Explore 1.5M+ audiobooks & ebooks free for days

From $11.99/month after trial. Cancel anytime.

La direzione spirituale
La direzione spirituale
La direzione spirituale
Ebook445 pages5 hours

La direzione spirituale

Rating: 0 out of 5 stars

()

Read preview

About this ebook

Che cosa fa un direttore spirituale? Affianca la persona in cammino, la aiuta a discernere, le offre consigli frutto di saggezza e di esperienza, prega per lei. E tutto questo senza invadere il santuario della coscienza né condizionare in alcun modo la libertà. Questo libro contiene molta esperienza e sarà utile ai direttori spirituali. Non si ferma agli accorgimenti pratici su come gestire i colloqui. Molto più a fondo si domanda, come devono fare i direttori, di che cosa hanno bisogno le anime, quali sono le aspirazioni da suscitare in esse, quali i disturbi e le malattie più frequenti o più gravi. Per concludere che questo compito non si può svolgere se non a partire da una vita interiore profondamente radicata in Cristo. Ma per le stesse ragioni sarà altrettanto utile a chi riceve la direzione spirituale, che in queste pagine troverà orientamento per accostarsi ai colloqui adeguatamente disposto e per saper applicare i consigli alla pratica.
LanguageItaliano
PublisherAres
Release dateJan 23, 2014
ISBN9788881556069
La direzione spirituale

Read more from Francisco Fernández Carvajal

Related to La direzione spirituale

Related ebooks

Christianity For You

View More

Reviews for La direzione spirituale

Rating: 0 out of 5 stars
0 ratings

0 ratings0 reviews

What did you think?

Tap to rate

Review must be at least 10 words

    Book preview

    La direzione spirituale - Francisco Fernández Carvajal

    NOTA EDITORIALE

    Non manca letteratura recente sulla direzione spirituale, e tra questa spicca la grande opera coordinata da Giovanni Filoramo, Storia della direzione spirituale, pubblicata da Morcelliana in tre ponderosi volumi. Apprendiamo lì che questa pratica si è sempre data nella Chiesa, tipico il riferimento a san Paolo che, fulminato da Cristo risorto alle porte di Damasco, si sente dire di rivolgersi a uno sconosciuto Anania invece di ricevere direttamente da Gesù le necessarie istruzioni. Dio, dicevano gli scolastici, agisce per cause seconde.

    Eppure nei blog cattolici si leggono domande come queste: «Ho sentito parlare del direttore spirituale, ma chi è, cosa fa? Voi ne avete uno?». Infatti, se in alcuni settori più coltivati della Chiesa la direzione spirituale viene praticata con variabile assiduità, ciò non accade con il grosso dei fedeli, nemmeno tra quelli impegnati in gruppi attivi. Non è questa la sede per analizzare il fenomeno, ma sì per dare il benvenuto a questo testo di F. Fernández-Carvajal, pregevole per profondità, semplicità e chiarezza. L’autore, noto per le sue opere di spiritualità, raccoglie la tradizione dei santi, ma si ispira soprattutto agli insegnamenti di san Josemaría Escrivá, il quale ha avviato innumerevoli persone di ogni stato all’utilizzo frequente di questo aiuto.

    Che cosa fa allora un direttore spirituale, per rispondere alla domanda del blog? Affianca la persona in cammino, la aiuta a discernere, le offre consigli frutto di saggezza e di esperienza, prega per lei. E tutto questo senza invadere il santuario della coscienza né condizionare in alcun modo la libertà. Proprio da san Josemaría l’autore impara la squisita delicatezza e senso soprannaturale con cui si deve porre chi esercita la direzione di un fratello o una sorella. Ma già san Giovanni della Croce scriveva: «I direttori spirituali devono sapere e convincersi che l’agente principale, la guida e il movente delle anime in questa faccenda non sono essi, ma lo Spirito Santo, che non cessa di averne cura. Essi sono soltanto strumenti per indirizzare alla perfezione, attraverso la fede e la legge di Dio, secondo i doni che il Signore accorda a ciascun’anima. Tutta la loro preoccupazione sia non di conformare le anime al loro metodo e punto di vista, ma di giungere a sapere dove Dio le voglia condurre; e se non lo sanno, le lascino stare e non le turbino» (Fiamma d’amor viva 3, 46).

