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Parlare con Dio I: Vol. I
Parlare con Dio I: Vol. I
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Parlare con Dio I: Vol. I

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NUOVA EDIZIONE

Parlare con Dio: non è un obiettivo riservato a gente speciale. Da tutti Dio aspetta amore. Dall'imprenditore al chirurgo, alla segretaria, al commerciante, all'impiegato, al sacerdote, alla professoressa, alla casalinga, allo studente: tutti chiamati a comportarsi da figli di Dio e a rivolgersi a Lui come a un Padre, ogni giorno, per confidargli i più intimi sentimenti e ricevere da Lui la risposta più appropriata. Francisco Fernández-Carvajal ha composto uno straordinario sussidio per la preghiera personale: una raccolta di meditazioni, una al giorno per tutto l'anno, che partono dalle letture della Messa quotidiana e, sulla falsariga dell'Antico e del Nuovo Testamento, convocano la tradizione cristiana, dai Padri della Chiesa ai migliori autori di spiritualità, per presentare, nel volgere dei tempi liturgici e delle epoche dell'anno, tutti i temi di cui un cristiano ha motivo di trattare nell'intimità con suo Padre Dio.

Dettaglio

Volume I: Avvento. Natale. Epifania. Quaresima. Settimana Santa. Pasqua
Volume II: Tempo ordinario (settimane dalla I alla XV)
Volume III: Tempo ordinario (settimane dalla XVI alla XXIX)
Volume IV: Tempo ordinario (settimane dalla XXX alla XXXIV). Feste e Santi
LanguageItaliano
PublisherAres
Release dateJun 8, 2020
ISBN9788881559657
Parlare con Dio I: Vol. I

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    Parlare con Dio I - Francisco Fernández Carvajal

    Francisco Fernàndez-Carvajal

    Parlare con Dio

    Meditazioni per ogni giorno dell'anno

    • Avvento • Natale • Epifania •

    • Quaresima • Settimana Santa •

    • Pasqua •

    logoares3

    © 2020 Edizioni Ares

    20122 Milano - via Santa Croce, 20/2

    ISBN 978-88-8155-965-7

    Titolo originale:

    Hablar con Dios (Meditaciones para cada dia del año)

    © 2014 Fundación Studium

    Traduzione di Maria Berenice Cicogna

    © 2014 per la presente edizione:

    Edizioni Ares - Via Santa Croce, 20/2 - 20122 Milano

    Il catalogo completo delle Edizioni Ares

    è consultabile sul sito www.edizioniares.it

    email: info@edizioniares.it

    Prima edizione, ottobre 2014

    In copertina: Lorenzo Lotto, Adorazione dei pastori, 1525-35

    Brescia, Musei Civici d’Arte e Storia

    Nota editoriale

    «Mi hai scritto: Pregare è parlare con Dio. Ma, di che cosa?. – Di che cosa? Di Lui, di te: gioie, tristezze, successi e insuccessi, nobili ambizioni, preoccupa­zioni quotidiane... debolezze! E atti di ringraziamen­to e suppliche: e Amore e riparazione. In due parole: conoscerlo e conoscerti: frequentarsi!»; «Non sai pregare? – Mettiti alla presenza di Dio, e non appena comincerai a dire: Signore,...non so fare orazio­ne!..., sii certo che avrai cominciato a farla» (san J. Escrivá). Parlare con Dio: non è un obiettivo riservato a gente speciale. Da tutti Dio aspetta amore. Dall’imprendi­tore immerso in delicate trattative al chirurgo che quotidianamente conosce la tragedia delle vite appe­se a un filo, al commerciante che riempie la sua bottega dei migliori prodotti, alla segretaria che pas­sa ore sul computer, all’impiegato che prende il pri­mo treno all’alba, alla professoressa che deve correg­gere l’ultimo compito in classe, alla casalinga indaf­farata tra i bambini e le pentole, allo studente che ha previsto tre esami entro la prossima sessione: tutti chiamati a comportarsi da figli di Dio e a rivolgersi a Lui come a un Padre, ogni giorno, per confidargli i più intimi sentimenti e ricevere da Lui la risposta più appropriata. Questa è preghiera cristiana, orazione personale, fiduciosa, attenta, innamorata. Francisco Femandez-Carvajal ha composto uno straordinario sussidio per la preghiera una raccolta di meditazioni, una al giorno per tutto l’an­no, che partono dalle letture della Messa quotidiana e, sulla falsariga dell’Antico e del Nuovo Testamento, convocano la tradizione cristiana, dai Padri della Chiesa ai migliori autori di spiritualità, per presenta­re, nel volgere dei tempi liturgici e delle epoche del­l’anno, tutti i temi di cui un cristiano ha motivo di trattare nell'intimità con suo Padre-Dio. Con chiarezza, in una lingua che ha presenti le perso­ne semplici quanto quelle colte, poiché guarda in primo luogo ai membri della famiglia cristiana, Par­lare con Dio accompagna l’itinerario interiore degli uomini normali, i christifideles laici che vivono pro­fondamente impegnati nelle attività di questo mon­do. Per questa sua concretezza, unita alla completez­za, l’opera si segnala anche come prontuario invo­lontario di ascetica e morale cristiana e merita am­plissima diffusione. Accanto ai testi patristici, dei classici di spiritualità e del Magistero, l’Autore attinge con dovizia e filiale gratitudine all’insegnamento spirituale di san Josemaría Escrivá (1902-1975), fondatore dell’Opus Dei, la cui canonizzazione è stata celebrata nel 2002, nel centenario della nascita.

    «Credo che fra tanti travagli e aridità (incapace come sono di meditare) non avrei potuto perseverare. Invece vi durai per diciotto anni, nei quali, a meno che non fosse dopo la Comu­nione, non osavo cominciare la meditazione senza libro. [...] Il libro mi consolava [...]: quando ne ero senza, mi assaliva l’aridità, della quale ordinariamente andavo priva, e l’anima si turbava, mentre con il libro raccoglievo i pensieri dispersi e m’immergevo lievemente nell’orazione. Spesso mi bastava solo aprire il libro, alle volte leggevo un poco e altre volte molto, a seconda della grazia che il Signore mi faceva».

    (Santa Teresa di Gesù, Vita, 4, 9)

    Calendario liturgico 2014-2033

    calendario

    • AVVENTO • NATALE • EPIFANIA •

    Prima domenica di Avvento

    1. AVVENTO: NELL’ATTESA DEL SIGNORE

    • Attendere vigilando l’arrivo del Messia.

    • I principali nemici della nostra santità: le tre concupiscenze. La Confessione, mezzo per preparare il Natale.

    • Si vigila mediante l’orazione, la mortificazione e l’esame di coscienza.

    I. «O Dio, nostro Padre, suscita in noi la volontà di andare incontro con le buone opere al tuo Cristo che viene»¹. «Forse abbiamo fatto l’esperienza», diceva R. Knox in una meditazione sull’Avvento², «di che cosa significa camminare nella notte e arrancando per chilometri, lo sguardo fisso verso una luce lontana che in qualche modo rappresenta la casa. Com’è difficile, nel buio, valutare le distanze! La meta può distare un paio di chilometri o qualche centinaio di metri».

    In questa situazione si trovavano i profeti quando guardavano avanti, attendendo la redenzione del loro popolo. Non potevano precisare, neppure con un’approssimazione di cento anni o di cinquecento, quando sarebbe venuto il Messia. Sapevano solo che un giorno la stirpe di Davide sarebbe tornata a germogliare, che in una qualche epoca si sarebbe trovata una chiave capace di aprire le porte del carcere; che la luce che allora si intravedeva come un punto debole all’orizzonte si sarebbe finalmente dilatata per divenire pieno giorno. Il popolo di Dio doveva perseverare nell’attesa.

    Questo stesso atteggiamento di attesa la Chiesa desidera da noi, suoi figli, in tutti i momenti della nostra vita. Essa considera parte essenziale della sua missione far sì che continuiamo a guardare al futuro, anche se ormai si è quasi concluso il secondo millennio da quella prima Natività che la liturgia sta per riproporci.

    Ci incoraggia a camminare coi pastori, in piena notte, vegliando e volgendo lo sguardo verso la luce che esce dalla grotta di Betlemme.

