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Con l'Africa: Storie e persone che costruiscono il futuro
Con l'Africa: Storie e persone che costruiscono il futuro
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Con l'Africa: Storie e persone che costruiscono il futuro

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Un reportage dalla fine del mondo che racconta il lavoro coraggioso e ostinato di tanti operatori di Medici con l'Africa Cuamm in ospedali senza risorse, le situazioni di povertà di donne e bambini nei villaggi e nelle baraccopoli dell'Africa subsahariana, la sanità fino all'ultimo miglio per estendere il diritto alla salute dove si paga tutto: dai medicinali alle prestazioni chirurgiche.
L'autore ha raccolto storie di crescita professionale e umana di fronte al senso del limite, i racconti di tanti giovani laureati e laureate che decidono di svolgere la specializzazione nelle strutture africane. Senza dimenticare la formazione di personale sanitario "a casa loro" perché nessuno sia più costretto a lasciare la propria terra per poter vivere con dignità.
Un libro fatto di persone, di scelte coraggiose, di scintille di speranza per costruire un nuovo futuro.
LanguageItaliano
PublisherNuova Dimensione
Release dateMar 15, 2025
ISBN9788869586613
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    Con l'Africa - Giuseppe Ragogna

    Quello che non si vede

    L’anima dell’Africa

    In una stanzetta appartata del reparto Maternità dell’ospedale di Tosamaganga c’è un batuffolino dentro un’incubatrice, una femminuccia che si muove. Scalcia, esprime tutta la sua vitalità. È tenuta sotto stretta osservazione, perché ha avuto troppa fretta di venire al mondo. È nata in netto anticipo rispetto alle previsioni, si presume alla ventiseiesima settimana di gestazione, almeno è il tempo stimato dai sanitari. In Africa è difficile avere questo tipo di certezze, in assenza di visite e di controlli regolari. Il giorno del parto le è stato registrato il peso-rischio di 800 grammi. Sotto il chilo si fa fatica a resistere. I dati statistici sono impietosi, ma lei è un esserino speciale, non si dà per vinta. La madre, impaurita di suo, è scossa da quanto accaduto, anche perché non aveva mai sentito parlare di parti prematuri. Ci ha messo alcuni giorni per accettare la nuova arrivata. All’inizio l’aveva già data per spacciata, tanto che era pronta ad andarsene. A seguito di continue rassicurazioni, si è convinta e, per sfatare ogni tabù, ha scelto anche il nome. L’ha chiamata Kindness, gentilezza, un messaggio di speranza. La neonata è diventata la mascotte della struttura di Tosamaganga, un piccolo ospedale nel cuore dell’immenso distretto rurale di Iringa, in Tanzania. Non è stato semplice prendere la decisione di utilizzare per lei una delle tre incubatrici disponibili nella struttura, perché altri erano i parti a rischio già programmati. A chi dare la precedenza? In alcuni casi vengono adottati per necessità metodi di selezione legati alle speranze di vita. In altri si prevedono forme di coabitazione: un paio di neonati a condividere l’apparecchiatura. Sono scelte drammatiche che fanno tremare i polsi a chi deve assumersene la responsabilità. Il livello di difficoltà aumenta quando a decidere sono medici molto giovani, come nel caso di Elisa Manzini, pediatra romana presente in Tanzania nel 2022 per svolgere un periodo di specializzazione. Si è occupata del caso coadiuvata dalla sua tutor Martina Borellini, che da tempo lavora in quell’ospedale. «Era una situazione limite» racconta «in un Paese con scarsi strumenti. In quei giorni c’era molta incertezza. Ci siamo assunte una bella responsabilità. Poi Kindness ha fatto tutto da sola, ci ha subito stupito per la sua voglia di restare aggrappata alla vita. Ha lottato come una guerriera, anzi, visto che siamo in Tanzania, si è comportata da leonessa». Ogni giorno l’affiatato staff del reparto Maternità gioiva per i pochi grammi di aumento di peso della piccolina.

