Il mistero di Gesù di Nazaret
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Il mistero di Gesù di Nazaret - Francisco Fernández Carvajal
I
La grande notizia
L’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio
una grande gioia, che sarà di tutto il popolo»
Lc 2, 10.
Al tempo di Gesù c’era in Israele un acceso clima di speranza e di attesa del Messia. Le autorità religiose scoprivano segni e indizi del suo imminente arrivo; stavano per compiersi le antiche profezie. Anche il popolo era stato contagiato da questa attesa. Si comprende, perciò, l’inquietudine di Erode quando i Magi giungono a Gerusalemme e chiedono notizie del Messia: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo
. All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme» (Mt 2, 2).
Anche Simeone e Anna, giusti davanti a Dio, erano pieni di speranza e sicuri dell’arrivo del Messia. Quell’uomo santo poteva dire a Dio con gioia: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza» (Lc 2, 29-30). Essi considerano come avvenuta l’attesa contemplando Gesù in braccio a Maria accompagnata da Giuseppe.
Alcuni anni dopo, quando comparve Giovanni il Battista, la sua predicazione e l’invito alla conversione suscitarono curiosità e anche apprensione: «I Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: Tu, chi sei?
. Egli confessò e non negò. Confessò: Io non sono il Cristo
» (Gv 1, 19-21). L’attesa si era mutata in ansietà. Con insistenza si pregava Dio di far sorgere la progenie di Davide. Il Battista preparava i cammini; il Re stava per giungere.
Nel mondo greco – nella stessa epoca – gli uomini non sapevano con chiarezza se esistesse un Dio buono o cattivo, o semplicemente un Dio. La religione di allora era popolata da molte divinità: si sentivano circondati da dèi, molto diversi tra loro e qualche volta in contrasto reciproco, perciò temevano di fare qualcosa a favore di alcuni, perché gli altri potevano risentirsi e vendicarsi. Spesso, la gente viveva nel timore, circondata da molte specie di demoni pericolosi; era un mondo davvero oscuro.
Il messaggio cristiano fu ricevuto ovunque come una grande novità. Dovunque si diffuse grande gioia: c’è un Dio vero, ed è un Dio buono. Questo è il lieto messaggio annunciato dal cristianesimo. Far conoscenza di questo Dio è davvero la buona notizia, la migliore di tutte, perché annuncia il Redentore che ci porta la salvezza(1).
Se osserviamo il mondo d’oggi, dove Dio sembra assente, dobbiamo costatare che anch’esso è dominato da esitazioni, da timori, da insicurezza. Noi abbiamo la fortuna di poter annunciare al mondo di vivere nella pienezza dei tempi, quando Gesù fatto uomo è una realtà. Crediamo che Gesù di Nazaret – leggiamo nel Catechismo –, nato a Betlemme da una figlia di Israele, al tempo di Erode il Grande e dell’imperatore Cesare Augusto, falegname di mestiere, condannato a morte per crocifissione a Gerusalemme sotto il procuratore Ponzio Pilato, durante il regno dell’imperatore Tiberio, è il Figlio eterno di Dio, fatto uomo, disceso dal cielo(2):: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna» (Gal 4, 4).
Questa è la grande notizia comunicata a ogni nuova generazione: Dio Padre ha inviato suo Figlio nel mondo, nel nostro mondo, e noi l’abbiamo incontrato. Possiamo anche ripetere – col titolo dell’autobiografia di un filosofo francese(3) –: «Dio esiste, io l’ho incontrato». Dio esiste, io gli parlo e Lui mi ascolta, sempre con grande pazienza da parte sua. In non poche occasioni ci parla con molta chiarezza. È buona cosa che i nostri amici sappiano che incontriamo Dio nella nostra vita ordinaria o che lo cerchiamo, che è la stessa cosa. Molte volte è proprio in questo istante che la nostra vita acquista davanti all’amico un’importanza decisiva: siamo uno che parla ogni giorno con Dio. E la cosa più importante è che Lui ci ascolta, comprende bene quel che gli dico, anche se parlo con parole incerte e sconnesse. E se lo perdiamo di vista, verrà il giorno in cui ci scontreremo con Lui e perciò non l’avremo perso. Ci accompagna sempre. Ce l’ha promesso: «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni» (Mt 28, 20), ossia in ogni circostanza, in ogni momento, sia quando siamo «buoni» sia quando non lo siamo. Tutti i giorni.