    Quando giunse il Messia, pochi lo aspettavano davvero. «Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto»³. Tanti si sono lasciati cogliere dal sonno, proprio quando accadeva il fatto più imporrante della loro vita e della vita del mondo. «Vegliate», ci dice il Signore nel Vangelo della Messa. «È ormai tempo di svegliarvi dal sonno», ci ripete san Paolo⁴. Perché anche noi possiamo dimenticare l’aspetto fondamentale della nostra esistenza.

    «Quale gioia, quando mi dissero: Andremo alla casa del Signore!. E ora i nostri piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme!»⁵. La Chiesa ci avverte con quattro settimane di anticipo perché ci prepariamo a celebrare di nuovo il Natale e, allo stesso tempo, perché, nel ricordo del primo avvento nel mondo del Dio fatto uomo, ci prepariamo anche alle altre venute di Dio, alla fine della vita di ciascuno e alla fine dei tempi.

    Per questo l’Avvento è tempo di preparazione e di speranza. «Vieni, Signore, e non tardare». Prepariamo la strada al Signore che sta per venire; e se ci accorgiamo che la nostra vista è annebbiata e non vediamo con chiarezza la luce che proviene da Betlemme, da Gesù, è il momento di rimuovere gli ostacoli.

    E tempo di dedicare particolare cura all’esame di coscienza e di crescere nella purezza interiore per ricevere Dio più degnamente. È il momento di individuare ciò che ci separa dal Signore per allontanarlo da noi. Perciò l’esame deve andare alla radice stessa dei nostri atti, ai motivi che ispirano le nostre azioni.

    II. Dato che in questo tempo vogliamo davvero avvicinarci di più a Dio, esamineremo a fondo la nostra anima. È lì che troveremo i veri nemici che lottano senza tregua per tenerci lontani dal Signore. Lì, in qualche modo, stanno i principali ostacoli alla nostra vita cristiana: «La concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita»⁶. «La concupiscenza della carne non è soltanto la tendenza disordinata dei sensi [...] non si limita soltanto al disordine della sensualità, ma anche a quello della comodità, della mancanza di vibrazione, che inducono a cercare ciò che è più facile e più piacevole, a percorrere il cammino in apparenza più breve, anche a costo di venir meno alla fedeltà a Dio [...].

    L’altro nemico [...] è la concupiscenza degli occhi, un’avarizia di fondo che porta a dar importanza solo a ciò che si può toccare [...].

    Gli occhi dell’anima si annebbiano; la ragione si crede autosufficiente per comprendere tutto prescindendo da Dio. È una tentazione sottile, che si nasconde dietro la dignità dell’intelligenza che Dio nostro Padre ha dato all’uomo perché lo conosca e lo ami liberamente. Trascinata da questa tentazione, l’intelligenza umana si considera il centro dell’universo, si esalta ancora una volta al diventerete come Dio (Gn 3, 5) e, tutta piena d’amore per sé stessa, volge le spalle all’amore di Dio.

    A questo punto, la nostra vita può capitolare senza condizioni nelle mani del terzo nemico, la superbia vitae. Non si tratta solamente di effimeri pensieri di vanità o di amor proprio: è uno stato di totale presunzione. Non inganniamoci: questo è il peggiore dei mali, la radice di tutti i traviamenti»⁷.

    Dato che il Signore viene a noi, dobbiamo prepararci. Quando il Natale verrà, il Signore dovrà trovarci in attesa e con l’anima preparata a riceverlo; così dovrà trovarci anche nel nostro incontro definitivo con Lui. Dobbiamo raddrizzare la rotta della nostra vita, volgerci verso questo Dio che viene a noi. Tutta l’esistenza dell’uomo è una costante preparazione all’incontro col Signore, che è sempre più vicino. Ma nell’Avvento la Chiesa ci aiuta a chiedere in modo speciale: «Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri. Guidami nella tua verità e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza»⁸.

    Prepareremo questo incontro nel sacramento della Penitenza. Qualche giorno prima del Natale 1980, Giovanni Paolo II si trovava con più di duemila bambini in una parrocchia romana. E cominciò la catechesi: «Come vi preparate per il Natale?». «Con la preghiera!», risposero i ragazzini gridando. «Bene, con la preghiera», replicò il Papa, «però anche con la Confessione. Dovete confessarvi per accostarvi poi alla Comunione. Lo farete?». E tutti in coro i ragazzini, ancora più forte, risposero: «Lo faremo!». «Sì, dovete farlo», disse loro Giovanni Paolo II. E a voce più bassa: «Anche il Papa si confesserà per ricevere degnamente il Bambino Gesù».

    Così faremo anche noi nelle settimane che mancano alla Notte santa; ogni volta con più amore, con più contrizione. Perché sempre possiamo ricevere questo sacramento della misericordia divina con disposizioni migliori, come conseguenza di un esame più approfondito della nostra anima.

    III. «In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: State attenti, vegliate, perché non sapete quando sarà il momento preciso. [...] Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino, perché non giunga all’improvviso, trovandovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate!»⁹.

    Per mantenere questo atteggiamento di veglia è necessario lottare, perché ogni uomo tende a vivere con lo sguardo fisso sulle cose terrene. Specialmente in questo tempo di Avvento i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita¹⁰ affinché non si perda di vista la dimensione soprannaturale che devono avere tutti i nostri atti. San Paolo paragona questa guardia su noi stessi a quella del soldato ben armato, che non si fa sorprendere¹¹. «Ma il nostro mortale avversario non trascura alcun mezzo per nuocere e non dorme mai: stiamo sempre all’erta anche noi»¹².

    Saremo all’erta se curiamo con diligenza l’orazione personale che evita la tiepidezza, e, con essa, la morte dei desideri di santità; saremo vigilanti se non trascuriamo le piccole mortificazioni, che ci mantengono pronti per le cose di Dio. Resteremo attenti con un delicato esame di coscienza che ci faccia vedere i punti in cui, quasi senza rendercene conto, ci stiamo allontanando dal nostro cammino. «Voi dunque, fratelli», ci dice san Bernardo, «ai quali Dio, come ai fanciulli, rivela le cose nascoste ai sapienti e ai prudenti, attendete con sagace sollecitudine a quanto è veramente salutare; pensate attentamente alle ragioni di questo Avvento, considerando bene chi è Colui che viene, donde e dove viene, a che, quando e per qual via viene. Codesta curiosità è senza dubbio lodevole e salutare. La santa Chiesa universale infatti non celebrerebbe questo Avvento con tanta devozione se non racchiudesse un grande mistero»¹³.

    «A te Signore, elevo l’anima mia, Dio mio, in te confido: che io non sia confuso. Non trionfino su di me i miei nemici. Chiunque spera in te non resti deluso», leggiamo nell’Antifona d’ingresso di oggi.

    Santa Maria, Speranza nostra, ci aiuterà, in questo tempo di Avvento, a migliorare. Lei aspetta con grande raccoglimento la nascita di suo Figlio che è il Messia. Tutti i suoi pensieri si volgono a Gesù che nascerà a Betlemme. Vicino a Lei ci sarà facile disporre la nostra anima perché l’arrivo del Signore non ci trovi distratti in altre cose di poca o nessuna importanza.

    Note al capitolo 1

    ¹ Orazione della Messa. - ² Cfr R.A. KNOX, Omelia sull’Avvento, 1947. - ³ Gv 1, 11. - ⁴ Rm 13, 11. - ⁵ Salmo responsoriale del lunedì della I settimana di Avvento. - ⁶ 1 Gv 2, 16. - ⁷ SAN J. ESCRIVÁ, È Gesù che passa, Edizioni Ares, Milano 19885, 5-6. - ⁸ Salmo responsoriale della Messa, ciclo C: Sal 24, 4-5. - ⁹ Mc 13, 33-37. Vangelo della Messa, ciclo B. - ¹⁰ Lc 21, 34. - ¹¹ Cfr Ef 6, 11-17. - ¹² SANTA TERESA D'AVILA, Cammino di perfezione, 19, 13. - ¹³ SAN BERNARDO, Sermone sui sei aspetti dell’Avvento, 1.

    Prima settimana di Avvento. Lunedì

    2. PREPARIAMOCI A RICEVERE GESÙ

    • Gioia dell’Avvento. Gioia di ricevere il Signore nella santa Comunione.

    • «Signore, io non son degno...»: prepararsi a ricevere il Signore. Imitare nelle disposizioni il centurione di Cafarnao.

    • Altri dettagli nella preparazione dell’anima e del corpo per ricevere con frutto questo sacramento. La Confessione frequente.

