER BENJAMIN EBBE A SCRIVERE: NUR UM DER HOFFNUNGSLOSEN WILLEN IST UNS DIE HOFFNUNG GEGEBEN. (È SOLO A FAVORE DEI DISPERATI CHE CI È DATA LA SPERANZA).b"
Si capisce così lo straordinario successo che ebbe il libro tra le nuove generazioni, le stesse che stavano scendendo in piazza in quegli anni, gli anni del ’68. E la trasformazione del Filosofo tedesco in un’icona, o meglio in una vera e propria star, che veniva seguito da un codazzo di fotografi nelle sue apparizioni pubbliche, soprattutto in Paesi come l’Italia («Niente foto, mio marito è un filosofo, non un divo», diceva sua moglie Inge Neumann).
L’uomo a una dimensione fu il punto di arrivo di un lungo e aspro percorso che aveva portato il Filosofo tedesco dalle austere stanze dell’Istituto per la ricerca sociale di Francoforte, la culla della Scuola di Francoforte, ai campus policromi delle università americane degli anni Sessanta. Durante i suoi studi universitari, a Friburgo, aveva conosciuto Martin Heidegger, il cui pensiero avrà inizialmente un forte influsso su di lui. Ma fin dalla fine degli anni Venti del Novecento – era nato a Berlino nel 1898 – il suo pensiero si sviluppò, in modo originale, a partire dalla triade Hegel-Marx-Freud, con l’obiettivo – che permarrà in tutta la sua vita – di riesaminare e sviluppare il progetto marxiano per adattarlo ai problemi della società contemporanea, superare le sue limitazioni e ricostruirlo, in un periodo nel quale il pensiero del filosofo di Treviri era degenerato nell’ortodossia sovietica.
Fu negli Stati Uniti, dove era riparato nel 1933 per sfuggire alle persecuzioni del nazismo, che Marcuse iniziò ad elaborare il suo progetto di rivalutazione del marxismo alla luce della filosofia hegeliana. Scrisse: «Dopo Hegel, il compito della ragione si trasferisce ai campi della teoria sociologica e della prassi sociale». Si tratta di un itinerario che tende a rivalutare la filosofia del pensatore di Stoccarda, a difenderla dalle accuse infondate di rappresentare una filosofia conservatrice, oscurantista e reazionaria e addirittura tale da prefigurare i futuri regimi totalitari del secolo XX.
Immagine seguita da didascaliaHerbert Marcuse con l’attivista del movimento afroamericano statunitense Angela Davis, studentessa alla Brandeis University e poi allieva di Adorno. 1968 circa.
Come sottolineava il filosofo Tito Perlini, «per Marcuse vale l’opposto: conservatore è chi privilegia il positivo
, occultandone nel più mistificatorio dei modi la latente negatività
. Il progresso sta invece proprio dalla parte di Hegel, nel quale il pensiero si afferma come negatività liberatrice, come potere di corrosione d’ogni falsa certezza». Aggiungendo:
"PER MARCUSE SOLO LO STRETTO LEGAME HEGEL-MARX PUÒ IMPEDIRE A QUEST’ULTIMO DI VENIRE ALLA FINE ASSORBITO DA QUEL POSITIVISMO VERSO CUI L’HANNO SPINTO GIÀ ENGELS E POI I TEORICI DELLA II INTERNAZIONALE.c "
In questo scenario Marcuse rielaborò la teoria freudiana secondo la quale la civiltà è già di per sé fondamentalmente repressiva e tende a sopprimere le pulsioni: al principio del piacere viene sostituito quello di realtà. E nella società industriale, l’accrescimento dei profitti necessari all’accumulazione del capitale impone una sovra-repressione ulteriore. Di fronte a un potere depersonalizzato, contro il quale non è possibile rivoltarsi, l’individuo si colpevolizza, cosa che lo costringe a interiorizzare i valori della classe dominante. «L’Eros viene assorbito nel Logos, inteso come ragione che soggioga gli istinti» (Tito Perlini). Secondo Marcuse, invece, la liberazione delle pulsioni, con le quali viene riaffermato il principio del piacere, è centrale nella trasformazione dei rapporti sociali. L’insieme di marxismo e psicanalisi possono essere alla base di una riunione di ragione e felicità, smascherando lo sfruttamento e la repressione delle pulsioni.
Da queste riflessioni nacque nel 1955 Eros e civiltà, il libro a cui Marcuse dovette l’inizio della sua crescente popolarità, l’utopia libertaria di un mondo in cui le pulsioni dell’istinto e dell’eros non fossero più asservite alla produttività, ma potessero manifestarsi liberamente nel gioco, nel piacere e nell’immaginazione:
"ALLA LUCE DELL’IDEA DI UNA SUBLIMAZIONE NON-REPRESSIVA, LA DEFINIZIONE FREUDIANA DELL’EROS CHE LOTTA PER «FORMARE LA SOSTANZA VIVA IN UNITÀ SEMPRE MAGGIORI, IN MODO CHE LA VITA POSSA ESSERE PROLUNGATA E PORTATA A UNO SVILUPPO PIÙ ALTO» ACQUISTA QUI UN SIGNIFICATO PIÙ RICCO. L’IMPULSO BIOLOGICO DIVENTA UN IMPULSO CULTURALE. IL PRINCIPIO DEL PIACERE RIVELA LA PROPRIA DIALETTICA.d"
Eros e civiltà venne sostanzialmente equivocato dalla maggior parte dei commentatori. Dirà per esempio il filosofo Lucio Colletti, all’epoca marxista radicale, che «Eros e civiltà in fondo parla il linguaggio di uno che è sdraiato sulla spiaggia californiana e immagina una società dopolavoristica, senza asprezze né contraddizioni». Invece, come sottolineava Perlini, «Eros e civiltà è senza dubbio il libro più originale, il capolavoro di Marcuse […]. È il maggior sforzo teoretico che Marcuse abbia compiuto […] per sottrarsi alla dialettica lacerata qualitativa di Adorno e Horkheimer. In questo libro Marcuse rende esplicita la sua fiducia nella capacità di autodisalienazione della civiltà americana». Aggiungendo: «Marcuse non riduce il problema della società repressa alla necessità di un aumento del tempo libero. […] Coglie la possibilità oggettiva di una evoluzione nel senso della liberazione, ma nello stesso tempo constata che manca l’elemento soggettivo necessario ad attuare tale possibilità, che manca la volontà di un soggetto capace di porsi come soggetto rivoluzionario
».
Le vicende personali e accademiche di Marcuse, all’indomani dell’uscita del libro, dimostrano peraltro come la società capitalistica occidentale, davanti a un individuo che scrive contro di essa dal suo interno, faccia finta di tollerarlo e in realtà lo assorba, lo denaturi e lo renda inoffensivo.
Immagine seguita da didascalia