Quando Gesù nacque non c’erano giornali né radio né televisione e perciò questa notizia non fu pubblicata da nessuna parte; lo seppero solamente alcuni pastori che custodivano il loro gregge, perché un angelo mandato da Dio lo annunciò loro. Dobbiamo ammettere che non ricevette grande pubblicità l’avvenimento più importante accaduto sul pianeta chiamato Terra.
Senza dubbio si tratta del maggiore avvenimento della storia del mondo e della nostra storia personale. Non era nato il figlio dell’Imperatore più potente: era sceso in terra Dio stesso, era nato – in un luogo della nostra geografia – un bambino che è Dio fatto uomo. Da allora la storia dell’umanità si divide in due parti: prima e dopo Gesù Cristo. Anche la vita di ogni uomo e ogni donna. Come se la terra a partire da quel giorno avesse iniziato a ruotare nella direzione opposta: tutto è cambiato senza che nulla cambiasse. Questo piccolo pianeta, che sembra sperduto nell’universo, è il luogo eletto da Dio per abitare in esso.
È sempre disponibile
Ogni popolo ha sviluppato credenze e in ciascuno di essi ci sono celebrazioni e sacri riti che si riferiscono alle divinità che sono da loro adorate, chiedendo benedizioni e protezione. Quelle divinità misteriose sono state sempre ritenute invisibili e irraggiungibili, ed è naturale che sia così. Ma opposta a questa si è data un’altra realtà insperata e insolita: Dio è disceso, si è abbassato, si è fatto uomo come noi. È possibile parlare con Lui. Forse diranno che siamo un po’ matti, ma le cose stanno proprio così. Dio esiste e io posso parlargli, come un amico parla a un amico, a qualunque ora della notte o del giorno, in ogni circostanza. Ci riceve senza farci aspettare. È sempre una sorpresa; ogni giorno può andar bene per un incontro con Lui.
«Poteva Dio andare oltre nella sua condiscendenza, nel suo avvicinamento all’uomo [...]? In verità, sembra che sia andato lontano quanto era possibile. Oltre non sarebbe potuto andare. [...] Da una particolare ottica è giusto, dunque, dire che Dio si è svelato fin troppo all’uomo»(4). Si è reso accessibile, vicino.
Che ne è oggi della grande notizia, dopo venti secoli dall’avvenimento? Succede che Gesù di Nazaret vive: «Cristo non è un uomo del passato, che visse un tempo e poi se ne andò lasciandoci un ricordo e un esempio meravigliosi. No: Cristo vive. Gesù è l’Emmanuele, Dio con noi. La sua Risurrezione ci rivela che Dio non abbandona mai i suoi»(5): al contrario è sempre sollecito per loro.
La prima pagina dei giornali, la TV e la radio dovrebbero titolare con una certa frequenza: Gesù di Nazaret è sempre vivo. Com’è possibile? si chiederanno molti. Tutti i personaggi famosi vissuti al tempo di nostro Signore sono morti, senza eccezioni. Si dice che un pensatore spagnolo del XX secolo supplicasse: «Non voglio morire, nossignore, non voglio morire». Morì il 1° gennaio 1937. A volte si sente, o leggiamo nei libri di storia, l’appellativo immortale attribuito a una persona, tuttavia solamente Gesù Cristo vive per sempre: è così da venti secoli.
Ci ha colmati di grazia e d’amore. Mossi dalla grazia dello Spirito Santo e attirati dal Padre, crediamo e confessiamo anche a proposito di Gesù: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16, 16). «Chi crede in me, anche se muore, vivrà» (Gv 11, 25): questa promessa dovremmo conoscerla tutti, e sono i cristiani che devono diffonderla. Questa promessa è l’asse attorno al quale girano la nostra fede e la nostra vita. Gesù vive e ci invita a seguirlo: Vocavi te nomine tuo, ti chiama per nome. Ci chiama col nostro nome, teneramente. «È Lui che ci ha cercati per primo, è Lui che ci fa infiammare il cuore per proclamare la Buona Novella, nelle grandi città e nei piccoli centri, nelle campagne e in tutti i luoghi di questo nostro vasto mondo»(6).