    I. Il Salmo 121, che leggiamo nella Messa di oggi, era un canto dei pellegrini che si avvicinavano a Gerusalemme: «Quale gioia, quando mi dissero: Andremo alla Casa del Signore. E ora i nostri piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme!»¹.

    Questa gioia è immagine anche dell’Avvento, in cui ogni giorno che trascorre è un passo di più verso la celebrazione della nascita del Redentore. È inoltre immagine dell’allegria che prova il nostro cuore quando ci accostiamo ben disposti alla santa Comunione.

    È inevitabile che, pur con questa allegria, ci sentiamo sempre più indegni quanto più si avvicina il momento di ricevere il Signore; e, se decidiamo di farlo, è perché Egli ha voluto rimanere sotto le apparenze del pane e del vino proprio per servire da cibo, per dare forza ai deboli e ai malati. Non è rimasto per essere premio dei forti, bensì come rimedio per i deboli. E tutti siamo deboli, in qualche modo malati. La miglior preparazione deve sembrarci poco, e ogni delicatezza insufficiente per ricevere Gesù. Così san Giovanni Crisostomo esortava i suoi fedeli perché si disponessero degnamente a ricevere la santa Comunione: «Non è forse assurdo avere tanta cura delle cose del corpo, che, avvicinandosi la festa, molti giorni prima prepari un bellissimo vestito [...] ti adorni e ti acconci in ogni modo possibile, ma in cambio, non hai nessuna cura della tua anima, abbandonata, impura, squallida, consumata dalla fame?»².

    Se qualche volta ci sentiamo freddi o fisicamente svogliati non per questo rinunceremo alla Comunione. Faremo in modo di uscire da quello stato esercitando di più la fede, la speranza e l’amore. E se la causa sta nella tiepidezza, o nell’esserci pigramente adeguati a una routine, sta a noi rimuovere questa situazione, dato che contiamo sull’aiuto della grazia. Non dobbiamo però confondere con la stanchezza una situazione di mediocrità spirituale accettata, e una cattiva abitudine che si rafforza giorno dopo giorno: sono due cose ben diverse. Cade nella tiepidezza chi non si prepara, chi non si impegna per quanto sta in lui nell’evitare le distrazioni quando Gesù viene nel suo cuore. È tiepido chi si accosta alla Comunione trattenendo l’immaginazione in altri pensieri e questioni. È tiepido chi non dà importanza al sacramento che riceve.

    Ricevere degnamente il corpo del Signore sarà sempre un’occasione per accenderci d’amore. «Dirà taluno: Ma perciò io non mi comunico spesso, perché mi vedo freddo [...]. Dunque, perché ti vedi freddo, per questo vuoi allontanarti dal fuoco? Anzi perché ti senti freddo, tanto più dei accostarti spesso a questo Sagramento, sempre che hai vero desiderio di amar Gesù Cristo. Avvicinati alla Comunione, scrisse san Bonaventura, anche se ti senti tiepido, confidando nella misericordia divina; perché quanto più uno è malato, tanto più ha bisogno del medico»³.

    Noi, pensando al Signore che ci aspetta, possiamo cantare pieni di gioia nell’intimo della nostra anima: «Quale gioia quando mi dissero: Andremo alla casa del Signore». Il Signore è contento anche quando vede che ci sforziamo di essere ben disposti a riceverlo. Domandiamoci quali accorgimenti e che attenzione dedichiamo a preparare la santa Messa, a evitare le distrazioni respingendo l’abitudinarismo, a far sì che il nostro ringraziamento sia intenso e pieno d’amore, tanto da farci restare uniti a Cristo tutto il giorno.

    II. Il Vangelo della Messa⁴ ci riporta le parole di un pagano, un centurione dell’esercito romano. Queste parole sono state comprese nella liturgia della Messa fin dai primordi e sono servite ai cristiani di ogni tempo per la preparazione immediata alla Comunione: «Domine, non sum dignus», «O Signore, non sono degno». I capi dei Giudei della città chiesero a Gesù che alleviasse la pena di quel centurione pagano, curando un suo servo al quale era molto affezionato e che stava per morire⁵. La ragione per la quale desideravano aiutarlo era che aveva costruito loro una sinagoga. Quando Gesù giunse in prossimità della casa, il centurione pronunciò le parole che si riecheggiano tuttora in ogni Messa: «Signore [...], io non son degno che tu entri sotto il mio tetto [...] ma comanda con una parola e il mio servo sarà guarito». Una sola parola di Cristo risana, purifica, conforta e riempie di speranza.

    Il centurione è un uomo di profonda umiltà, generoso, compassionevole e con un altissimo concetto di Gesù. Poiché è pagano non osa rivolgersi direttamente al Signore, ma manda altri che considera più degni, perché intercedano per lui. «Fu l’umiltà», commenta sant’Agostino, «la porta per la quale il Signore entrò a prendere possesso di quanto già possedeva»⁶.

    Nell’anima di quell’uomo si uniscono la fede, l’umiltà e la delicatezza. Per questo la Chiesa ci propone il suo esempio e le sue stesse parole come preparazione per ricevere Gesù quando viene a noi nella santa Comunione: «O Signore, non sono degno...».

    La Chiesa ci invita non solo a ripetere le sue parole, ma anche a imitare le sue disposizioni di fede, di umiltà e di delicatezza. «Vogliamo dire a Lui che accettiamo questa sua immeritata e singolarissima visita, moltiplicata su tutta la terra, tanto da arrivare fino a noi, fino a ciascuno di noi; e dirgli ancora che siamo attoniti e indegni di tanta bontà, ma felici; felici che sia elargita a noi ed al mondo; vogliamo anche dirgli che tanto prodigio non ci lascia indifferenti ed increduli, ma ch’esso mette finalmente nei nostri cuori un entusiasmo gioioso, quale non dovrebbe mai mancare nei veri credenti»⁷.

    Osserviamo ammirati come quel centurione di Cafarnao sia rimasto doppiamente unito al sacramento dell’Eucaristia: per le parole che il sacerdote e i fedeli dicono nella Messa prima della Comunione, e perché fu proprio nella sinagoga di Cafarnao, che lui aveva costruito, che Gesù disse per la prima volta che con l’alimentarci del suo corpo avremmo avuto in noi la vita: «Questo è il pane disceso dal cielo», disse Gesù, «non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno». E san Giovanni precisa: «Queste cose disse Gesù, insegnando nella sinagoga a Cafarnao»⁸.

    III. Prepararci per ricevere il Signore nella Comunione significa in primo luogo riceverlo in grazia. Commetterebbe una gravissima offesa, un sacrilegio, chi si comunicasse in peccato mortale. Non dobbiamo mai accostarci a ricevere il Signore con il dubbio fondato di aver commesso un peccato grave in pensieri, in parole o in opere. «Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore», dice san Paolo, e continua: «Ciascuno, pertanto, esamini sé stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna»⁹. «A colui che vuole comunicarsi, venga ricordato [...] il precetto: L’uomo provi sé stesso (1 Cor 11, 28). E la consuetudine della Chiesa mostra che quell’esame di coscienza è necessario, affinché nessuno, consapevole di essere in peccato mortale, per quanto si creda contrito, si accosti alla santa Eucaristia prima della Confessione sacramentale»¹⁰. «La partecipazione ai benefici dell’Eucaristia dipende poi dalle disposizioni interiori, dato che i sacramenti della nuova legge, per quanto agiscano ex opere operato, producono un effetto tanto maggiore quanto più perfette sono le disposizioni con cui si ricevono»¹¹. Di qui la convenienza di un’accurata preparazione dell’anima e del corpo: del desiderio di purificarsi, di trattare con delicatezza questo santo sacramento, di riceverlo con la maggior devozione possibile. Ci prepariamo molto bene quando lottiamo per vivere alla presenza di Dio la nostra giornata, e ci impegniamo a svolgere il meglio possibile i nostri doveri quotidiani: sentendo la necessità, quando commettiamo un errore, di chiedere perdono al Signore; riempiendo la giornata di atti di ringraziamento e di comunioni spirituali. Cosi ci si farà spontaneo, nel lavoro, nella vita famigliare, nello svago, in qualsiasi attività, volgere il cuore al Signore.

