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Vorrei essere qui
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Vorrei essere qui

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«Voglio che il senso risieda dove riesco a vederlo ma non a coglierlo davvero, come succede in sogno».

Ci sono libri che segnano, nella vita di chi legge, un prima e un dopo. Libri che parlano in profondità di chi siamo, di come raccontiamo noi stessi, libri che sono apparizioni destinate a lasciare una traccia, libri che assomigliano a glitch, a fantasmi, ad alter ego che svaniscono dopo averli appena intravisti, a sogni che la mattina presto rimangono impigliati negli occhi. Vorrei essere qui è uno di questi libri. M. John Harrison, scrittore, maestro del weird, personaggio fantasmatico, diventa in questo libro l'oggetto della sua stessa ricerca, in una ricostruzione attraverso quarant'anni di appunti, di note, di taccuini. La sua è una scrittura che oggi non ha eguali, che insegna a leggere e a scrivere allo stesso tempo, in un susseguirsi instancabile di rivelazioni. Questo antimemoir è il racconto di chi, andando indietro nel tempo, non si trova più dove dovrebbe essere e che allora si fa carne sospesa, aggrappata a rocce scivolose, oppure perduta, tra sentieri non battuti, avvolti nella nebbia.

Osannato dalla critica e premiato dal pubblico, Vorrei essere qui è un libro completamente a sé, una di quelle opere così rare capaci di cambiare per sempre il modo in cui guardiamo al ricordo, al mondo e alla letteratura. La verità, in fin dei conti, è solo questa: più che la vita, a essere misterioso è il racconto che ne facciamo. Se è esistito davvero, se è nato ed è cresciuto e ha scritto libri, dove possiamo ritrovarlo oggi? In quali ricordi? In questo libro, che è un viaggio nella sua formazione di scrittore e del genere di cui è maestro, l'autore stesso diventa l'oggetto di una misteriosa ricerca attraverso quarant'anni di appunti, di note, di taccuini. Tra scrittura aforistica, poesia in prosa e passi geniali, Harrison ricostruisce un antimemoir che, come un prisma, riflette diversi aspetti di se stesso e di chi lo guarda. La scomposizione di una memoria che si fa carne sospesa, punti esclamativi e dettagli incredibili come cornici per il racconto della vita di tutti. Osannato dalla critica e premiato dal pubblico, con la sua scrittura luminosa e piena di fantasmi Vorrei essere qui è un libro completamente a sé nel panorama mondiale contemporaneo, uno di quei rari eventi che possono cambiare per sempre il modo in cui guardiamo al ricordo, al mondo e a noi stessi.
LanguageItaliano
PublisherMercurio
Release dateJun 6, 2024
ISBN9791281656116
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    Vorrei essere qui - John M. Harrison

    1

    DARE I NUMERI

    dimenticatoio (1)

    Quand’ero più giovane credevo che scrivere significasse lottare contro quello che sei. Oggi sono convinto che è lottare per scoprire chi sei stato.

    Alcuni imparano presto a dissociarsi, a orbitare attorno a quel che succede loro senza prendervi parte. Giunti alla tarda adolescenza capita di rado di perdere quota o, addirittura, di atterrare. E la memoria non funziona mai davvero. La distanza dagli eventi è già troppo grande, e ho scoperto quasi subito che prendere appunti sulle cose non aiuta a colmarla tanto quanto si pensa. Però gli appunti sono validi come materiale di partenza, e prima o poi, a forza di riempirli, i taccuini cominciano a indicare qualcosa. Che cosa, non è chiaro. Ma qualcosa, qualcosa sì.