1 Cfr Benedetto XVI, Omelia, 18.XII.2005.
2 Cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 423.
3 A. Frossard, Dio esiste, io l’ho incontrato, Sei, Torino 2002.
4 San Giovanni Paolo II, Varcare la soglia della speranza, Mondadori, Milano 1994, p. 43.
5 San Josemaría Escrivá, È Gesù che passa, Ares, Milano 201510, n. 102.
6 Papa Francesco, Cerimonia di congedo, aeroporto di Rio de Janeiro, 28.VII.2013.
II
Dio si fece uomo
«L’evento unico e del tutto singolare dell’Incarnazione
del Figlio di Dio non significa che Gesù Cristo
sia in parte Dio e in parte uomo,
né che sia il risultato di una confusa mescolanza
di divino e di umano. Egli si è fatto
veramente uomo rimanendo veramente Dio»
Catechismo della Chiesa cattolica, n. 464.
«Ecco la serva del Signore:
avvenga per me secondo la tua parola»
Lc 1, 38.
Gesù non apparve un giorno sulla terra come una visione sfolgorante e spettacolare lasciando stupito il mondo. Non fu così. Si fece vero uomo come noi, assunse la natura umana nelle viscere di sua Madre, la Santa Vergine Maria. Il Verbo si fece carne: e «qui la parola carne
[...] indica l’uomo nella sua integrità, tutto l’uomo, ma proprio sotto l’aspetto della sua caducità e temporalità, della sua povertà e contingenza»(1). Uomo in senso pieno.
Gesù è la manifestazione suprema dell’amore di Dio per l’uomo, il più grande regalo che Dio ci abbia fatto. Solamente l’immensità di tale amore ci può spiegare perché Dio sia venuto in questo mondo tanto piccolo e tanto fragile, a volte tanto egoista, e che sia vissuto insieme agli uomini, assumendo un corpo umano come il nostro: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3, 16). Un amore senza misura è possibile solamente a Dio.
Uno dei primi astronauti giunto sulla Luna, contemplando la Terra come una piccola sfera piena di colore, bellissima, si chiedeva: «Com’è possibile che ci sia lì sulla terra un mondo pieno di problemi, di conflitti, di false idee?».
Come si può amare il mondo con le sue malvagità, egoismi e inganni? Il figlio di Dio, senza dubbio, vive in mezzo a noi da venti secoli e ci insegna ad amarlo, anche «appassionatamente»(2), perché è buono, perché uscì dalle mani di Dio pieno di attrazione e di bellezza. Perciò dobbiamo guardarlo con occhi buoni.
Ce lo consegnò, dice l’Apostolo, riferendosi al Padre. Non dimentichiamo che il Figlio era l’oggetto del suo amore, e ce l’ha dato, e gli uomini lo hanno crocifisso. Ma in questo modo, Dio ha reso possibile il dialogo dell’uomo con Lui. Tutta la storia della salvezza si è trasformata nella ricerca di tale incontro; la fede rivela la bontà, la misericordia, l’amore di Dio per noi, che ci invita a entrare nella sua intimità. Possiamo essere amici di Dio; di qualcuno che sta sempre dalla parte nostra. Gesù è il dono più grande fatto agli uomini; in Lui la natura umana assunta, non assorbita, è stata elevata a una dignità senza pari.
«Dio rivela il suo grande disegno di amore entrando in relazione con l’uomo, avvicinandosi a lui fino al punto di farsi Egli stesso uomo»(3). È divenuto uno di noi.
Il Figlio Unigenito di Dio si fa uomo come noi, e così rimane per sempre, incarnato in una natura umana: l’assunzione di questo corpo non fu mai qualcosa di passeggero, precario, momentaneo o provvisorio. Al contrario, dura per sempre. Questo è il grande mistero che ci sormonta: Dio, nel suo amore, ha preso sul serio l’uomo e, pur essendo opera di mero amore, ha desiderato una risposta nella quale la creatura si comprometta davanti a Cristo, che è del tutto simile a Lui. Una risposta che è l’offerta della sua intimità più profonda.