    Insieme a queste disposizioni interiori, e come necessaria manifestazione, si esprimono le disposi­zioni del corpo: il digiuno prescritto dalla Chiesa, la compostezza, il modo di vestire, sono segni di rispetto e riverenza. Concludendo la nostra orazione pensiamo a come Maria ricevette Gesù dopo l’annuncio dell’Angelo. Chiediamole che ci insegni a comunicarci con la purezza, l’umiltà e la devozione con cui Ella lo ricevette nel suo seno benedetto, con lo spirito e il fervore dei santi, anche se ci sentiamo indegni e immeritevoli.

    Note al capitolo 2

    ¹ Sal 121, 1-2. - ² SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, Omelia, 6. - ³ Cfr SANT'ALFONSO MARIA DE' LIGUORI, Pratica di amar Gesù Cristo, II, 14. - ⁴ Mt 8, 5-11. - ⁵ Cfr Lc 7, 1-10. - ⁶ Sant’Agostino, Discorsi, 6. - ⁷ San Paolo VI, Omelia, 25 maggio 1967. - ⁸ Gv 6, 58-59. - ⁹ 1 Cor 11, 27-28. - ¹⁰ Sacra Congregazione dei Riti, Istruzione Eucharisticum mysterium, 37. - ¹¹ San Pio X, Decreto Sacra Tridentina Synodus, 20 dicembre 1905.

    Prima settimana di Avvento. Martedì

    3. IL MESSIA, PRINCIPE DELLA PACE

    • La pace, dono di Dio. Si perde col peccato, la superbia e l’insincerità.

    • Trasmettere gioia e serenità a coloro che ne sono privi.

    • La filiazione divina, fondamento della nostra pace e della nostra gioia.

    I. La pace è uno dei grandi beni costantemente implorati nell’Antico Testamento. Questo dono è promesso al popolo di Israele come ricompensa per la sua fedeltà¹, ed è opera di Dio² dalla quale derivano innumerevoli benefici. La vera pace giungerà alla terra con la venuta del Messia. Per questo gli angeli annunciano cantando: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che Egli ama»³. L’Avvento e il Natale sono tempi particolarmente opportuni per accrescere la pace nei nostri cuori, e per chiedere la pace in questo mondo pieno di conflitti e rancori.

    «Ecco, il Signore viene, vestito di splendore e di forza; visita il suo popolo con la pace e dona una vita senza fine»⁴. Isaia ci ricorda, nella prima lettura della Messa, che nell’era messianica il lupo dimorerà insieme con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto, il vitello e il leoncello pascoleranno insieme⁵. Con l’avvento del Messia si rinnovano la pace e l’armonia dell’inizio della Creazione, e viene inaugurato un ordine nuovo.

    Il Signore è il «Principe della pace»⁶, e fin dal momento della sua nascita ci porta un messaggio di pace e di gioia; l’unica pace vera, la sola gioia certa. Le diffonderà, poi, per tutte le strade che percorrerà: «Pace a voi, sono proprio io»⁷.

    La presenza di Cristo nella nostra vita è, in ogni circostanza, la fonte di una pace vera e inalterabile. «Pace a voi», ci dice. Gli insegnamenti del Signore racchiudono «la buona novella della pace»⁸. Questo tesoro Gesù lo ha lasciato in eredità ai suoi discepoli di tutti i tempi: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi»⁹. «La pace terrena, che nasce dall’amore del prossimo, è essa stessa immagine ed effetto della pace di Cristo che promana dal Padre. Il Figlio incarnato infatti, principe della pace, per mezzo della sua croce ha riconciliato tutti gli uomini con Dio; ristabilendo l’unità di tutti in un solo popolo e in un solo corpo, ha ucciso nella sua carne l’odio e, nella gloria della sua risurrezione, ha diffuso lo Spirito di amore nel cuore degli uomini»¹⁰.

    La pace del Signore trascende assolutamente la pace del mondo: pace, quest’ultima, che può essere superficiale e apparente, che può forse risultare dall’egoismo e farsi compatibile con l’ingiustizia. Cristo è «nostra pace»¹¹ e nostra gioia; il peccato, al contrario, suscita nell’anima inquietudine e tristezza. La pace del cristiano, tanto necessaria per l’apostolato e per la convivenza, è ordine interiore, coscienza, delle proprie miserie e virtù, rispetto per gli altri, piena confidenza nel Signore che non ci abbandona mai. È frutto dell’umiltà, della filiazione divina e della lotta contro le proprie passioni, sempre inclini al disordine.

    La pace si perde con il peccato, con la superbia e la mancanza di sincerità con sé stessi e con Dio. La si perde anche quando non si sa vedere il disegno provvidenziale di Dio nelle difficoltà e contrarietà.

    La confessione sincera dei nostri peccati è uno dei principali mezzi che Dio ci mette a disposizione perché recuperiamo la pace perduta col peccato o con la mancata corrispondenza alla grazia: «La pace con Dio, conseguenza del perseguire la giustizia nell’allontanamento dal peccato; la pace col prossimo, frutto della carità diffusa dallo Spirito Santo; e la pace con sé stessi, la pace della coscienza, che deriva dalla vittoria sulle passioni e sul male»¹². Recuperare la pace, nel caso l’avessimo persa, è una delle migliori manifestazioni di carità verso il nostro prossimo; ed è anche il primo passo per preparare il nostro cuore alla nascita del Bambino Gesù.

    II. Gesù Cristo, nella beatitudine evangelica in cui ci annuncia il dono della pace, «non soltanto ci vieta le liti e gli odi, ma esige da noi qualcosa di più e vuole che noi riconduciamo alla concordia quelli che sono divisi»¹³. Il cristiano è un uomo aperto alla pace, e la sua presenza deve trasmettere serenità e gioia. Si tratta, però, della vera pace, non dei suoi surrogati. Siamo beati quando sappiamo portare la pace a quelli che sono afflitti, quando siamo strumento di unione in famiglia, fra i nostri colleghi di lavoro, con tutte le persone che incontriamo nel dipanarsi della vita quotidiana. Per poter realizzare un compito di tanta importanza dobbiamo essere umili e affabili, dato che «l’insolenza provoca soltanto contese»¹⁴. L’uomo che ha la pace nel cuore sa comunicarla quasi senza proporselo, e gli altri cercano in lui appoggio e serenità: l’apostolato si fa assai più facile. Diversamente da chi è amareggiato, inquieto e pessimista, che manca della pace del cuore e demolisce chiunque gli capiti accanto, noi cristiani dobbiamo diffondere la pace intima del nostro cuore lì dove ci troviamo.

    Saranno particolarmente benedetti dal Signore quanti si adoperano per la pace tra le nazioni e lavorano a questo scopo con retta intenzione; e, soprattutto, quanti pregano e si sacrificano per ricondurre gli uomini alla pace con Dio. Questo è il primo obiettivo di qualsiasi attività apostolica. L’apostolato della Confessione – i suggerimenti e l’aiuto che diamo ai nostri amici perché si accostino a questo sacramento – avrà sicuramente un premio speciale in cielo, dato che la Confessione è davvero la maggior fonte di pace e gioia nel mondo. «Non della severità di Dio parlano i confessionali nel mondo, presso i quali gli uomini manifestano i propri peccati, ma piuttosto della sua bontà misericordiosa. E quanti si avvicinano al confessionale, talora dopo molti anni e col peso di peccati gravi, nel momento di allontanarsene, trovano il desiderato sollievo; incontrano la gioia e la serenità della coscienza, che fuori della Confessione non potranno trovare altrove»¹⁵.

    Quelli che hanno la pace del Signore e la diffondono «saranno chiamati figli di Dio»¹⁶. San Giovanni Crisostomo spiega perché: «In quanto la grande opera del Figlio unico di Dio è stata appunto questa: unire tutto ciò che era diviso e riconciliare tutto ciò che era in lotta»¹⁷. In questo tempo di Avvento non potremmo anche noi promuovere, nelle persone della nostra famiglia, nei colleghi di lavoro, in coloro che ci stanno accanto, una maggior unione con Dio e una convivenza un po’ più amabile e allegra?