    Questo libro contiene molta esperienza e sarà utile ai direttori spirituali. Non si ferma agli accorgimenti pratici su come gestire i colloqui. Molto più a fondo si domanda, come devono fare i direttori, di che cosa hanno bisogno le anime, quali sono le aspirazioni da suscitare in esse, quali i disturbi e le malattie più frequenti o più gravi. Per concludere che questo compito non si può svolgere se non a partire da una vita interiore profondamente radicata in Cristo. Ma per le stesse ragioni sarà altrettanto utile a chi riceve la direzione spirituale, che in queste pagine troverà orientamento per accostarsi ai colloqui adeguatamente disposto e per saper applicare i consigli alla pratica.

    Michele Dolz

    La vita è come un viaggio sul mare della storia, spesso oscuro e in burrasca, un viaggio nel quale scrutiamo gli astri che ci indicano la rotta. Le vere stelle della nostra vita sono le persone che hanno saputo vivere rettamente. Esse sono luci di speranza. Certo, Gesù Cristo è la luce per antonomasia, il sole sorto sopra tutte le tenebre della storia. Ma per giungere fino a Lui abbiamo bisogno anche di luci vicine, di persone che donano luce traendola dalla sua luce e offrono così orientamento per la nostra traversata.

    Benedetto XVI

    Lettera Enciclica Spe salvi, 30-XI-2007, n. 49.

    DELL’AUTORE

    Quando si progetta una spedizione per conquistare una cima importante, si prepara coscienziosamente tutto il necessario: equipaggiamento, mappe, provviste... Se poi la vetta è molto alta e difficile da raggiungere, si cerca qualcuno che conosca bene le vie di salita, perché indichi i passaggi pericolosi e gli eventuali rischi che potrebbero far fallire l’impresa. Nessuno può ignorare l’importanza che ricopre tale guida: in molti casi l’ascensione sarebbe impossibile senza il suo aiuto. Qualcosa di simile potrebbe succedere a chi pretendesse di solcare mari sconosciuti con un semplice veliero, senza tener conto degli scogli, i marosi, le mille insidie delle acque.

    Tutti siamo stati chiamati alla vetta più alta, così come siamo stati invitati a prendere il largo, duc in altum: la vetta e il porto dell’amore di Dio. E non c’è niente di più nobile che incamminarsi verso queste cime e aiutare altri nell’ascensione o a giungere in porto dopo molte traversie: fare da guida nella vita soprannaturale. Questa è opera dello Spirito Santo, ma richiede di solito la cooperazione di altri attraverso ciò che chiamiamo direzione o accompagnamento spirituale. Questa pratica secolare della Chiesa contribuisce «a formare le coscienze [...]. Oggi più di ieri», insegna Benedetto XVI, «c’è bisogno di maestri di spirito saggi e santi: un importante servizio ecclesiale, per il quale occorre senz’altro una vitalità interiore da implorare come dono dello Spirito Santo mediante intensa e prolungata preghiera e una preparazione specifica da acquisire con cura»¹.

    Dio, che può operare nei modi più diversi, volle orientare i Magi attraverso un uomo. Quando, scomparsa la stella che li aveva guidati da luoghi tanto lontani, restarono nelle tenebre, essi fecero ciò che il buon senso dettava: domandarono a chi poteva sapere dove era nato il re dei giudei². Gesù, Signore di tutte le cose, guariva i malati nel modo che riteneva più opportuno: alcuni li guarì a distanza; altri per gradi, come il cieco del quale ci parla san Giovanni³; molti li guarì direttamente o anche avvalendosi degli apostoli.

