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Kierkegaard
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Kierkegaard

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Solo durante il Novecento Søren Kierkegaard è stato liberato dall'angusta gabbia di un "semplice" filosofo antihegeliano per assurgere alla dignità di un pensatore straordinariamente moderno, soprattutto per le sue idee di rivalutazione del singolo individuo, libero di scegliere il modo in cui condurre la propria esistenza e di decidere per se stesso, sia pure attraverso un profondo travaglio personale e morale. È stato definito il precursore dell'esistenzialismo per la sua visione dell'individuo non più come un concetto astratto, un accidente della storia, ma come un'esistenza reale. Fondamentale è il suo contributo alla riflessione religiosa, anche se non lesinò critiche alle istituzioni che la rappresentano. Egli vedeva Dio al di là della ragione e dell'uomo stesso.
LanguageItaliano
PublisherPelago
Release dateJul 28, 2022
ISBN9791255010906
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    Kierkegaard - Marco Fortunato

    PANORAMA

    Søren Kierkegaard allo scrittoio in un dipinto di Luplau Janssen (1902), olio su tela, Det Nationalhistoriske Museum, Castello di Frederiksborg, Hillerød, Danimarca..

    Søren Kierkegaard allo scrittoio in un dipinto di Luplau Janssen (1902), olio su tela, Det Nationalhistoriske Museum, Castello di Frederiksborg, Hillerød, Danimarca..

    IL PERSONAGGIO

    Søren Kierkegaard trascorse quasi tutta la breve vita (morì a 42 anni in seguito a un collasso) nello studio della sua casa di Copenaghen, che percorreva in lungo e in largo declamando ad alta voce i pensieri che via via componeva, per poi metterli su carta, appoggiato all’alto scrittoio da amanuense. La sua amplissima produzione si concentrò in poco più di dieci anni, dalla fine degli anni Trenta all’inizio degli anni Cinquanta dell’Ottocento. Un periodo piuttosto turbolento in un’Europa scossa dai moti popolari, i cui echi giungevano però piuttosto attutiti in Danimarca, terra che continuava a rappresentare culturalmente una dépendance del mondo tedesco-prussiano, e che si trovava nel pieno Romanticismo giunto dalla Germania.

    La cultura romantica rappresentò la cornice di riferimento per molti scritti di Kierkegaard, in particolare laddove il filosofo danese si sofferma sulla modalità di vita estetica, anche se per mostrarne i limiti e superarla. L’ascolto del Don Giovanni di Mozart/Da Ponte, così come la lettura del Faust di Goethe e forse della Lucinda di Schlegel fornirono suggestioni e spunti per il protagonista del Diario del seduttore di Kierkegaard (una delle parti in cui si articola la sua opera più nota, Enten-Eller), originale figura di seduttore intellettuale, romanticamente inquieto e contraddittorio, «in bilico tra spirito e carne, riflessione e vita, [...] poesia e realtà», come ha affermato il filosofo Remo Cantoni, nell’introduzione al libro nell’edizione Bur.

    Kierkegaard era appunto così, non inquadrabile in nessuna corrente letteraria e tantomeno in nessuna corrente filosofica; anzi, è arduo perfino definirlo filosofo nel senso tradizionale del termine. La sua opera attraversa i confini della filosofia, della critica letteraria, della teologia, della psicologia, e della letteratura devozionale, sorretta da uno stile purissimo, eloquente ed esuberante, costellato da giochi di parole, ironia (che definiva «l’occhio sicuro che sa cogliere lo storto, l’assurdo, il vano dell’esistenza») e paradossi; come pure da una combinazione unica tra il sarcasmo e una profonda sensibilità per la condizione umana. Tanto da farlo rivolgere personalmente ai suoi lettori, per incoraggiarli a riflettere sulle loro esistenze.