    Capita di sentire valutazioni di questo tipo, sempre mischiate a una certa apprensione, nelle serate trascorse nelle guest house del Cuamm, a Tosamaganga come altrove. La cena costituisce sempre il momento in cui ognuno racconta le esperienze della lunga giornata trascorsa in ospedale. Insieme alla pasta (l’ultimo che arriva dall’Italia se la porta in valigia per rifornire le dispense) o al riso e al chapati (che è un pane bianco non lievitato simile alla nostra piadina) con le verdure si mescolano le scelte difficili da compiere. Si consuma un rito collettivo fatto di confronti serrati, di emozioni, di delusioni, ma anche di allegria per i numerosi successi. Tavolate importanti di vita familiare. Si condividono i pasti, che si concludono con un tripudio di frutta fresca che la terra offre con generosità: banane, mango, papaya, avocado. Si beve acqua sicura, filtrata, e qualche volta si sorseggia Coca-Cola direttamente dalla bottiglia. Un po’ di birra locale, sempre gradevole, il vino invece si fa fatica a trovarlo. Si esce a guardare lo spettacolo della notte trapuntata di stelle, non ne manca una nel firmamento: da noi non capita a causa dell’inquinamento. Quando c’è un po’ di tempo libero si organizzano le uscite nei vivaci e variopinti mercati di Iringa (dove non manca la pizzeria rigorosamente italiana), o le escursioni nel grande Ruaha National Park, ricco di paesaggi affascinanti, sperando di essere testimoni di uno dei rari avvistamenti di leoni. È una sorta di caccia al tesoro in jeep per fotografare il variegato patrimonio naturalistico a cui sono legati numerosi proverbi, uno in particolare dà il senso di comunità degli africani: la sapienza è come un baobab, una sola persona, a braccia aperte, non può stringere il tronco.

    Nelle corsie degli ospedali cresce la professionalità dei giovani che hanno deciso di svolgere la loro specializzazione nei Paesi più controversi dell’Africa. Sono conosciuti con il termine burocratico di Jpo, Junior project officer. Spesso le scelte difficili con cui devono confrontarsi si intrecciano con l’esperienza di alcuni medici anziani, presenti in loco come volontari. Sono professionisti che aiutano, dando sollievo per le decisioni più complicate: lo si nota nei volti più distesi al momento del caffè. Ognuno offre le proprie conoscenze, in una sorta di rito collettivo alla ricerca della soluzione più adeguata. Emergono testimonianze vive, concrete, che talvolta lacerano il cuore, a causa di contrasti culturali determinati da rigide tradizioni locali, o da strumenti e dotazioni insufficienti, come a Tosamaganga. Ma è una condizione che si riscontra un po’ dappertutto.

    «Il parto prematuro nei Paesi a basse risorse diagnostiche e terapeutiche» spiega Elisa, che ho contattato successivamente in Italia «è una delle principali cause di decesso nei bambini sotto i cinque anni». Con i dati alla mano, si apprende che la mortalità per i nati sotto il chilogrammo di peso è alta, in pratica attorno al novanta per cento. «Molto dipende dalla vitalità di quelle povere creature, in particolare dalle loro risorse intrinseche, perché qui non disponiamo delle attrezzature presenti in Italia, e molte procedure non sono applicabili. Si fa tanto con quel poco che si ha. Noi cerchiamo di garantire il calore, l’alimentazione e il supporto di ossigeno. La grinta dei piccini fa sempre la differenza». Elisa non ha perso d’occhio la piccola Kindness per tutta la durata della sua permanenza in Tanzania: il primo pensiero della giornata andava a lei. Poi è rientrata in Italia, ma si è sempre premurata di chiedere informazioni. «Ho saputo che era uscita dall’incubatrice e aveva iniziato la Kangaroo mother care, una pratica magica che permette la prevenzione di complicazioni severe come l’ipotermia, le infezioni e le apnee. Inoltre, il contatto costante con la pelle della madre riesce a far mantenere la giusta temperatura alla figlioletta per poter continuare a crescere. Le settimane passavano e Kindness resisteva. Un miracolo che la piccola ha messo in atto da sola, con le proprie risorse. Era come se avesse capito che doveva impegnarsi a sopravvivere con tutte le sue forze».