    Nello stesso modo, san Paolo, al momento della conversione, sarà aiutato da un discepolo del Signore: «Che devo fare?»⁴, domanda Paolo. E il Signore risponde: «Alzati e prosegui verso Damasco; là sarai informato di tutto ciò che è stabilito che tu faccia». Gesù non gli comunica i suoi piani direttamente, malgrado gli sia apparso e gli abbia parlato; al contrario, sceglie uno di quei primi cristiani, Anania, e gli dà l’incarico di guarire l’apostolo dalla cecità e di comunicargli la missione che deve compiere. Nel Nuovo e nel Vecchio Testamento possiamo osservare la grande fiducia che Dio ripone in coloro ai quali affida il compito di orientare altre persone; talvolta affida loro l’incarico di dirigere le anime chiamate da Dio alle vette più alte⁵.

    San Francesco di Sales chiama questo mandato di guidare gli altri «il consiglio dei consigli»⁶ e san Gregorio Magno «l’arte delle arti»⁷, una cosa per la quale si richiede una particolare prudenza e delicatezza spirituale. «Si tratta di un mezzo classico, che non ha perduto nulla del suo valore»⁸. Inoltre Giovanni Paolo II incoraggiava a riscoprire questa pratica con la quale si può fare un gran bene alle anime e alla Chiesa intera⁹.

    I santi hanno reclamato per sé una guida della vita interiore. Non si sentivano sicuri seguendo il loro criterio personale e hanno chiesto luce ad altri, perché, come sottolinea san Giovanni della Croce, «chi vuole stare solo, senza appoggio e senza guida, sarà come un albero che sta nel terreno solo e senza padrone: più frutti avrà, tanto più i viandanti li raccoglieranno e non potranno arrivare a maturazione». Difficilmente riuscirà a farcela. Invece, «l’albero coltivato e attentamente curato dal padrone darà i frutti sperati a tempo debito». Poi il santo conclude: «L’anima sola, senza maestro, [è] come il carbone lasciato a sé stesso; si andrà spegnendo anziché accendersi»¹⁰. Questa è stata l’opinione costante di quelli che hanno raggiunto le vette della santità. D’altra parte, la direzione spirituale è una pratica vissuta nella Chiesa sin dai primi secoli. Il Concilio Vaticano II esortava i sacerdoti ad avere «in grande stima la direzione spirituale»¹¹.

    Gli aiuti che deve prestare colui che accompagna altri nel cammino sono assai diversi: certe volte aprirà orizzonti, orienterà verso la formazione di un retto criterio cristiano che si manifesti nel lavoro, nell’àmbito famigliare, nelle difficoltà ordinarie, in modo che le loro vite riflettano le meraviglie del Signore; nei momenti di scoraggiamento o di contrarietà, quando la salita appare più ripida, dirà una parola di incoraggiamento o darà un consiglio che doni all’altro la fermezza necessaria. Inoltre provvederà a segnalare gli ostacoli nella vita interiore, in modo che l’anima non impedisca né intralci l’azione della grazia; indicherà i mezzi più adatti per crescere nell’amore a Dio; correggerà con prudenza eventuali deviazioni dal cammino; starà vicino nei momenti di disorientamento o di oscurità; aiuterà e incoraggerà sempre nella lotta interiore; stimolerà a essere fermento in mezzo al mondo, là dove lo ha posto il Signore. E, come il Maestro, chi dirige anime «non spezzerà la canna infranta, non spegnerà il lucignolo fumigante»¹², ma fortificherà chi attraversa un momento di debolezza e infiammerà chi sembra spento, senza mai ritenere nessuno irrecuperabile.

