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Fichte - Carlo Altini
PANORAMA
Immagine seguita da didascaliaJohann Gottlieb Fichte in una incisione dal dipinto di Heinrich Anton Dähling del 1808.
IL PERSONAGGIO
Anche a Johann Gottlieb Fichte, come a Friedrich Wilhelm Joseph Schelling, fu apposta, fino a metà del Novecento, l’etichetta di idealista minore
; una sorta di apripista del monumentale Hegel, vero detentore del titolo. In realtà, come poi è accaduto anche per Schelling, l’idealismo di Fichte ha intrapreso una strada autonoma; inoltre il suo pensiero è sfociato anche sul piano della fattività, guardando alla filosofia in generale (non solo la sua) come a uno strumento per cambiare la vita delle persone e il mondo stesso, e all’intellettuale come a una persona cui è attribuito il compito supremo di operare attivamente per incidere sulla società e «liberare gli altri», senza dare per scontata l’immodificabilità della situazione esistente.
Si dice comunemente che Johann Gottlieb Fichte stia a Kant e Spinoza nello stesso modo in cui Platone sta a Socrate e Parmenide. Non sotto tutti gli aspetti della sua opera, ma sotto il profilo della gnoseologia, lo studio della conoscenza. Parmenide fu il primo filosofo a decretare che la conoscenza attraverso i sensi della realtà materiale è, proprio per sua natura, fallibile, finita e incerta, mentre sarebbe stato necessario andare verso una forma di conoscenza che fosse infallibile, necessaria, indubitabile e universalmente valida. Per essere tale, la conoscenza non doveva riguardare un’entità materiale, ma qualcosa che avesse già in sé il proprio predicato. E c’è solo una cosa che contiene il proprio predicato, l’essere, del quale si può solo dire «l’essere è»: la gnoseologia confluì quindi nell’ontologia. Socrate affrontò invece il problema da un altro punto di vista, sostenendo che l’uomo ha in sé la conoscenza, che è immanente all’individuo e non deriva dall’esterno. Occorreva dunque estrarre da sé quegli spunti di verità che una persona già possiede; prima attraverso la dialettica, e poi con la ricerca interiore. Platone rielaborò i concetti della conoscenza parmenidea e socratica introducendovi anche l’esperienza sensibile, nel senso che la conoscenza deriva dalle idee universali e innate nella propria anima, che vengono per così dire risvegliate attraverso l’esperienza dei sensi; si tratta comunque di una conoscenza che si trova su un piano superiore e non è oggettivabile, ma accessibile attraverso l’intuizione.
Allo stesso modo, Fichte partì dalla filosofia di Kant con l’obiettivo (che sarà anche di Schelling) di superare la divisione tra i concetti a priori esistenti in sé e le sensazioni ricevute dalla realtà – il famoso dibattito sul dualismo tra noumeno e fenomeno –, elaborando un singolo principio, una nuova metafisica che non si opponesse al dettato del filosofo di Königsberg, ma si sviluppasse partendo dalla sua filosofia; un sistema della rappresentazione e del pensiero che coincidesse con l’organizzazione della realtà. L’ingresso di Spinoza in questa ricerca fu dovuto anche alla grande popolarità che il pensiero del filosofo olandese conobbe negli anni Ottanta del Settecento a opera del filosofo Friedrich Heinrich Jacobi, che intendeva in realtà svalutarlo, specie sul piano teologico, ma ottenne l’effetto opposto, trasformando il panenteismo spinoziano (il mondo è organizzato secondo un ordine universale che riflette quello di Dio; il mondo e Dio sono inscindibili: «Deus sive natura») in un punto di riferimento per l’idealismo. Scrisse in quegli anni il filosofo Friedrich Schleiermacher:
SPINOZA NON DIMOSTRA L’ESISTENZA DI DIO. L’ESISTENZA È DIO.
Una stampa in cui Spinoza viene presentato con toni fortemente critici, e definito «giudeo e ateo».