    I ricordi sono rimasti ancora vividi in Elisa Manzini. Capita così ai giovani medici che fanno il loro tirocinio in giro per l’Africa. Non staccano più la spina, mantengono relazioni strette. Per quanto siano ormai lontani, si interessano all’evoluzione dei casi clinici che hanno seguito. Elisa racconta: «Ero già a casa quando i miei colleghi mi hanno mandato le foto di Kindness il giorno delle dimissioni. I sorrisi della madre e di tutto il giovane staff del reparto mi hanno tranquillizzato. Si vive con intensità questi sentimenti perché li hai visti crescere dentro. Anche a distanza, ero felice e grata di quel regalo di vita. Da Tosamaganga mi sono portata via tutti i ricordi degli occhi pieni di speranza delle mamme che nell’incertezza ti affidano i loro piccoli. Ci sono però i ricordi anche di coloro che non ce l’hanno fatta. In questo caso tieni stretti i ringraziamenti di quelle persone, perché eri presente e ci hai provato, nonostante tutto. Gli africani sono molto fatalisti».

    Oggi Elisa lavora per Medici senza Frontiere nello Yemen, in un piccolo ospedale rurale. È simpatico questo passaggio di giovani tra Ong diverse, non c’è mai contrapposizione. La cooperazione è fatta anche di porte girevoli: si entra, si esce e si può ritornare. Ci sono ovunque opportunità professionali: «C’è davvero tanto mondo che vive nel disagio e nella povertà, a causa di guerre e carestie».

    Un po’ di tempo dopo è giunta la triste notizia. Inaspettata. La piccola Kindness non ce l’ha fatta: era tornata in ospedale per un’infezione. «È morta nello stesso reparto dove per mesi aveva lottato. Il suo ricordo fa ancora male» spiega Elisa «ma dopo esperienze di questo tipo, con maturità, è importante virare le emozioni sugli aspetti positivi, sui piccoli che lottano in una delle parti più sfortunate del mondo, dove ancora oggi sopravvivere non è per nulla scontato».


    Lavorare nelle situazioni precarie in cui si trovano gli ospedali africani non è semplice. Eccoci agli interrogativi che continuano a tormentare gli operatori del Cuamm: «Noi abbiamo tutto, loro niente». L’ultima sera della visita a Tosamaganga, don Dante Carraro ha confidato, con un racconto profondo, le proprie scelte personali. Gli studi fino alla laurea in Medicina e la specializzazione in Cardiologia: «Volevo scegliere qualcosa che mi portasse vicino ai poveri». Successivamente arrivò la vocazione sacerdotale. Mise insieme il Vangelo e i discorsi di Martin Luther King: «Quando fu assassinato avevo dieci anni. Rimasi colpito. Già nell’adolescenza cominciai ad appassionarmi alle sue battaglie per i diritti dei più deboli e contro la discriminazione razziale. Il suo discorso più famoso, I have a dream, lo ascoltai almeno un centinaio di volte, soprattutto quando ero un po’ depresso, perché mi dava la carica». Era così pronto al passo decisivo verso il seminario. Ha raccontato divertito: «Dovevo però superare alcune perplessità della mamma. Lei aveva paura che diventassi un prete noioso. Le promisi che le mie prediche sarebbero state brevi, della durata di non più di cinque minuti». Poi i suoi primi contatti con il niente delle terre africane, attraverso la lettura de Il Piccolo Missionario, rivista dei Comboniani.

    Per don Dante non è stata una scelta semplice: «Tra crisi e inquietudini, ero alla ricerca della mia strada. In mezzo c’era anche il rapporto con la morosa, con la quale stavo bene. Avevo tutto, ma non mi sentivo completo. Un bel giorno decisi di affidarmi a quel Dio in cui credo, che mi ha portato alla riscoperta di una fede ancora più profonda. Esclusiva. Dio mi ha chiesto tutto e io ho deciso di dare tutto». La traiettoria di una vita legata alla missionarietà della Chiesa l’ha trovata nel Vangelo di Matteo (10,7-15): E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Però prima c’era da fare tanta gavetta: un po’ di parrocchia, un po’ di oratorio, un po’ di associazionismo. L’Africa di don Dante è maturata pian piano a Padova, nel quartiere generale del Cuamm, dov’era stato mandato a farsi le ossa a fianco del direttore don Luigi Mazzucato, per poi raccoglierne l’eredità nel 2008.