    Il Curato d’Ars – ricorda Benedetto XVI nella Lettera di convocazione dell’Anno sacerdotale (16-VI-2009) – «aveva una maniera diversa di atteggiarsi con i vari penitenti [...]. A chi si presentava già desideroso e capace di una profonda vita spirituale, spalancava le profondità dell’amore, spiegando l’indicibile bellezza di poter vivere uniti a Dio e alla sua presenza: Tutto sotto gli occhi di Dio, tutto con Dio, tutto per piacere a Dio... Com’è bello!. E insegnava loro a pregare: mio Dio, fammi la grazia di amarti tanto quanto è possibile che io t’ami».

    Infine, esiste la possibilità che qualcuno che sa di essere poca cosa venga chiamato a dirigere altri che sono molto avanti nel cammino della santità. Se adopera i mezzi spirituali necessari, non abbia timore di dirigere quelli che hanno un ottimo rapporto con Dio e si trovano già molto vicini a Lui: lo Spirito Santo invia la sua luce, e sono molte le grazie che si ricevono.

    Per aiutare realmente gli altri dobbiamo essere convinti della bontà di Dio, che non vuole che nessuno rimanga nella mediocrità: tutti «chiama a una vita cristiana, a una vita di santità, a una vita di elezione, a una vita eterna»¹³. Il Signore ci ha fatto in modo tale che, «sempre e in ogni luogo, l’ardente desiderio del nostro spirito e del nostro cuore tende all’infinito, tende all’eterno, e non trova la quiete se non in Lui. Il nostro spirito reclama un sapere senza limiti, il nostro cuore esige un amato che lo possa saziare per sempre e lo renda felice in eterno: le nostre transitorie gioie terrene aspirano a sfociare in una felicità, in un amore senza fine. Quello che c’è di più nobile in un uomo tende ad ampiezze e a profondità infinite; alla fin fine, al possesso della vita divina»¹⁴. E questo in tutte le anime. Santa Teresa, dopo aver affermato che la santità si fonda sull’aiuto divino, mette in guardia dalla tentazione che possono subire le anime e dal danno che possono ricevere da una falsa umiltà, limitata nei desideri e troppo esigua nelle aspirazioni.

    Avverte la santa: «Occorre ben capire come questa umiltà debba essere, per evitare il danno che il demonio fa a molte persone di orazione, a cui impedisce di progredire col suggerire false idee di umiltà, persuadendole essere superbia nutrire grandi desideri, voler imitare i santi e desiderare il martirio. Dice e persuade che le azioni dei santi sono degne di ammirazione, ma non imitabili da noi che siamo peccatori»¹⁵. È una falsa umiltà, che condurrebbe alla mediocrità spirituale, tanto estranea all’autentica vocazione cristiana.

    Benedetto XVI ha sottolineato il valore perenne dell’aiuto spirituale personale, che tanto favorisce il raggiungimento di quella pienezza di vita e di amore a cui il cuore umano anela e alla quale ogni persona è chiamata. «Vorrei dire che rimane valido per tutti – sacerdoti, persone consacrate e laici, e specialmente per i giovani – l’invito di ricorrere ai consigli di un buon padre spirituale, capace di accompagnare ciascuno nella conoscenza profonda di sé stesso, e condurlo all’unione con il Signore, affinché la sua esistenza si conformi sempre più al Vangelo. Per andare verso il Signore abbiamo sempre bisogno di una guida, di un dialogo. Non possiamo farlo solamente con le nostre riflessioni. E questo è anche il senso della ecclesialità della nostra fede, di trovare questa guida»¹⁶.

    L’orientamento spirituale personale permette una crescente conoscenza di sé, dà significato e orientamento alla crescita interiore e alla ricerca di Dio e degli altri, aiuta a dimensionare i mezzi in modo che siano coerenti con le possibilità personali, suggerisce le priorità ecc. Non si può sottovalutare questo aiuto che illumina gli spazi interiori, non poche volte in penombra, e allarga lo sguardo aprendolo a Dio e agli altri¹⁷.