Gesù, prima della sua comparsa sulla scena della storia, aveva dall’eternità un’esistenza reale come Figlio di Dio. Il Vangelo non lascia alcun dubbio che Gesù è vero uomo in carne e ossa, soggetto alle limitazioni di una ben determinata natura e di un popolo fortemente caratterizzato. Appartiene al lignaggio umano: prova la fame e la sete, sente la fatica di lunghi tragitti, con Lazzaro e le sue sorelle stabilisce vincoli di sincera amicizia, si sente straziato in prossimità della morte, la premonizione del tradimento di Giuda gli causa immensa tristezza, acquista conoscenze mediante l’esperienza, cambia programma, chiede informazioni, ragiona e argomenta i suoi insegnamenti, si occupa di sua Madre dalla croce come un buon figlio(4).
Il Figlio di Dio, con l’incarnazione, si è unito in un certo modo a ogni uomo, a noi; è una parte importantissima della nostra storia.
Gesù «ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria vergine, Egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché il peccato»(5). Osservando Gesù, lo vediamo nella storia che gli è toccato vivere. Nei Vangeli possiamo vederlo immerso nel mondo che lo circonda, che d’altra parte è il suo mondo.
Conseguenze
Nei fatti, si tratta dell’evento che determina il presente e il futuro. Senza Cristo, la vita è diversa, priva di senso. Solamente Lui «svela anche pienamente l’uomo a sé stesso»(6). Solamente in Cristo conosciamo il nostro io più profondo e comprendiamo ciò che più lo caratterizza: il significato del dolore, il valore del lavoro, la famiglia, la gioia e la pace che stanno sopra gli stati d’animo e le varie circostanze della vita, la serenità, compresa la gioia pensando all’aldilà, dove Gesù ci attende.
Grazie a Lui possiamo separare l’essenziale da ciò che ha poco o nessun valore. Tempo fa fu liberato in Libano un giornalista americano tenuto sequestrato alcuni anni in uno spazio ridotto, in condizioni disumane. Recuperata la libertà, dichiarò brevemente: «Rendo grazie a Dio perché in quel buco ho recuperato la fede in Cristo. Inoltre, so già che non morirò come un idiota, preoccupato di cose che hanno poca o nessuna importanza». Tutto il mondo pensava che fosse un uomo finito, che in cattività avesse perduto la ragione. No, aveva incontrato Cristo, e con Lui tutto ciò che possiede autentico valore, che è fondamentale.
È Cristo che ha restituito in modo definitivo all’uomo la libertà, la dignità, il senso dell’esistenza nel mondo, senso che era andato perduto a causa del peccato e del paganesimo che ci circonda.
L’assunzione di ciò che è umanamente nobile da parte del Figlio di Dio ci dice che anche queste realtà devono essere amate ed elevate; l’umano si trasforma in cammino certo per l’unione con Gesù, perché non è l’umano a opporsi al divino, bensì i peccati e le tracce che hanno lasciato nell’anima.
Il desiderio di seguire Cristo comporta il dovere di respingere tutto ciò che ci rende meno umani o disumani: gli egoismi, le invidie, la sensualità, l’angustia di spirito.
La perseveranza nel cammino per imitare Cristo, per amare sempre più il Signore, comporta lo sviluppo della propria personalità in tutti i sensi: attiva la responsabilità nel lavoro, promuove nuovi atteggiamenti positivi e la convivenza, induce ad amare ciò che è davvero umano.
Egli è anche l’Amico, il migliore Amico tra quelli che abbiamo, sempre disponibile, sempre desideroso di darci una mano e spingerci avanti, come fece con Pietro quella notte; il Pastore che guida per sentieri difficili e pericolosi, il medico che cura le infermità, che ci dà la mano per non cadere, la luce che illumina il sentiero da percorrere; Lui ci apprezza veramente quando meno lo meritiamo, e ci dice una parola di incoraggiamento e di speranza nei momenti critici della nostra vita.
1 Benedetto XVI, Udienza generale, 9.I.2013.
2 Cfr Amare il mondo appassionatamente, omelia in Colloqui con Mons. Escrivá, Ares, Milano 1982.
3 Benedetto XVI, Udienza generale, 5.XII.2012.
4 Cfr A. Wikenhauser, El Evangelio según san Juan, Heder, Freiburg 1967, pp. 312-313.
5 Conc. Vat. II, Cost. Gaudium et spes, n. 22.
6 Ivi.
III
I motivi di Dio
«Lui solo, quale Figlio di Dio fatto uomo, crocifisso
e risorto, per missione ricevuta dal Padre e nella potenza
dello Spirito Santo, ha lo scopo di donare la rivelazione
e la vita divina all’umanità intera e a ciascun uomo»
Dich. Dominus Iesus, n. 15.