    III. «Quando l’uomo dimentica il suo destino eterno e il fine della sua vita si limita all’esistenza terrena, egli si accontenta con una pace fittizia, con una tranquillità solo esteriore a cui chiede la salvaguardia del più alto grado di benessere materiale che si possa raggiungere col minimo sforzo. In questo modo costruisce una pace imperfetta e instabile, dato che non è radicata nella dignità della persona umana, fatta ad immagine e somiglianza di Dio e chiamata alla filiazione divina. Non dovete mai accontentarvi di questi surrogati della pace; sarebbe un grave errore, il cui frutto produrrebbe la più amara delle delusioni. Gesù Cristo stesso l’ha annunciato poco prima dell’Ascensione al cielo, quando ha detto ai suoi discepoli: Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi (Gv 14, 27). Esistono quindi due tipi di pace: quella che gli uomini sono capaci di costruire da soli, e quella che è dono di Dio; [...] quella che viene imposta con il potere delle armi e quella che nasce dal cuore. La prima è fragile e insicura; potrebbe dirsi una mera apparenza di pace perché si fonda sulla paura e sulla diffidenza. La seconda al contrario, è una pace forte e duratura perché, fondandosi nella giustizia e nell’amore, penetra il cuore; è un dono che Dio concede a chi ama la sua legge (cfr. Sal 119, 165)»¹⁸. Se siamo uomini e donne che hanno nel cuore la vera pace, saremo più inclini a vivere come figli di Dio. Di conseguenza, vivremo meglio la fraternità con gli uomini. E inoltre, nella misura in cui ci sentiamo figli di Dio, saremo persone con una pace inalterabile.

    La filiazione divina è il fondamento della pace e della gioia del cristiano. In essa troviamo il sostegno di cui abbiamo bisogno, il calore paterno e la ferma speranza nel futuro. Viviamo, dunque, con la sicurezza che dietro tutte le contrarietà della vita vi è sempre una ragione di bene. «Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio»19, diceva san Paolo ai primi cristiani di Roma. La considerazione della nostra filiazione divina ci aiuterà a essere forti davanti alle difficoltà: «Non intimoritevi e non temete alcun male, anche se le circostanze in cui realizzate il vostro lavoro sono tremende […]. La mano di Dio è sempre possente e, se fosse necessario, opererebbe meraviglie»²⁰. Siamo ben protetti. Impegniamoci dunque, in questi giorni dell’Avvento, a favorire la pace e la gioia anche di fronte alle contrarietà; impariamo a trovare il Signore in tutto e anche nei momenti difficili.

    «Cerca il volto di Colui che abita sempre, con presenza reale e corporea, nella sua Chiesa. Fa’, almeno, quello che fecero i suoi discepoli. Avevano solo una fede debole, non avevano una grande speranza e neppure pace, ma almeno non si separarono da Cristo [...]. Non separatevi da Lui; anzi, quando vi trovate in difficoltà, rivolgetevi a Lui giorno dopo giorno, chiedendo con fervore e con perseveranza ciò che Lui solo può concedere [...]. Così, anche se nota in voi tanta incertezza che non dovrebbe esserci, si degnerà di rimproverare i venti e il mare. E ci sarà una grande pace»²¹.

     Santa Maria, Regina della pace, ci aiuterà ad avere pace nei nostri cuori, a recuperarla se l’abbiamo persa e a comunicarla a coloro che ci stanno vicini. Poiché si avvicina la festa dell’Immacolata, faremo in modo di ricorrere a Lei durante la giornata, sentendola più presente nel nostro lavoro e offrendole qualche particolare dimostrazione di affetto.

    Note al capitolo 3

    ¹ Lv 26, 6. - ² Is 26, 12. - ³ Lc 2, 14. - ⁴ Liturgia delle Ore, Ufficio delle letture del mercoledì della prima settimana d’Avvento, Responsorio. - ⁵ Cfr Is 11, 6. - ⁶ Is 9, 5. - ⁷ Cfr Lc 24, 36.39. - ⁸ Cfr At 10, 36. - ⁹ Gv 14, 27. - ¹⁰ CONCILIO VATICANO II, Cost. Gaudium et spes, 78. - ¹¹ Ef 2, 14. - ¹² SAN GIOVANNI PAOLO II, Discorso, 24 marzo 1986, 5. - ¹³ SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, Commento al Vangelo di san Matteo, 15, 4. - ¹⁴ Pro 13, 10. - ¹⁵ SAN GIOVANNI PAOLO II, Omelia, 16 marzo 1980, 2. - ¹⁶ Cfr Mt 5, 9. - ¹⁷ SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, op. cit., ibidem. - ¹⁸ SAN GIOVANNI PAOLO II, Discorso, cit., 3. - ¹⁹ Rm 8, 28. - ²⁰ SAN J. ESCRIVÁ, Amici di Dio, Edizioni Ares, Milano 1988⁴, 105. - ²¹ SAN J. H. NEWMAN, Omelia nella IV domenica dopo l’Epifania, 1848.

    Prima settimana di Avvento. Mercoledì

    4. UN MESSIA MISERICORDIOSO

    • Ricorrere sempre alla misericordia del Signore. Meditare la sua vita per imparare a essere misericordiosi con gli altri.

    • Il Signore è particolarmente compassionevole e misericordioso con i peccatori che si pentono. Ricorrere al sacramento della misericordia. Il nostro comportamento con gli altri.

    • Le opere di misericordia.

    I. «Attorno a lui si radunò molta folla recando con sé zoppi, storpi, ciechi, sordi e molti altri malati», leggiamo nel Vangelo della Messa di oggi. «Li deposero ai suoi piedi ed egli li guarì. E la folla era piena di stupore nel vedere i muti che parlavano, gli storpi raddrizzati, gli zoppi che camminavano e i ciechi che vedevano. [...] Gesù chiamò a sé i discepoli e disse: Sento compassione di questa folla»¹.

    Questa è la ragione che tanto spesso muove il cuore del Signore; spinto dalla sua misericordia farà, poco dopo, lo splendido miracolo della moltiplicazione dei pani. La liturgia ci propone questo passo del Vangelo durante il tempo di Avvento perché l’abbondanza del bene e la misericordia senza limiti sono stati i segni dell’arrivo del Messia.

    «Sento compassione di questa folla». Ecco il grande motivo per dedicarsi agli altri: la compassione e la misericordia.

    Per imparare a essere misericordiosi dobbiamo volgere lo sguardo a Gesù, che viene «a salvare ciò che era perduto»: non a spezzare «una canna incrinata» né a spegnere «uno stoppino dalla fiamma smorta»², ma a caricarsi delle nostre miserie per liberarci, a soccorrere quelli che soffrono e sono nel bisogno.

    Ogni pagina del Vangelo è una manifestazione della misericordia divina. Dobbiamo meditare la vita di Gesù perché Gesù completa e ricapitola tutta la storia della misericordia divina [...]. D’altronde, sono rimaste bene impresse nella nostra mente, tra molte altre scene del Vangelo, la clemenza verso la donna adultera, la parabola del figliol prodigo, quella della pecora smarrita, quella del debitore perdonato, e la risurrezione del figlio della vedova di Nain. Quanti motivi di giustizia, per spiegare questo grande prodigio! È morto l’unico figlio di una povera vedova, colui che dava senso alla sua vita e poteva aiutarla nella sua vecchiaia. Ma Gesù non opera il miracolo per dovere di giustizia; lo fa per compassione, perché si commuove interiormente davanti al dolore umano³.

    Gesù si commuove di fronte al nostro dolore. La misericordia di Dio è l’essenza di tutta la storia della salvezza, il motivo di tutti i fatti salvifici.

    Dio è misericordioso, e questo attributo divino è come il motore che guida e muove la storia di ciascun uomo. Quando gli apostoli vogliono presentare in sintesi la Rivelazione, la misericordia appare sempre come l’essenza di un piano eterno e gratuito, generosamente preparato da Dio. A ragione il salmista afferma che «della misericordia del Signore è piena la terra»⁴. La misericordia è l’atteggiamento costante di Dio verso l’uomo. E ricorrere a essa è il rimedio universale per tutti i nostri mali, anche per quelli che riterremmo di per sé irrimediabili.

    Meditare sulla misericordia del Signore ci deve dare una grande speranza «adesso e nell’ora della nostra morte», come diciamo nell’Ave Maria. Che serenità poter dire al Signore, con sant’Agostino: «Tutta la mia speranza è fondata solo sulla tua infinita misericordia!»⁵. Solo su questo, Signore. Tutta la mia speranza ha fondamento nella tua misericordia. Non nei miei meriti, ma nella tua misericordia.

    II. Il Signore mostra la sua misericordia specialmente con i peccatori: perdona i loro peccati. Spesso i farisei lo criticano per questo, ma il Signore li respinge dicendo che «non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati»⁶.

    Noi, che siamo malati, che siamo peccatori, abbiamo bisogno di ricorrere molte volte alla misericordia divina: «Mostraci, Signore, la tua misericordia e donaci la tua salvezza»⁷. In questo tempo liturgico la Chiesa lo ripete di continuo.