    A conclusione di queste pagine di presentazione, l’autore sente la necessità di manifestare la sua gratitudine a san Josemaría Escrivá, che ricorda con grandissimo affetto, sapendo bene quale traccia ha lasciato nella sua vita. L’essenza di molte idee che qui vengono esposte è dovuta ai suoi insegnamenti, che ho ascoltato dalle sue labbra e meditato tante volte.

    FRANCISCO F.-CARVAJAL

    Majadahonda, Madrid, 11 giugno 2010

    1

    LE QUALITÀ DI UNA BUONA GUIDA

    STRUMENTO DELLO SPIRITO SANTO

    Lo Spirito Santo opera incessantemente nell’anima di un cristiano che vive la vita della grazia, ma di solito preferisce servirsi di altri per compiere la propria opera. Le continue meraviglie che passano per le mani del direttore spirituale devono indurlo alla profonda convinzione di essere solo uno strumento del Signore, e questo richiede umiltà e docilità. Se ha questa convinzione soprannaturale, potrà superare la tentazione di cadere in uno dei due estremi alimentati dalla superbia: la vanità di credersi qualcuno per sé stesso e la falsa umiltà di bloccarsi pensando che sia un compito troppo elevato per lui.

    Il Signore dà gli aiuti necessari a quelli che compiono questo lavoro. In essi avviene alla lettera ciò che insegna san Tommaso: «Quelli che Dio sceglie per una missione, li prepara e li dispone in modo tale che risultino idonei ad adempiere la missione per la quale sono stati scelti»¹. La grazia li rende adatti al delicato incarico del Signore.

    L’umiltà necessaria per dirigere altri si manifesta nel continuo ricorso ai mezzi soprannaturali. Questo insegnamento lo troviamo spesso nel Vangelo. Così, quando il Signore inviò per la prima volta i discepoli in una missione apostolica, diede loro questa indicazione: «Non portate né borsa né bisaccia». Gli Apostoli sapevano bene che l’efficacia veniva da Gesù: le guarigioni, le conversioni, i miracoli non erano dovuti alle loro qualità personali, ma alla forza divina del Maestro. Anni dopo san Paolo ripeterà la stessa verità fondamentale: «Né chi pianta è qualcuno né chi irriga, ma solo colui che fa crescere, Dio». Da noi stessi non possiamo far nulla: non solo siamo servi, ma «servi inutili»², incapaci per noi stessi di adempiere l’incarico del Signore.

    Gesù ha chiesto ai suoi discepoli, ripetutamente, l’atteggiamento di non costruire nulla su qualcosa di tanto debole come le loro capacità umane, ma invece di costruire sulla fortezza data dalla fiducia in Lui. E negli anni in cui lo accompagnarono per le terre e le strade della Palestina dette loro numerose lezioni pratiche, confermandoli nella persuasione che nulla potevano fare senza il suo aiuto e che, invece, tutto avrebbero ottenuto in suo nome. Così una volta il Maestro li lascia in mezzo al lago di Tiberiade in condizioni tali che a nulla valgono la loro abilità e la loro esperienza del mare, e sono sul punto di morire; un altro giorno, davanti a una moltitudine bisognosa di sfamarsi, capiscono che non hanno il cibo per saziare tanta gente. Permette che vadano incontro a un insuccesso quando tentano di scacciare il demonio da un bambino lunatico. E lascia che Pietro affondi nelle acque del mare, finché egli stesso non gli tende la mano. Gli apostoli impararono a confidare nel Signore e, dopo la dura prova del Calvario, diventarono le colonne ferme e sicure di tutti quelli che sono venuti in seguito.

    In un modo o nell’altro si deve ripetere questo stesso processo – la fiducia e l’abbandono progressivo in Dio – in quelli che seguono il Signore, ma in modo molto particolare nel sacerdote o nella persona qualificata che ha il compito di orientare spiritualmente gli altri fedeli. Certe volte il Signore si serve della stessa condizione umana, delle debolezze, dei cedimenti, degli errori e delle tenebre per fare in modo che ricorriamo più spesso a Lui, per aiutarci a progredire nell’umiltà. Per questo sant’Agostino consiglia: «Fatevi valle (siate umili) per ricevere la pioggia; ciò che sta in alto si secca, quello che è in basso si riempie. La grazia è come la pioggia»³. Quest’acqua abbondante per gli altri arriva opportunamente dal Cielo se trova le disposizioni di umiltà in chi ha l’incarico di guidare gli altri.