Fichte trovò il principio unificatore nell’Io, l’Io assoluto, che prende il posto della «cosa in sé» kantiana come la forma ultima della realtà, sia dal punto di vista pratico, sia da quello speculativo. Il punto di partenza della sua ricerca è quindi l’Io nella sua attività, inteso come processo spontaneo all’origine dell’autocoscienza e di qualsiasi altra forma di sapere: l’Io assoluto «indica una soggettività ontologica, produttrice anche del materiale sensibile dell’esperienza, che si autopone, perciò è libertà, spontanea attività che produce il proprio essere, ed è quindi capace anche di intuizione intellettuale». L’Io assoluto «fornisce il sostrato noumenico al mondo fenomenico, garantendo la loro unità. Ma anche tutti i dualismi gnoseologico-metafisici del passato (soggetto e oggetto, natura e spirito) sono superati, in una forma di monismo spiritualistico». L’idealismo di Fichte «mostra pertanto, rispetto al dogmatismo, cioè alla filosofia che parte dall’oggetto come già dato per arrivare al soggetto, una duplice superiorità: etica, poiché sceglie l’idealismo chi ha piena coscienza della propria libertà; teoretica, poiché solo muovendo dall’Io si riescono a spiegare, senza residui, l’Io e la natura».a
Scrisse il nostro Filosofo nella Seconda introduzione alla dottrina della scienza:
"L’INTUIZIONE INTELLETTUALE È L’UNICO SALDO PUNTO DI VISTA PER OGNI FILOSOFIA. TUTTO CIÒ CHE SI PRESENTA NELLA COSCIENZA LO SI PUÒ SPIEGARE DA ESSO, ANZI ESCLUSIVAMENTE DA ESSO. SENZA AUTOCOSCIENZA NON ESISTE, IN GENERALE, COSCIENZA; MA L’AUTOCOSCIENZA È POSSIBILE SOLO NEL MODO INDICATO.b"
La «scienza» di cui parla Fichte non è però quella che oggi intendiamo noi, ma la scienza filosofica, l’unica in grado di dare un senso a tutte le aspirazioni dell’immaginazione umana, e – appunto – strumento per capire e per migliorare il mondo. La seconda metà della sua vita fu dedicata soprattutto, infatti, a esporre il ruolo dell’intellettuale nella società; una società peraltro in forte travaglio, tra la fine della Rivoluzione francese, la comparsa in Germania degli ideali del romanticismo e le guerre napoleoniche, che furono lo spartiacque cronologico anche dell’inizio e della fine della sua vita adulta (era nato nel 1762 e morì nel 1814). A questo obiettivo Fichte dedicò molti suoi scritti e lezioni, a cominciare dalla Missione del dotto per continuare con La missione dell’uomo e I tratti fondamentali dell’epoca presente, che culminarono negli ultimi anni con i Discorsi alla nazione tedesca. Scriveva nella Missione del dotto:
"L’UOMO ESISTE PER MIGLIORARSI SEMPRE PIÙ DAL PUNTO DI VISTA MORALE E PER RENDERE MIGLIORE TUTTO CIÒ CHE LO CIRCONDA: SIA NELLA SFERA DELLA SENSIBILITÀ, SIA ANCHE, SE LO CONSIDERIAMO NELL’AMBITO DELLA SOCIETÀ, DAL PUNTO DI VISTA ETICO E, COSÌ FACENDO, PER RENDERE SE STESSO SEMPRE PIÙ FELICE.c"
Immagine seguita da didascaliaLa casa natale di Fichte a Rammenau in una incisione di Kantor Riedel.
Come sottolinea il filosofo Peter Sloterdijk, avviene «che la filosofia rimanga un’impresa sterile se l’essere umano non si apre alla sua interezza: tra i filosofi dei tempi moderni – eccezion fatta per Martin Heidegger – nessuno ha insegnato questa idea con una tale impetuosità e con una tale profondità di principio come Johann Gottlieb Fichte […]. Tu devi cambiare la tua vita: questo è il cantus firmus di ogni pensiero che si pone sotto il segno dell’idea moderna della libertà».d
Per il nostro autore, infatti, la filosofia non deve spiegare come il mondo è ma come potrebbe diventare attraverso l’azione dell’uomo. E definì i concetti di etica, morale, libertà, diritti, come conseguenza dei concetti contenuti nella dottrina della scienza. Un’azione è morale, sosteneva, se ha per fondamento, conformemente all’autonomia assoluta dell’Io, la vittoria di quest’ultimo sulla natura. La scienza dell’etica deve quindi fornire una conoscenza a priori della natura umana in generale, prodotta da un individuo che agisce liberamente, guidato solo da leggi create da se stesso, i doveri
: «Il mio mondo è oggetto e sfera dei miei doveri, e assolutamente niente altro; un altro mondo, o altre qualità del mio mondo non esistono per me; tutte le mie facoltà e tutte le facoltà dell’essere finito non bastano a concepire un altro mondo».e
Ma quando ci si trasferisce sul piano pratico, l’individuo razionale che agisce nel mondo non può autodeterminarsi senza tenere conto dell’esistenza di altri individui razionali altrettanto liberi, cosicché la libertà di ciascun individuo deve essere limitata affinché tutti possano vivere in una società con il massimo della libertà reciproca. La teoria del diritto di Fichte non fa riferimento quindi al diritto naturale, ma soltanto al rapporto tra gli individui in una società. E lo Stato deve