    La domanda che aleggia ovunque ed è al centro del suo pensiero, infatti, è: «che cosa significa esistere?». Ma non si tratta di una domanda confinata nel regno dell’astrazione, come quasi tutti i filosofi prima (e dopo) di lui si erano e si sarebbero posti, bensì di un quesito che pertiene a ciascun individuo, visto come centro e punto di riferimento di se stesso, e che solo essendo consapevole di sé, di ciò in cui credere o non credere, del significato da dare alla propria vita individuale, può orientarsi nelle scelte da fare e in definitiva sul modo in cui condurre la propria esistenza:

    "OGNI UOMO, PER QUANTO POCO INTELLIGENTE SIA, PER QUANTO BASSA SIA LA SUA POSIZIONE NELLA VITA, HA UN BISOGNO NATURALE DI FORMARSI UNA CONCEZIONE DI VITA, UNA RAPPRESENTAZIONE DEL SIGNIFICATO DELLA VITA E DEL SUO SCOPO.¹"

    A sinistra: la copertina della prima edizione inglese dei Diari di Kierkegaard, tradotti da Alexander Dru nel 1938.

    A sinistra: la copertina della prima edizione inglese dei Diari di Kierkegaard, tradotti da Alexander Dru nel 1938.

    A destra: frontespizio dell’edizione tedesca (1879) della biografia di Kierkegaard scritta dal critico danese Georg Brandes.

    A destra: frontespizio dell’edizione tedesca (1879) della biografia di Kierkegaard scritta dal critico danese Georg Brandes.

    La frase si trova in Enten-Eller («O/o», noto anche con il titolo latino Aut-aut), che indica appunto le alternative davanti alle quali ogni uomo si trova, quando deve scegliere tra modi opposti di condurre la sua esistenza. Per questo motivo, Kierkegaard è ritenuto il fondatore dell’esistenzialismo, anche se in un’accezione diversa da quelle che saranno fatte proprie, in seguito, da Martin Heidegger e da Jean-Paul Sartre, che comunque ebbero nei fatti un grande debito di riconoscenza con lui (Heidegger, comunque, non lo riconoscerà mai). Esistenzialismo è una parola moderna che non appartiene al vocabolario di Kierkegaard, ma egli condivide con i due filosofi della posterità il pensiero secondo il quale l’individuo non è un concetto astratto, un accidente della storia; è un’esistenza reale, non una frase idiomatica.

    In Enten-Eller Kierkegaard si occupa di due dei tre grandi stadi nei quali aveva suddiviso il percorso esistenziale dell’uomo, l’estetico e l’etico; al terzo, lo stadio religioso, è riservato soprattutto il libro che scrisse successivamente, Timore e tremore. Lo stadio estetico, sosteneva il Danese, è quello dell’abbandono al godimento immediato, come quello di Don Giovanni che passa di piacere in piacere, di conquiste in conquiste, disperdendosi in una polverizzazione di istanti di vita. Lo stadio etico è quello della moralità in senso stretto, in cui l’individuo raggiunge la stabilità, compiendo coscientemente le sue scelte, attraverso la consapevolezza di sé. Ma solo con il terzo stadio, quello religioso, l’uomo può cercare di raggiungere la verità autentica, quella dello Spirito, attraverso la fede (ma una fede che non rassicura, che non dà sicurezza intellettuale come nel cristianesimo passivo da lui criticato, e vista invece come una spinta soggettiva e individuale, non mediata dalla Chiesa). Si tratta peraltro di un cammino difficile e frammentato, nel quale riveste un ruolo fondamentale l’angoscia, cioè la vertigine dell’individuo libero che deve fronteggiare le diverse possibilità e le scelte contraddittorie della vita:

    "SE L’UOMO FOSSE UN ANIMALE O UN ANGELO, NON POTREBBE ANGOSCIARSI. POICHÉ È UNA SINTESI EGLI PUÒ ANGOSCIARSI, E PIÙ PROFONDA È L’ANGOSCIA PIÙ GRANDE È L’UOMO; NON L’ANGOSCIA, COME GLI UOMINI L’INTENDONO DI SOLITO, CIOÈ L’ANGOSCIA CHE RIGUARDA L’ESTERIORE, CIÒ CHE STA FUORI DELL’UOMO, MA L’ANGOSCIA CH’EGLI STESSO PRODUCE.²"

    Søren Kierkegaard visto dalla disegnatrice danese Mette Dreyer.