    La grazia divina potenzia i talenti umani di chi dà consigli spirituali e, nello stesso tempo, prepara il cuore di quelli che ricevono il consiglio e la parola che apre orizzonti di santità. Questo aiuto soprannaturale, pertanto, è il primo che dobbiamo ottenere dal Signore che, d’altra parte, non vuol fare a meno di quello umano, come non ha voluto lasciare da parte i pochi pani e i pochi pesci disponibili al momento di dar da mangiare a più di cinquemila uomini.

    È indubbiamente necessario che colui che guida spiritualmente gli altri coltivi responsabilmente la propria vita interiore e metta a frutto la propria esperienza in quest’area. Tuttavia non deve mai dimenticare che il fondamento di questa ars artium è l’aiuto costante di Dio e del suo Amore per noi, è l’immenso «interesse» del Signore affinché gli uomini partecipino della sua vita divina. Per questo, praticare la direzione spirituale di altri richiede una profonda umiltà: sia per la grandezza della missione, sia per la continua necessità dell’aiuto soprannaturale.

    L’umiltà di essere «solo» uno strumento

    Quando colui che aiuta gli altri mette da parte gli atteggiamenti presuntuosi – o di falsa umiltà, di pusillanimità –, quando mette a servizio delle persone i propri talenti e chiede grazia e luci, allora è veramente uno strumento dello Spirito Santo. E non si meraviglia se qualche volta sente con maggiore intensità l’insufficienza delle sue capacità personali, come la sentirebbe un pennello se potesse avere coscienza delle opere d’arte che realizza. In questa situazione, quando sa di essere non solo poca cosa, ma nulla in rapporto a ciò che il Signore vuole da lui, deve ricorrere con maggiore determinazione ai mezzi soprannaturali: all’unione con il Signore presente nel tabernacolo, a una mortificazione più generosa, in modo speciale se qualche volta non si capisce con chiarezza quale strada converrebbe prendere con una determinata persona, se si ha l’impressione che qualcuno non faccia passi avanti. In questi casi deve riconoscere con semplicità di essere uno «strumento inadeguato», deve confidare di più nella grazia ed essere docile ai suggerimenti dello Spirito Santo nell’orazione. Dio vede più lontano, conosce quello che c’è in ogni uomo⁴, eppure – non dimentichiamolo – vuole contare su di noi.

    L’umiltà di sentirsi solo uno strumento si manifesta anche nell’impegno di portare gli altri per le vie che lo Spirito Santo vuole, perché è lui la vera guida delle coscienze. Perché il pennello sia utile nelle mani del pittore deve distendere bene i colori e permettere di tracciare linee grosse o sottili, toni energici o lievi. Deve subordinare le proprie qualità all’uso che di esse vorrà fare l’artista, che è colui che compone il quadro, distribuisce le ombre e le luci, i toni vivi e quelli tenui, colui che dà profondità e armonia alla tela fino a formare un insieme coerente ed espressivo. Inoltre il pennello deve avere una buona impugnatura che gli permetta di stare saldamente nella mano del maestro: se non c’è unione, se non asseconda fedelmente l’impulso che riceve, non c’è arte.

    Essere strumento nell’assistenza spirituale, dunque, significa trasmettere fedelmente lo spirito di Dio e non il proprio, fare in modo che le luci dello Spirito Santo arrivino più facilmente alle anime, senza scorie personali. Spesso costatiamo, con una chiarezza che non ammette dubbi, che le capacità personali non hanno proporzione alcuna con i frutti soprannaturali che Dio ottiene. Siamo veramente «un pennello nelle mani dell’artista»⁵.