    I taccuini li preferivo rilegati a spirale: era più facile tenerli in ordine. Non sopportavo gli scarabocchi frettolosi, i commenti tra le righe, le elisioni, i pasticci. Se mi veniva in mente un modo migliore di scrivere una frase mi sentivo in obbligo di strappare la pagina intera e ricominciare da capo. Volevo che gli appunti fossero appunti: e volevo che fossero piccole gemme immacolate, concluse, impeccabilmente formulate. Ben presto cominciai a scriverne due versioni, brutta e bella, istantanea e rifinita. Certi appunti non valeva la pena di tirarli a lucido: finivano nel dimenticatoio e se me li ritrovavo davanti provavo una vaga sensazione di rancore. A metà anni Ottanta furono trasferiti con grande solerzia ciascuno nel suo file digitale: buttati via. A distanza di anni, dopo che li hai abbandonati, gli appunti come quelli prendono una nuova e spesso inquietante parvenza di vita. Al tatto il file brucia come la scatola radioattiva alla fine di Un bacio e una pistola di Robert Aldrich (1955): se sollevi il coperchio giurerai di aver sentito una voce, che è al contempo un ruggito e un bisbiglio, ripetere di continuo una singola parola.

    Ovviamente c’è la paura di non riuscire a ricordare, la paura di aver smarrito l’uno o l’altro dettaglio, la paura di dimenticare che cosa andassi cercando. Tutto questo è esattamente ciò che ti aspettavi. Ma l’ulteriore – l’autentica – paura che porta a prendere appunti, la paura nascosta dietro le altre, è quella di non aver neanche visto; e in questa prospettiva l’atto di riempire un taccuino di appunti diventa ben presto l’atto stesso di vedere. Se non lo scrivi non è accaduto. Se non lo scrivi non hai guardato. E allora scrivi, prima che se ne vada: corna di cervo immaginate in fondo al giardino, a fine giornata, tra le foglie d’iris rinsecchite di un anno fa! Scrivi: sabbia. Scrivi: una scatola laccata. Scrivi: «Comprato, contenuto invisibile». E poi: «Uccelli avvistati da lontano». Scrivi che si stagliano nel cielo con ali piatte come tavole. Scrivi che il venerdì si avvicina e si allontana ma non è mai dove sei tu. Aria tiepida, raggi di sole, fiore di sorbo come nel negozio di un caramellaio, e un po’ più in là la tromba sfiatata del rigattiere.

    Scrivi un appunto, altrimenti questo sole non avrà mai illuminato da questa finestra questo evento minore, anonimo, inosservato. L’appunto, nel taccuino, ha esattamente quest’aura disperata. Invita a un atto di riappropriazione e al contempo lo avversa.

    Oggi ho avuto la tentazione di descrivere ogni singolo gradino della scala, le sue crepe, le imperfezioni, la grana, come fosse un paesaggio. Ma se non sono capace di descrivere ciò che vedo dalla finestra – case illuminate dal sole a meno di un chilometro da qui, e High Street invece all’ombra – come faccio a tentare un’impresa tanto più complessa? Per quanto concerne il linguaggio, le scale viste da vicino esorbitano dai confini della risoluzione, sono sia la struttura più grande sia la più piccola dell’universo.

    Continuo a essere un osservatore che non è mai stato tanto bravo a osservare, costretto a usare un mezzo di comunicazione che non trasmette abbastanza informazioni. Dunque il costante ripiegamento verso la metafora. Il tentativo di spingersi a forza verso qualcos’altro è sempre un tentativo fallito di stare nella realtà. La metafora la dà vinta troppo presto. C’è poi la questione di quanto offra davvero al lettore la sovrapposizione che sta al cuore di ogni metafora. Messa sotto torchio, prima o poi l’analogia crolla; la metafora invece continua a indicare qualcosa che non ha mai rivendicato di esserci, o di essere definibile. La metafora mi piace e non posso farne a meno; il fatto è che di tanto in tanto, in una stanza del Warwickshire nel 1960, un me stesso quindicenne rimpiange di non avere le parole giuste per fotografare e descrivere al lettore in maniera esatta in che modo il fumo si alza da una sigaretta.