    Spesso, ogni giorno, ci volgeremo al Cuore misericordioso di Gesù per dire: «Signore, se vuoi, tu puoi sanarmi»⁸. «L’autentica conoscenza del Dio della misericordia, dell’amore benigno è una costante ed inesauribile fonte di conversione, non soltanto come momentaneo atto interiore, ma anche come stabile disposizione, come stato d’animo. Coloro che in tal modo arrivano a conoscere Dio, che in tal modo lo vedono, non possono vivere altrimenti che convertendosi continuamente a Lui»⁹.

    Veramente possiamo esclamare anche noi: «Quanto è grande la misericordia del Signore, il suo perdono per quanti si convertono a lui!»¹⁰.

    La misericordia divina per ciascuno di noi è davvero grande. Questa consapevolezza ci spinge a tornare molte volte al Signore, mediante il pentimento delle nostre mancanze e dei nostri peccati, in modo speciale in quel sacramento della misericordia divina che è la Confessione.

    Il Signore ha però posto una condizione per ottenere da Lui compassione e misericordia per i nostri mali e le nostre debolezze: che anche noi siamo magnanimi nei confronti del prossimo. Nella parabola del buon samaritano¹¹ il Signore ci indica quale deve essere il nostro atteggiamento verso il prossimo che soffre. Non ci è permesso passare oltre con indifferenza: dobbiamo fermarci accanto a lui. «Buon Samaritano è ogni uomo, che si ferma accanto alla sofferenza di un altro uomo, qualunque essa sia. Quel fermarsi non significa curiosità, ma disponibilità. Questa è come l’aprirsi di una certa interiore disposizione del cuore, che ha anche la sua espressione emotiva. Buon Samaritano è ogni uomo sensibile alla sofferenza altrui, l’uomo che «si commuove» per le disgrazie del prossimo. Se Cristo, conoscitore dell’interno dell’uomo, sottolinea questa commozione, vuol dire che essa è importante per tutto il nostro atteggiamento di fronte alla sofferenza altrui. Bisogna, dunque, coltivare in sé questa sensibilità del cuore, che testimonia la compassione verso un sofferente. A volte questa compassione rimane l’unica o principale espressione del nostro amore e della nostra solidarietà con l’uomo sofferente»¹².

    Non ci sarà, forse in casa nostra, in ufficio o in fabbrica, qualche persona ferita, nel fisico o nel morale, che richiede con urgenza la nostra disponibilità, il nostro affetto, le nostre cure?

    III. In tutta la Sacra Scrittura è evidente l’invito che Dio rivolge all’uomo perché nutra sentimenti di misericordia, che è quella «specie di partecipazione del nostro cuore all’altrui miseria, che ci spinge all’aiuto, per quanto è possibile»¹³. Il Signore ci promette che saremo felici se avremo un cuore misericordioso verso gli altri; così facendo, infatti, «otterremo misericordia» da Dio.

    Il campo della misericordia è grande quanto quello delle miserie umane da soccorrere. L’uomo può soffrire miseria e sventure sul piano fisico, intellettuale e morale... per questo le opere di misericordia sono innumerevoli, tante quante sono le necessità dell’uomo. Tradizionalmente, tuttavia, a titolo di esempio, la Chiesa indica quattordici opere di misericordia nelle quali questa virtù si manifesta in modo speciale. Il nostro atteggiamento di compassione e di misericordia deve manifestarsi, prima di tutto, nei confronti di coloro con cui abbiamo rapporti più abituali (i famigliari, gli amici), di coloro che Dio ci ha messo accanto, di quanti ne hanno più bisogno. Spesso la misericordia consisterà nel preoccuparci per la salute, il riposo, il cibo delle persone che Dio ci affida.

    I malati meritano un’attenzione speciale: compagnia, vero interessamento per la loro malattia, il suggerimento affinché offrano a Dio il loro dolore e l’aiuto affinché vi riescano... In una società disumanizzata per i frequenti attacchi alla famiglia, il numero di ammalati e anziani abbandonati, privi di conforto e di affetto, è sempre più alto. Visitare queste persone sole è un’opera di misericordia sempre più necessaria. Dio premia in modo particolare questi momenti di compagnia: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me»¹⁴, ci dice il Signore.

    Dobbiamo anche praticare, insieme alle cosiddette opere di misericordia corporale, quelle di misericordia spirituale. In primo luogo «ammonire i peccatori», con prudenza, con carità, per non offendere; «insegnare agli ignoranti», in particolare per quello che si riferisce all’ignoranza in materia religiosa, grande nemico di Dio, che di giorno in giorno cresce in modo allarmante: la catechesi è diventata oggi un’opera di misericordia urgente e di primaria importanza; «consigliare i dubbiosi», con onestà e rettitudine di intenzione, aiutandoli nel loro cammino verso Dio; «consolare gli afflitti», prendendo parte al loro dolore, incoraggiandoli a recuperare la gioia e a comprendere il significato soprannaturale della loro pena; «perdonare le offese» con prontezza, senza dare troppa importanza al fatto e tutte le volte che sia necessario; «sopportare pazientemente le persone moleste», prestando questo servizio con generosità e allegria; e infine «pregare Dio per i vivi e per i morti», sentendoci particolarmente uniti nella Comunione dei santi alle persone cui siamo legati per ragioni di parentela o di amicizia. Dobbiamo comportarci con misericordia nelle più varie situazioni, poiché «niente può renderti tanto imitatore di Cristo», dice san Giovanni Crisostomo, «quanto la preoccupazione per gli altri. Anche se digiuni, anche se dormi per terra, anche se, per così dire, ti uccidi, se non ti preoccupi del prossimo, hai fatto poco, sei ancora molto lontano dalla Sua immagine»¹⁵.

    Così otterremo da Dio misericordia per noi e forse la meriteremo anche per gli altri, da quell’abisso di misericordia che «si stende di generazione in generazione»¹⁶, come la Madonna profetizzò a Elisabetta.

    Imploriamo la misericordia divina per noi stessi, perché ne abbiamo bisogno. E chiediamola anche per i nostri famigliari, mediante l’intercessione di santa Maria, Madre di misericordia, vita, dolcezza e speranza nostra.

    Mentre si approssima la solennità dell’Immacolata Concezione il nostro fiducioso ricorso alla Vergine diventa più continuo e pieno d’amore.

    Note al capitolo 4

    ¹ Mt 5, 7. - ² Lc 19, 10; Is 42,3. - ³ SAN J. ESCRIVÁ, È Gesù che passa, cit., p. 7. - ⁴ Sal 33, 5. La versione corrente della Bibbia traduce «misericordia» con «amore». - ⁵ SANT’AGOSTINO, Confessioni, 10. - ⁶ Mt 9, 12. - ⁷ Sal 84, 8. - ⁸ Mt 8, 2. - ⁹ SAN GIOVANNI PAOLO II, Enciclica Dives in misericordia, 13. - ¹⁰ Sir 17, 24. - ¹¹ Lc 10, 30-37. - ¹² SAN GIOVANNI PAOLO II, Lettera apostolica Salvifici doloris, 28. - ¹³ SANT’AGOSTINO, La città di Dio, 9, 5. - ¹⁴ Mt 25, 40. - ¹⁵ SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, Commento alla prima epistola ai Corinzi. - ¹⁶ Lc 1, 50.

    Prima settimana di Avvento. Giovedì

    5. VENNE A COMPIERE LA VOLONTÀ DEL PADRE

    • Identificare la nostra volontà con quella del Signore. In che modo Dio ci manifesta la sua volontà. Volontà di Dio e santità.

    • Altri modi in cui si manifesta la volontà di Dio nella nostra vita: l’obbedienza. Imitare Ge­sù nell’ardente desiderio di compiere la volontà di Dio Padre. Umiltà.

    • Compiere la volontà di Dio quando costa, o risulta ingrata, o difficile.

    I. La vita di una persona si può edificare sulle più varie fondamenta: sulla roccia, sul fango, sul fumo, sull’aria... Solo il cristiano ha un fondamento saldo, al quale appoggiarsi con sicurezza: «Il Signore è una roccia eterna»¹.