    Søren Kierkegaard visto dalla disegnatrice danese Mette Dreyer.

    Non si tratta quindi di un itinerario lineare, come professa la dottrina cristiana, composto da pura fede astratta e passività, ma di un itinerario doloroso: per il nostro filosofo l’essenza dell’individuo cristiano è una mescolanza indeterminata di fede soggettiva e della preclusione al raggiungimento di una verità reale e trascendente, un paradosso permanente. Alla celebrazione epidermica, superficiale e squillante della religione così come viene praticata, Kierkegaard contrappone la serietà, la sofferenza, il senso del peccato e di colpa, l’isolamento individuale dell’uomo religioso.

    Ed effettivamente, la sofferenza ebbe una parte importante nella sua vita. A venticinque anni aveva perso entrambi i genitori e cinque dei suoi sei fratelli. Aveva rotto la relazione amorosa fondamentale della sua vita, quella con la giovane Regine Olsen (che non dimenticherà e sostituirà mai più) e portava su di sé il senso di colpa causato dai lunghi contrasti che aveva avuto con il padre. Il tutto si univa al suo carattere ipersensibile e malinconico, con spiccate tendenze alla disperazione e all’angoscia. Ma Kierkegaard considerava, appunto, la sofferenza come qualcosa di positivo, un segno di maturità spirituale: addirittura sosteneva che la deriva di ogni individuo a perdere il senso di sé è strettamente legata alla tendenza ad evitare le sofferenze, a ignorare la parte spirituale dell’individuo e ad abbandonarsi alla parte materialistico-consumistica (non usò letteralmente quest’ultima parola, che però oggi dà un nuovo e attuale significato al suo pensiero) del mondo e delle sue vacue lusinghe.

    Kierkegaard rappresentò così una reazione tanto all’Illuminismo settecentesco quanto al contemporaneo Idealismo tedesco. L’Illuminismo aveva posto la ragione al centro dell’attività umana, eleggendola a criterio fondamentale per comprendere il mondo e trasformarlo. La stessa religione, per gli illuministi, era un credo puramente razionale (il deismo): rifiutando la rivelazione e i testi sacri, gli illuministi ritenevano che la sola ragione permettesse di elaborare una religione naturale in grado di spiegare il mondo. Anche l’Idealismo, che ebbe il suo centro d’irradiazione nella Germania della prima metà dell’Ottocento, riteneva possibile una spiegazione razionale della realtà e delle credenze cristiane, che diventavano quindi vere oggettivamente, valide anche sul piano filosofico. In questo modo le posizioni idealiste di Hegel e Schelling finivano per conciliare religione e ragione ma anche per subordinare la religione alla filosofia:

    "IL LATO PERICOLOSO NELL’OPERA DI HEGEL È CH’EGLI HA SNATURATO IL CRISTIANESIMO METTENDOLO COSÌ D’ACCORDO CON LA SUA FILOSOFIA. IN GENERALE QUESTA È LA CARATTERISTICA DEL TEMPO DEI LUMI. INVECE DI LASCIARE IL COMPITO IMMUTATO E MAGARI DIRE: NO!, SI CAMBIANO LE CARTE IN TAVOLA E SI DICE: «MA, MIO DIO, NOI SIAMO D’ACCORDO!».³"

    Quella hegeliana è una posizione diametralmente opposta a quella di Kierkegaard, che riteneva la filosofia e la religione due campi non conciliabili: se la filosofia richiede infatti delle verità oggettive, la fede si fonda piuttosto sulla predisposizione interiore di ognuno. E l’uomo non coincide solo con la ragione, ma è un insieme complesso fatto anche di sentimenti, desideri, inclinazioni.

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