    L’umiltà di sentirsi un semplice strumento porta alla fine, paradossalmente, a quella particolare fortezza che non si fa guidare da considerazioni meramente umane: la maggiore età di chi chiede un aiuto spirituale, più esperienza della vita soprannaturale, un’attività professionale di grande responsabilità ecc. L’umiltà porta il direttore spirituale a essere consapevole che Dio riversa molte grazie nelle anime e che egli può essere esigente e può applicare la medicina opportuna caso per caso, anche in quegli aspetti della lotta ascetica che forse egli stesso ancora non ha superato, perché sa che la grazia viene da Dio e che, come il buon medico, può curare anche nel caso in cui egli stesso sia affetto dalla malattia alla quale cerca di porre rimedio. «Quando un medico è malato, smette forse di curare, anche se è afflitto da una malattia cronica? La sua malattia gli impedirà forse di prescrivere ad altri malati la medicina opportuna? Certamente no: per curare, gli basta possedere la scienza adeguata e metterla in pratica, con lo stesso interesse con cui combatte la propria infermità»⁶.

    Tuttavia bisogna tener presente che un medico potrebbe venire a trovarsi nelle condizioni di non poter curare gli altri se la propria malattia gli impedisse di farsi carico della malattia del paziente – e pertanto di prescrivere i rimedi opportuni –, se il proprio male fosse contagioso, se arrivasse a considerare normale, in quanto ne è affetto egli stesso, ciò che è una grave infermità anche in colui che egli dovrebbe guarire. Il medico, in questi casi, dovrebbe «riposare per un certo tempo», lasciarsi curare e mandare il paziente da un altro medico.

    Respingere le lodi

    Le grandi opere che si realizzano grazie all’aiuto spirituale si devono attribuire, com’è logico, all’Artista, non al «pennello». Una conseguenza pratica di questa realtà è quella di respingere sempre – almeno nel cuore – qualunque lode si riceva, indirizzandola al Signore⁷. La gloria del quadro appartiene al pittore; il pennello, se avesse vita propria, avrebbe la gioia di aver collaborato con un maestro tanto grande, ma non dovrebbe appropriarsi del merito. Non è la cisterna che gli animali cercano, ma l’acqua che essa contiene, e in ogni caso la capacità, che passa inosservata, di fornire acqua. Quello che le anime aspettano – anche se non sempre ne sono consapevoli, anche se fanno affermazioni diverse – è Dio. All’ingresso di Gerusalemme, non era all’asino che i giudei porgevano i mantelli e le palme, ma a Gesù. Scriveva simpaticamente Albino Luciani, che sarebbe diventato poi Giovanni Paolo I: «Quando mi viene fatto un complimento, ho bisogno di paragonarmi all’asinello che portava Cristo il giorno delle Palme. E mi dico: quello, se, sentendo gli applausi della folla, si fosse insuperbito e avesse cominciato – somaro com’era – a ringraziare a destra e a sinistra con inchini da prima donna, quanta ilarità avrebbe suscitato! Non fare una figura simile!»⁸. La possibilità di diventare ridicoli non è affatto remota, anzi, se non si sta in guardia, è molto reale e molto prossima.

    Per questo lo strumento buono non si sente imprescindibile; anzi, fa di tutto per non esserlo, in modo che, se dovesse venire a mancare, un altro possa continuare il suo lavoro in quell’anima. Cattivo segno sarebbe che chi orienta pensasse che solo lui sa aiutare una determinata persona e che, se non lo facesse lui, in quell’anima succederebbe una catastrofe spirituale⁹.

    Qualsiasi cosa buona sia uscita dalle nostre mani dobbiamo attribuirla prima di tutto a Dio, che «può servirsi di un bastone per far sgorgare l’acqua da una roccia o di un poco di fango per restituire la vista ai ciechi»¹⁰. Siamo il fango che dà la vista ai ciechi, il bastone che fa sgorgare una sorgente in pieno deserto, ma è Cristo il vero autore di queste meraviglie. Che cosa potrebbe fare il fango da sé stesso? Insudiciare.