    Nel Vangelo della Messa² il Signore ci parla di due case. In una di esse si volle probabilmente risparmiare nella costruzione, magari per la fretta di portarla a termine. Non si mise la dovuta cura. Il Signore definisce «uomo stolto» chi ha costruito in questa maniera. Le due case, una volta terminate, sembravano uguali, ma avevano un fondamento ben diverso: una era costruita sulla roccia, l’altra no.

    Passò del tempo e arrivarono le difficoltà, che misero a dura prova la stabilità della costruzione. Un giorno ci fu una tempesta: «Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa». Fu l’occasione per provarne la solidità. Una si mantenne sostanzialmente salda, l’altra cadde, e la sua rovina fu grande.

    La nostra vita può essere edificata solamente su Cristo, nostra unica speranza, nostro unico fondamento. E questo vuol dire, in primo luogo, che dobbiamo fare in modo di identificare la nostra volontà con la sua. La nostra non può essere un’adesione più o meno superficiale a una vaga immagine di Cristo: dev’essere un’adesione ferma alla sua volontà e alla sua Persona. «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli», si legge ancora nel Vangelo della Messa.

    La volontà di Dio è la bussola che ci indica in ogni momento il cammino che ci porta a Lui; e, contemporaneamente, è il sentiero della nostra personale felicità. Il compimento della volontà di Dio ci dà anche una grande forza per superare gli ostacoli.

    Che gioia poter dire alla fine dei nostri giorni: Ho sempre fatto in modo di cercare e fare la volontà di Dio in tutto! Non ci rallegreranno tanto i trionfi mietuti, né importeranno in modo particolare gli insuccessi e le sofferenze patite. Importerà, e molto, l’aver amato la volontà di Dio nella nostra vita, volontà che si sarà manifestata talvolta in modo generico e altre volte in modo molto concreto. E, se non avremo offuscato quella luce dell’anima che è la coscienza, la chiarezza sarà sempre stata suffi­ciente.

    Il compimento amoroso della volontà di Dio è anche il vertice di ogni santità. «Tutti i fedeli quindi saranno ogni giorno più santificati nelle loro condizioni di vita, nei loro doveri e circostanze, e per mezzo di tutte queste cose, se tutte le prendono con fede dalla mano del Padre celeste, e cooperano con la volontà divina...»³.

    Così dimostriamo il nostro amore per Dio e il grado di unione con Lui. E il Signore ci manifesta la sua volontà attraverso i Comandamenti, le indicazioni, i consigli e i precetti di nostra Madre la Chiesa, e anche attraverso gli obblighi inerenti alla nostra vocazione e al nostro stato. Riconoscere e amare la volontà divina in questi doveri ci darà la forza necessaria per svolgerli con perfezione; vi troveremo anche modo di esercitare le virtù umane e soprannaturali.

    La volontà di Dio è strettamente collegata con la sorridente carità di tutti i giorni, col compimento del dovere, anche se difficoltoso, con l’aiuto che prestiamo, sia sul piano soprannaturale che sul piano umano, a coloro che ci stanno accanto.

    II. La volontà di Dio ci si manifesta in modo esplicito attraverso le persone alle quali siamo tenuti a obbedire e attraverso i consigli ricevuti nella direzione spirituale. L’obbedienza non ha il suo fondamento nelle qualità di chi dirige (la personalità, l’intelligenza, l’esperienza, l’età). Gesù, essendo Dio, era infinitamente superiore a Maria e a Giuseppe: eppure «stava loro sottomesso»⁴. «Perciò Cristo, per adempiere la volontà del Padre, ha inaugurato in terra il Regno dei cieli e ci ha rivelato il mistero di Lui, e con la sua obbedienza ha operato la redenzione»⁵. Chi pensa che l’obbedienza richieda una sottomissione indegna dell’uomo, adeguata a persone di scarsa maturità, deve considerare che il Signore «umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce»⁶.

    Cristo obbedisce per amore, per compiere la volontà di suo Padre; questo è il senso dell’obbedienza cristiana: quella che si deve a Dio e ai suoi comandamenti, quella che si deve alla Chiesa, ai genitori, quella che, in vario ordine e grado, regola la vita professionale e sociale, nei suoi diversi aspetti.

    Per obbedire come Gesù ha obbedito è necessario coltivare un ardente desiderio di compiere la volontà di Dio nella nostra vita; ugualmente necessario è essere umili. Un’anima dominata dalla superbia non comprende lo spirito di obbedienza. Solo la persona umile accetta di buon grado un criterio diverso dal suo, quello di Dio, al quale conformare i suoi atti.

    Chi non è umile talvolta rifiuterà apertamente l’indicazione, altre volte l’accetterà in apparenza, senza però darle un vero spazio nel suo cuore, perché la sottoporrà a critica e le imporrà limiti. Così facendo perderà il senso soprannaturale dell’obbedienza. «Procediamo tuttavia guardinghi, perché la nostra tendenza all’egoismo non muore e la tentazione può infiltrarsi in mille modi. Dio esige che nell’obbedienza venga esercitata la fede, perché la sua volontà non si manifesta con strepito. Sovente il Signore suggerisce la sua volontà sottovoce, nell’intimo della coscienza: per riconoscere tale voce e seguirla fedelmente è necessario ascoltare con attenzione. In molte altre occasioni il Signore ci parla per mezzo di altri uomini, e può capitare che la vista dei loro difetti o il dubbio sulla loro idoneità a comprendere tutti i dati di una situazione concreta siano come un invito a non obbedire»⁷. Ciò nonostante, il nostro desiderio di compiere la volontà di Dio supererà questo ostacolo e altri che potrebbero presentarsi alla nostra obbedienza.

    L’umiltà dà pace e allegria per mettere in pratica l’indicazione ricevuta fino ai più piccoli dettagli.

    Chi è umile si sente felicemente libero di obbedire. «Col sottomettersi umilmente alla voce di un altro, riportiamo vittoria su noi stessi nel nostro cuore»⁸ e superiamo il nostro egoismo, spezzando le sue catene.

    Nell’apostolato l’obbedienza è indispensabile. A niente servono l’impegno, i mezzi umani, le mortificazioni: senza l’obbedienza, davanti a Dio tutto resta sterile. A niente servirebbe adoperarci alacremente per tutta una vita in un’opera umana, se non contassimo sul Signore. Anche la più valida delle nostre iniziative rimarrebbe senza frutto se prescindessimo dal desiderio di compiere la volontà di Gesù. «Dio non ha bisogno delle nostre fatiche, ma della nostra obbedienza»⁹.

    III. La volontà di Dio si manifesta anche in quei fatti che Lui permette e che non risultano secondo le nostre speranze, o sono addirittura del tutto opposti ai desideri che avevamo manifestato con insistenza nell’orazione. Momenti del genere ci chiedono di intensificare l’orazione e di concentrare meglio l’attenzione su Gesù Cristo. Ciò in particolar modo quando si tratta di avvenimenti dolorosi e duri da sopportare, come la malattia, la morte di una persona cara, il dolore di quelli che più amiamo. Il Signore farà in modo che ci uniamo alla sua orazione: «Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu»¹⁰; «Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volont໹¹.

    Egli è giunto a voler condividere con noi anche tutto quello che talvolta il dolore ha di ingiusto e di incomprensibile. Ma ci ha insegnato altresì a obbedire «fino alla morte e alla morte di croce»¹². Se qualche volta ci tocca soffrire molto, le nostre lacrime non offendono il Signore; però dobbiamo dire subito: «Padre, sia fatta la tua volontà».

    Nella nostra vita possono esserci momenti di maggior durezza, forse di oscurità e di dolore profondo, momenti nei quali accettare la volontà di Dio ci costa molto e siamo tentati di scoraggiarci. L’immagine di Gesù nell’orto del Getsemani ci mostra, allora, come dobbiamo comportarci: abbracciare la volontà di Dio senza porre limiti o condizioni di alcun tipo, e perseverare nella preghiera. Non poche volte, nell’arco della nostra vita, dovremo fare atti di identificazione con la volontà di Dio nostro Padre. Diremo, allora, nell’intimità della nostra orazione personale: «Tu lo vuoi, Signore?... Anch’io lo voglio!»¹³. E troveremo la pace, la serenità per noi e per chi ci sta vicino.