Un uomo aveva un cane; era un cane fedele, mite e obbediente, e il padrone lo apprezzava molto. Talvolta pensava alla possibilità di renderlo ancora più felice: un giorno lo condusse a contemplare un meraviglioso tramonto del sole; ma mentre il padrone sedeva estasiato davanti a quello splendore che sembrava sprofondare nel mare, il cane annusava le porcherie abbandonate lì intorno. Comprese di non aver avuto una buona idea. Fece un nuovo tentativo. Portò il cane a un concerto, anzi comperò il biglietto d’ingresso anche per l’animale e lo lasciarono entrare: dopo pochi minuti il povero cane cominciò a uggiolare e a minacciare di abbaiare: com’è logico, dovettero andarsene a seguito delle giuste recriminazioni degli altri spettatori.
Ma il padrone non si arrese nella ricerca di una felicità simile alla propria per il cane e un giorno entrarono in una pasticceria per comperare alcuni dolci: il cane li annusò e rifiutò di mangiarli. Fece ancora altre prove, finché s’accorse che al cane piacevano cose molto semplici: rosicchiare un osso, dormire accanto ai piedi mentre il padrone leggeva il giornale, fare le corse con altri cani nel parco. Finalmente il padrone comprese che la natura del cane era molto diversa dalla sua e che non poteva comunicargli la propria natura; non poteva cambiarlo.
Riflettendo su ciò che Dio ha operato in noi possiamo renderci conto che Lui ha voluto operare la trasformazione della nostra natura comunicandoci la sua natura divina. Lo ha fatto mediante il Figlio: divenuto uomo nel seno di Maria: essendo morto per i nostri peccati sulla croce, ci ha riscattato dalla nostra condizione di schiavi.
La salvezza giunge a noi e ci eleva per mezzo del Battesimo. Non siamo dèi, però siamo figli di Dio, una condizione ineffabile ottenuta gratuitamente. Il Figlio di Dio si è incarnato perché conoscessimo il suo amore: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3, 16). Gesù lo rivelò a Nicodemo, che rimase sbalordito quando Gesù gli disse che era necessario nascere di nuovo.
I motivi per cui Dio Padre invia il Figlio nel mondo si possono così riassumere: amore infinito per gli uomini, per ciascuno di loro. Non meritiamo tanto; in realtà non meritiamo nulla. Indubbiamente, il potere di Dio si manifesta nell’amore per me, per la mia persona, così come sono; Egli mi ha creato unico, diverso dagli altri, mi ha redento e mi ha chiamato.
Amore infinito di Dio
Alcuni santi e dottori della Chiesa hanno dato alcune spiegazioni, fondate sulla Scrittura, per tentare di chiarire i motivi che hanno spinto Dio a farci un dono così grande con tanta grazia: «Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo» recitiamo nel Credo. Si è incarnato per salvarci e riconciliarci con Dio: «Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di Lui» (1 Gv 4, 9).
Dio vuole che siamo felici qui sulla terra e nell’eternità. Perciò il Figlio si è incarnato, perché conoscessimo l’amore di Dio: «In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati» (1 Gv 4, 10): perché io viva per Lui.
Si è incarnato per essere il nostro modello di santità, il mio modello: «Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me» (Mt 11, 29). Si è incarnato perché «diventiate partecipi della natura divina» (2 Pt 1, 4), «... perché l’uomo, entrando in comunione col Verbo e ricevendo così la filiazione divina, diventasse Figlio di Dio»(1). Senza la misericordia divina la storia umana sarebbe proceduta in altro modo, l’umanità sarebbe rimasta ignorante del suo destino. Certamente la presenza di Dio nel mondo ha trasformato tutto. Solamente la fede offre risposte agli interrogativi più profondi; sono molti coloro che non credono in Gesù Cristo; ma anche così le loro vite sono toccate dall’amore di Dio, che agisce in ogni cuore e che sa attendere.
1 Sant’Ireneo, citato nel Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 460.
IV
Signore, chi sei?
«Io sono l’Alfa e l’Omega, il Primo
e l’Ultimo, il Principio e la Fine»
Ap 22, 13.