    I primi viaggi in Africa. «Eccomi in Mozambico nel 1995, in un Paese martoriato dalla guerra civile. Ne uscii stordito. Avevo bisogno di una seconda prova, che arrivò l’anno successivo, in Etiopia, a Dubbo, nell’ospedale di una povera realtà rurale. Lì vidi il primo bambino morire di malaria tra le braccia del padre che correva da una capanna all’altra, incontrando solo persone che non potevano aiutarlo. Non si può sopportare di veder la gente arrivare troppo tardi in ospedale, quando non c’è più nulla da fare». Si è fermato bruscamente ricordando quegli sguardi che ti penetrano come a voler implorare un po’ di attenzione, quella che viene sempre rivolta altrove, e si depositano dentro l’anima lasciando sempre qualcosa che fa male. Il racconto si è fatto più incalzante: «Sembrava che un bambino mi sorridesse dal suo lettino, invece non era così. Si trattava dell’espressione meccanica causata dall’irrigidimento dei muscoli del volto. Era la manifestazione terribile del tetano». Quella sera a Tosamaganga, nel silenzio, aleggiava ancora la sua domanda: «Si può morire ancora così, quando basterebbe un vaccino che altrove viene sprecato? Oggi in Italia nessuno muore più di tetano, né tanto meno di parto, eppure in Africa accade con una frequenza inaccettabile». Lui, che è prete, ha concluso raccontando che, di fronte a situazioni così crudeli, non smette di pregare e di commuoversi ancora: «Buon Dio, dammi la forza per non osservare impotente gli eventi che maturano ogni giorno a causa dell’ineluttabilità determinata da condizioni sanitarie disastrose». Si interroga tutt’oggi con insistenza: «Dante, sei stanco, sul serio? Devi fare di più, visto che hai avuto il privilegio di stare bene».

    Le tragedie talvolta smuovono le menti più sensibili. «Ma dov’è Dio di fronte a questi drammi?» Lo chiesi durante un’intervista radiofonica a padre Alex Zanotelli, missionario comboniano di grande carisma. Mi rispose raccontandomi un aneddoto dei tempi vissuti in Kenya nella baraccopoli di Korogocho, a due passi dalla Nairobi-bene: «Avevo scelto di vivere lì, tra i poveri. Una sera incontro una ragazza, si chiama Florence ed è malata di Aids. Mi chiede di ascoltarla. Parliamo a lungo delle sue difficoltà e delle condizioni disumane in cui è costretta a vivere. Dio dov’è? Mi sono chiesto in quel momento. Sono io il volto di Dio mi risponde Florence. E allora dove dobbiamo cercarlo, se non tra i poveri e tra chi soffre?».


    I giovani sono sensibili. Il ragionamento torna a toccare il concetto del senso del limite. Francesca Dalla Porta, specializzata in Pediatria all’università di Modena e Reggio Emilia, si interroga a lungo. Anche lei, come Elisa, ha voluto investire il suo tempo in Tanzania, all’ospedale di Tosamaganga: «Lavorare in questi contesti ti mette di fronte alle difficoltà, senza sconti né possibilità di sfuggirne…». Devi imparare subito a diventare un po’ africano. «Questo luogo mi ha insegnato che è proprio dove i limiti umani si incontrano che nascono strategie per operare insieme. Si coglie quanto si possa fare con poco, quanto lontano possa portare il semplice rimboccarsi le maniche e provare ad aggiustare ciò che è rotto, o inventarsi uno strumento che manca. I tanzaniani mi hanno insegnato che è in questo continuo scendere a patti con l’ingiustizia, senza rassegnazione, che si nasconde il loro coraggio più profondo. Ogni giorno». Chiamiamola così: una splendida cultura del fare che Francesca ha intravisto nella quotidianità degli infermieri più anziani, «che dopo aver provveduto alle necessità della propria famiglia, raggiungono l’ospedale prima dell’alba, per cominciare a lavorare in reparto». Ma, ci tiene ad aggiungere, «anche nella passione degli infermieri più giovani, che trascorrono i pochi momenti in cui il reparto è silenzioso, le notti di guardia, chini sui libri, o passando i pomeriggi liberi a studiare davanti al computer. Hanno fame di formazione e conoscenze per mettersi a disposizione del proprio Paese». È così che si sviluppa una coscienza collettiva.