    Bisogna meditare a fondo l’affermazione perentoria del Signore: «Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla»¹¹. Se facciamo in modo di rimanere in Lui e lasciamo che egli operi, diamo frutto, e anche molto frutto; ma non dimentichiamo quello che aggiunge Gesù: «Senza di me non potete far nulla».

    Inoltre la vanità può indurre a inorgoglirsi per le frasi amabili e riconoscenti che una persona aiutata rivolge a chi lo ha assistito con tanto zelo: «Quanto mi ha aiutato!», «Come mi ha capito bene!». Qualche volta occorrerà insegnare a elevare a Dio la gratitudine; altre volte, se non è il momento opportuno, è meglio aspettare: se fa passi avanti nel rapporto con Dio, imparerà a poco a poco a non elogiare la propria guida in sua presenza. E saprà distinguere tra ringraziare – la gratitudine è una virtù cristiana – e provocare la vanità dell’altro.

    Umiltà & mete alte

    L’umiltà di essere strumento di Dio comporta altre conseguenze: necessità di stare uniti al Signore per poter sostenere i propri fratelli, non cadere per non fare inciampare gli altri, considerare come propria la lotta di quelli che sta cercando di portare verso il Signore, lasciarsi aiutare nella propria direzione spirituale... In sostanza, non possiamo privare gli altri – per lacune nella nostra formazione, per mancanza di lotta nella nostra santità – di ciò a cui essi hanno diritto: una buona dottrina, una parola di incoraggiamento per andare più avanti, un’esigenza cordiale che porta a «lanciare le anime verso l’alto», a non permettere che si accontentino di una lotta stentata e sterile; infatti umiltà non equivale assolutamente a «mete ristrette» nel proprio orientamento spirituale o in quello degli altri.

    In tal senso, dobbiamo prendere buona nota delle lamentele di santa Teresa quando parla del direttore spirituale che limita i grandi voli dell’anima. La santa chiede «che questi non insegni a camminare come tartarughe, né si contenti che l’anima si abitui solo a cacciar lucertole»¹². Il Signore invita tutte le anime a volare alto, ognuna nella condizione e nello stato in cui si trova; per questo le mete devono essere proporzionate, ma sempre elevate, come compete a chi è stato destinato all’intimità con Dio, anche in mezzo alle attività secolari. Il contrario sarebbe, secondo la santa di Avila, insegnare «a essere tartarughe», a procedere terra terra, ad accontentarsi «di cacciare lucertole», con un ideale non troppo elevato: poca vita di orazione e di mortificazione; una scarsa o nulla influenza del lievito cristiano sulla famiglia e sul lavoro, un rapporto povero con la santissima Umanità del Signore, con lo Spirito Santo, esami particolari di coscienza¹³ con limitate ambizioni soprannaturali.

    Per aiutare realmente gli altri, chi dà consigli dev’essere convinto che Dio non vuole che nessuno rimanga nella mediocrità: tutti «chiama a una vita cristiana, a una vita di santità, a una vita di elezione, a una vita eterna»¹⁴. Il Signore ci ha fatti in modo tale che, sempre e in ogni luogo, l’ardente desiderio del nostro spirito e del nostro cuore tenda all’infinito, tenda all’eterno, e non trova quiete se non in lui. La nostra natura richiede un sapere senza limiti, il nostro cuore esige un amato che lo possa saziare per sempre e lo faccia eternamente felice: le nostre transitorie gioie terrene aspirano a sfociare in una beatitudine senza fine. Quello che nell’uomo c’è di più nobile tende ad ampiezze e profondità infinite: in fin dei conti, al possesso della vita divina¹⁵. E questo in tutte le persone.

    Enjoying the preview?
    Page 1 of 1