«I discepoli, sconvolti, percepivano: "Questi
è Dio stesso". Non riuscirono a comporre
tutto ciò in una risposta perfetta»
Benedetto XVI, Gesù di Nazaret,
vol. I, Rizzoli, Milano 2007, p. 352.
Quando qualcuno bussa alla porta e da dentro domandano chi è, spesso la risposta è: «Sono io...», se c’è conoscenza reciproca: è un modo per manifestare la propria identità. Dietro «io», pronome personale, c’è una persona che sa di venire riconosciuta.
Quando Gesù dice Io, chi è il soggetto, chi è la persona? Chi c’è dietro questa espressione apparentemente tanto semplice? Era nato a Betlemme, la città di Davide. La comparsa in pubblico avvenne presso il Giordano nell’anno decimo quinto dell’imperatore Tiberio. La predicazione di Giovanni aveva attirato molti giudei che ricevevano il suo battesimo; anche Gesù accorse in quel luogo come uno dei tanti. Mentre «Gesù, ricevuto anche Lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una luce dal cielo: Tu sei il Figlio mio, l’amato: in Te ho posto il mio compiacimento
» (Lc 3, 21-22). Che cosa pensarono coloro che udirono questa voce dal cielo?
Noi sappiamo chi è Gesù; i suoi contemporanei non potevano riconoscere d’acchito la sua identità divina, in primo luogo perché Egli è in tutto come uno di noi e poi perché solamente attraverso i miracoli, il tratto e la conversazione si poteva intravedere la sua divinità: «Prendendo sopra di sé la natura umana completa, il Figlio di Dio volle assumere con essa le caratteristiche naturali di questa umanità e, tra esse, la passibilità e la mortalità»(1).
Una volta, mentre i discepoli navigavano, di notte e col lago in tempesta, all’improvviso sull’acqua apparve una figura umana: «È un fantasma!
, e si misero a gridare, perché tutti lo avevano visto e ne erano rimasti sconvolti. Ma egli subito parlò loro e disse: Coraggio, sono io, non abbiate paura!
. E salì sulla barca con loro e il vento cessò» (Mc 6, 49-51). Chi parla e dice Io è Gesù di Nazaret, vero Dio e vero uomo.
Molti di coloro che conobbero Gesù durante la sua vita terrena intravidero questo mistero, che è unito alla sua Persona: durante il sermone della montagna, l’affermazione «ma io vi dico» con cui modifica i precetti della Legge, significa che Egli si colloca allo stesso livello di Dio.
Oltre ogni categoria umana
«I discepoli hanno riconosciuto che Gesù non rientrava in nessuna delle categorie consuete, che Egli era qualcosa di più e di diverso da qualcuno dei profeti
. Fin dal Discorso della montagna come di fronte alle sue azioni potenti e alla sua facoltà di perdonare i peccati; dall’autorevolezza della sua predicazione come dal suo modo di trattare le tradizioni della Legge – da tutto questo hanno riconosciuto che Egli era più di qualcuno dei profeti
. Era quel profeta
che, come Mosè, parlava faccia a faccia con Dio come un amico; era il Messia e lo era, tuttavia, non nel senso di un semplice incaricato di Dio. [...] In istanti significativi i discepoli, sconvolti, percepivano: Questi è Dio stesso
»(2).
Spesso leggiamo nel Vangelo espressioni come Io sono, sono Io, che presentano solamente uno scambio di ordine tra le due parole. Certamente questa alternanza racchiude un gran significato: quando il cespuglio ardeva senza consumarsi nel deserto, Mosè ascoltava la voce di Dio; chiese qual era il nome di colui che parlava, si sentì dire: «Io sono colui che sono» (Es 3, 14). Questo modo di chiamarsi è misterioso, ma occorre riconoscere che il nome di Dio non può venir racchiuso in parole umane che lo circoscrivano del tutto; il nostro linguaggio non ha questa capacità.
La divinità di Gesù si fonda sull’uguaglianza di natura col Padre, uguaglianza che implica la preesistenza: un’esistenza eterna e senza inizio. Il segreto della Persona di Gesù non può essere compreso senza questa preesistenza. Nella sua vita terrena, temporale, possiede una gloria uguale a quella del Padre, anche se rimane occulta sotto il velo della carne. Gesù testimonia la sua esistenza anteriore dicendo che «venne al mondo e che