    La fede ci farà contemplare una sapienza superiore dietro ogni avvenimento. «Dio vede più lontano. Noi uomini non capiamo bene il suo modo paterno e delicato di condurci a S黹⁴. Gesù Cristo ci consolerà di tutti i nostri dolori, che ne risulteranno santificati. Dietro ogni avvenimento esiste uno scopo provvidenziale, e tutto è ordinato e disposto perché serva meglio alla salvezza di ciascuno; assolutamente tutto, sia i fatti di portata più universale sia quello che capita ogni giorno nel piccolo mondo della nostra professione, della nostra famiglia. Tutti i casi della vita possono e devono aiutarci a incontrare Dio, e pertanto a trovare la pace e la serenità dell’anima, perché «tutto concorre al bene di coloro che amano Dio»¹⁵. Il compimento della volontà di Dio è fonte di serenità e di pace. I santi ci hanno lasciato l’esempio di un’adesione senza condizioni alla volontà divina. Così si esprimeva san Giovanni Crisostomo: «In ogni situazione io dico: Signore, si faccia la tua volontà!: non quello che vuole questo o quello, ma quello che tu vuoi che si faccia. Questa è la mia fortezza, la mia roccia ferma, questo è il mio rifugio sicuro»¹⁶.

    Concludiamo l’orazione facendo nostre le parole della Chiesa: «Tu hai voluto, o Padre, che all’annunzio dell’angelo la Vergine immacolata concepisse il tuo Verbo eterno, e avvolta dalla luce dello Spirito Santo divenisse tempio della nuova alleanza: fa’ che aderiamo umilmente al tuo volere, come la Vergine si affidò alla tua parola»¹⁷.

    Note al capitolo 5

    ¹ Prima lettura della Messa; Is 26, 5. - ² Mt 7, 21. - ³ CONCILIO VATICANO II, Cost. Lumen gentium, 41. - ⁴ Lc 2, 51. - ⁵ CONCILIO VATICANO II, ibidem, 3. - ⁶ Fil 2,8. - ⁷ SAN J. ESCRIVÁ, È Gesù che passa, cit., 17. - ⁸ SAN GREGORIO MAGNO, Moralia, 25, 28. - ⁹ SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, Commento al Vangelo di san Matteo, 56, 5. - ¹⁰ Mc 14, 36. - ¹¹ Lc 22,42. - ¹² Fil 2,8. - ¹³ SAN J. ESCRIVÁ, Cammino, Edizioni Ares, Milano 1988²⁴, 762. - ¹⁴ BEATO A. DEL PORTILLO, Presentazione, in SAN J. ESCRIVÁ, Amici di Dio, cit., p. 7. - ¹⁵ Rm 8, 28. - ¹⁶ SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, Omelia prima dell’esilio, 1-3. - ¹⁷ Orazione della Messa del 20 dicembre.

    Prima settimana di Avvento. Venerdì

    6. AUMENTARE LA NOSTRA FEDE

    • Necessità della fede. Chiederla.

    • La fede, il tesoro più grande che abbiamo. Preservarla, comunicarla.

    • La fede di Maria.

    I. «Udranno in quel giorno i sordi le parole di un libro; liberati dall’oscurità e dalle tenebre, gli occhi dei ciechi vedranno. Gli umili si rallegreranno di nuovo nel Signore, i più poveri gioiranno nel santo di Israele»¹.

    Piena di gioia e di prodigi sarà la nuova era del Messia, annunziata dai Profeti. Il Redentore chiederà una sola cosa: fede. Senza questa virtù il Regno di Dio non viene a noi.

    Il Vangelo della Messa² ci presenta due ciechi che seguivano Cristo e gli chiedevano a gran voce la guarigione: «Figlio di Davide, abbi pietà di noi!», gli gridavano. Il Signore domanda loro: «Credete voi che io possa fare questo?». Alla loro risposta affermativa Egli li congeda guariti, con queste parole: «Sia fatto a voi secondo la vostra fede»³. A Gerico, ridona la vista a un altro cieco, dicendogli: «Va’, la tua fede ti ha salvato. E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada»⁴. Rassicura il padre di una fanciulla morta: «Non temere, soltanto abbi fede e sarà salvata»⁵. Poco prima aveva curato una donna, malata da molto tempo, che aveva manifestato la sua fede solamente toccando l’orlo della sua veste. Gesù le aveva detto: «Figlia, la tua fede ti ha salvata, va’ in pace»⁶. «Donna, davvero grande è la tua fede!», dirà a una donna cananea. E subito dopo: «Ti sia fatto come desideri»⁷.

    Per colui che ha fede non esistono ostacoli. «Tutto è possibile per chi crede»⁸, dice il Signore al padre del fanciullo posseduto da uno spirito muto.

    Gli apostoli si confidano col Signore in tutta semplicità. Riconoscono che la loro fede è molto spesso insufficiente di fronte a ciò che vedono e odono, e un giorno chiedono a Gesù: «Aumenta la nostra fede!». Il Signore risponde loro: «Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe»⁹. Anche noi sentiamo ciò che gli apostoli avvertivano: la fede ci viene meno davanti alla povertà di mezzi, alle difficoltà nell’apostolato, a taluni avvenimenti, che non sempre siamo capaci di contemplare con una prospettiva soprannaturale. Ma se viviamo con lo sguardo fisso in Dio non dobbiamo temere nulla: «La fede, se è forte, difende tutta la casa»¹⁰, dice sant’Ambrogio; difende tutta la nostra vita. Con la fede possiamo ottenere frutti che sono al di sopra delle nostre povere forze; niente ci sarà impossibile. «Gesù Cristo pone questa condizione: vivere di fede per essere poi capaci di muovere le montagne. Sono tante le cose da rimuovere... nel mondo, ma innanzitutto nel nostro cuore»¹¹. Imitiamo gli apostoli e con animo umile, poiché conosciamo i nostri limiti e debolezze, chiediamo al Signore che abbia pietà di noi: «Signore, aumenta la nostra fede!», gli diciamo nella preghiera. Santa Maria, chiedi a tuo Figlio che aumenti la nostra fede spesso fiacca e debole! Mossi da questa fiducia attendiamo il santo Natale e preghiamo insieme alla Chiesa: «Guarda o Padre, il tuo popolo che attende con fede il Natale del Signore, e fa’ che giunga a celebrare con rinnovata esultanza il grande mistero della salvezza»¹².

    II. La fede è il tesoro più grande che abbiamo; perciò dobbiamo fare di tutto per conservarla e accrescerla. È logico, dunque, che la difendiamo da tutto quello che le può recar danno: certe letture (particolarmente in tempi come i nostri, in cui gli errori sono più diffusi), certi spettacoli che insudiciano il cuore, le suggestioni della società consumistica, quei programmi televisivi che possono nuocere al tesoro che abbiamo ricevuto.

    Impegniamoci a ricevere un’adeguata formazione, tanto più solida quanto più l’ambiente e le situazioni in cui si svolge la nostra vita sono difficili; cerchiamo di recitare con attenzione il Credo nella Messa delle domeniche e delle feste, affinché sia un’autentica professione di fede. In un’epoca di confusione dottrinale come la nostra è opportuno vigilare con particolare cura per non cedere nel contenuto della nostra fede: neppure nel poco, perché se si cede in qualche aspetto del dogma cattolico, poi sarà necessario cedere in un altro, e poi in un altro ancora, e così fino a che tali cedimenti si trasformano in qualcosa di normale e lecito. E una volta che si è messo mano a smontare il dogma pezzo per pezzo, che succederà alla fine, se non di ripudiarlo interamente?¹³.

    Se custodiamo la fede e la manifestiamo nella nostra vita quotidiana sapremo comunicarla agli altri. Daremo al mondo la stessa testimonianza che diedero i primi cristiani: furono fermi come la roccia di fronte a difficoltà inimmaginabili. Molti nostri amici, vedendo il nostro comportamento coerente con la fede che professiamo, saranno spinti da questa testimonianza serena e forte e si avvicineranno al Signore.

    «Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli»¹⁴. Questa grande promessa ci sprona a una vita animata dall’apostolato. Riconoscere il Signore davanti agli uomini vuol dire essere testimoni vivi della sua vita e della sua parola. Noi vogliamo compiere i nostri doveri quotidiani secondo la dottrina di Gesù Cristo, e dobbiamo essere disposti a manifestare la nostra fede in tutti gli impegni famigliari e professionali. Pensiamo un momento al nostro lavoro, ai colleghi, agli amici; siamo conosciuti come persone di comportamento coerente con la propria fede? Manchiamo di audacia per parlare di Dio ai nostri amici? Ci ostacola il rispetto umano? Abbiamo cura della fede di coloro che il Signore in qualche modo ci ha affidato?

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