    Ci sono madri che arrivano in ospedale senza clamore. Sembrano sconfitte dalla vita, come i loro piccoli sfiniti dalla malnutrizione, ma rinascono non appena le cure manifestano la loro efficacia. «Ho conosciuto il coraggio» racconta Francesca «dell’attaccamento alla vita anche della più piccola delle creature. Ho visto neonati minuscoli, nati in condizioni di prematurità estrema, che pesavano non più di 700-800 grammi, continuare a respirare con polmoni piccoli e fragili come bolle di sapone. Li ho visti resistere a infezioni, guadagnare ogni grammo di peso con fatica. Ho visto le loro madri, giovanissime o attempate, accudire quelle fragili creature prodigandosi a gestire con delicatezza i minuscoli e sconosciuti tubicini necessari ad alimentare i figlioletti. Mesi dopo ho visto quei bambini sovvertire ogni statistica e calcolo delle probabilità, che si avviavano alla vita per far ritorno ai propri villaggi avvolti in fagotti di kithenge, salutati da feste spontanee che per ogni dimissione coinvolgono gli interi reparti di Maternità e la Neonatologia. Ho visto piccoli pazienti ustionati dai fuochi domestici trascorrere mesi a letto, combattendo dolore, cicatrici, infezioni, malnutrizione. Li ho visti riconquistare la vita centimetro dopo centimetro di pelle, scegliendo di resistere e sopravvivere nonostante cicatrici interiori per cui poco possiamo fare».

    Sbattere la testa contro il limite contribuisce a lenti cambiamenti nella cultura delle persone. Francesca racconta: «La Tanzania mi ha mostrato l’esistenza di bambini quasi invisibili, spesso dimenticati dagli occhi di tutti. Sono quelli con bisogni speciali, che sopravvivono con malformazioni severe, malattie congenite e croniche. In un contesto in cui la mortalità neonatale e quella infantile sotto i cinque anni sta lentamente decrescendo, questa popolazione di bambini, senza riconoscimento né tutele, sta invece silenziosamente aumentando sotto i nostri occhi. Anni fa erano pochi casi, oggi il fenomeno è rilevante. Ho visto le loro madri sacrificarsi, dedicando la vita alla cura di questi pargoletti fragili come soffi, impegnandosi perché non venissero emarginati, cosa che fino a qualche tempo fa era una piaga sociale dura da sanare. Oggi quelle creature stanno conquistando la dignità di persone. Sono troppe per poterle abbracciare una a una: Shangwe, Brayand, Bless, Havila, Elnathan, Ian, Shamila, Joyline. Queste storie di coraggio, di lotta quotidiana nonostante la malattia, la disabilità e le ingiustizie, mi hanno insegnato che non possiamo abbandonarci alla rassegnazione. È una pagina importante di rispetto dei diritti umani che l’Africa sta scrivendo».

    Francesca chiama Tosamaganga nyumba, casa in swahili. Ha trascorso lì i suoi sei mesi di specializzazione come Jpo. Una partenza a cui è seguito anche un ritorno: «Avevo capito ormai dove puntava la mia bussola: all’Africa. Dopo la prima telefonata, ne ho ricevuta un’altra. Dal Cuamm mi proponevano di sostituire temporaneamente la mia formidabile tutor, Martina Borellini. La gioia è stata esplosiva. Quindici giorni dopo essermi specializzata ero già sull’aereo che mi riportava a nyumba. Mi sentivo nel mio posto e, nel senso più ampio, dalla parte giusta. Il mio desiderio di partire per l’Africa è nato insieme a quello di diventare medico. Non ricordo che l’uno sia mai esistito senza l’altro. Prima della Tanzania, avevo trascorso tre diversi periodi in Kenya, fra una sessione di esami e l’altra. Ho voluto partire per impegnarmi in quel lavoro faticoso, ostinato e non lineare che è la difesa dei diritti di chi se li vede calpestare così spesso da non riuscire a credere di averne». Gli scarti diventano testate d’angolo in una società inclusiva.


    Parlo con questi giovani che vogliono stare con l’Africa. Comunico con loro. E dal vocabolario che ne viene fuori emerge una parola che in altri contesti è ritenuta fuori luogo e considerata troppo inflazionata, ma che qui si adatta perfettamente al contesto: il senso del limite si abbraccia con il termine resilienza, che sgorga proprio dai luoghi più fragili dell’Africa. Nel vivere quotidiano. Contiene un significato positivo: la capacità di stare in piedi. Nonostante tutto. La reattività. Guardi l’immensità delle savane, ai margini dei deserti, e capisci che proprio lì ti confronti con la resilienza, intesa come espressione della capacità di quelle popolazioni (ma anche di alcune componenti della natura) di organizzare comunque la propria vita, in forma dignitosa, anche dove

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