    Abbiate pazienza. Sto esplorando un territorio. Cerco una password. La mia vita si è costruita attorno a ipotesi, momenti di cattura e ipnosi, cose che non accadono mai. Momenti accomunati, in primo luogo, da una curiosa affinità tonale. Erano tutti ugualmente distanziati e inoffensivi, come se a viverli non fossi io. In un certo senso no, non lo ero. La persona che ne fece esperienza è venuta dopo. Ho sbagliato a credere che quella persona fossi io, che fosse l’identità che mi ero costruito vivendo la mia vita, prendendo appunti e prendendo appunti sugli appunti. Arrivato lì un’identità ce l’avevo eccome. Ma è un’altra storia. Non c’è ansia che non contenga il proprio specchio, e si va sempre in cerca di uno spazio abitabile tra l’una e l’altro.

    sette mani di vernice da carrozzeria

    Sono abbastanza vecchio da ricordare fatti accaduti intorno al 1949, ma riguardano più che altro il meteo e i cantieri. Non ricordo me stesso a quell’età, ma soltanto le cose che guardavo. Pozzanghere. Cataste ordinate di materiali da costruzione. Sacchi di sabbia. Non ho niente da narrare riguardo a quei posti, o a me stesso in relazione con loro; e bado a non rielaborarli a posteriori. Non erano in nessuna città o cittadina, davvero. Non erano luoghi bombardati. Non avevano nulla di pittoresco. Non ne ero attratto: ci abitavo. Erano alloggi nuovissimi, spesso cantieri ancora aperti, ai confini della green belt delle Midlands. Non erano luoghi dove fantasticare o scappare. Gli oggetti che contenevano mi affascinavano perché erano gli oggetti tipici di quei posti. Oppure, nel quotidiano, erano intrinsecamente interessanti per una certa specifica qualità, come l’essere trasparenti. O congelati. O gialli. O l’essersi spostati dall’ultima volta.

    Palazzi in costruzione, da qualche parte nelle Midlands. La pozzanghera gelata dove sembra che l’acqua, evaporando, abbia lasciato ghiaccio sopra un vuoto. Nel corso dell’anno una scaletta e una stradina, tra le siepi! Un sogno in cui cammino sull’acqua verde e piatta di un canale. (Ricordo che guardavo giù da un ponte. A sinistra l’acqua, a destra prati stretti e alberi. Sole e ombra. Nel sogno l’acqua è all’altezza del sentiero, formano un’unica superficie continua. A vent’anni, quando mi misi a scriverlo, non ne ricordavo altro che lampi, barlumi, nulla che si potesse etichettare o analizzare). Ho poi un’immagine di me che giocavo con dei mattoncini di legno di colore azzurro, arancione e marrone venato e sbiadito, e nello stesso periodo incubi in cui, al posto del fumo, dal camino di un treno emerge un drago colorato. Ad alcuni di questi sogni associo un rumore lontano di locomotive che attraversano uno scambio nel cuore della notte; e poi un altro, un ronzio plumbeo che percepivo anche sotto forma di sapore e odore, e che in seguito sfruttai come indizio del perturbante nelle storie di un paese inventato. Non sto cercando di ricordare niente. Mi auguro che ciò che rimane dimenticato abbia ancora effetto su ciò che penso.

    Gli altri bambini di quattro anni, svegli e no, erano aggressivamente padroni di sé stessi: si abbottonavano il cappotto da soli. Io delegavo il compito a un adulto, per poter continuare a occuparmi del colore dei bottoni o a fissare uno stagno, incuriosito da come l’acqua sembrava più tersa dell’aria. Mi installavo con facilità nel momento, non ero capace di uscirne: a undici anni riuscivo persino a immaginarmi adulto, ma nel senso di uno che, raggiunta e scavalcata una soglia indefinita, passava a una condizione completamente nuova.

    In soggiorno avevamo un radiogrammofono e tre scaffali di libri. Ricordo A Little Brother to the Bear, Bambini acquatici e L’isola di corallo.¹ Il resto erano quasi tutti celebri titoli di storia militare. In casa la Seconda guerra mondiale era ancora vivissima: mio padre aveva Il coniglio bianco di Bruce Marshall; saggi sull’Operazione Market Garden; biografie del generale Montgomery, uno dei suoi eroi. Ci era talmente fissato che gli amici lo chiamavano Monty. Mi sono sempre chiesto se gliel’avessero appioppato loro, il soprannome, o se avesse insistito lui per averlo. Probabilmente, va detto, l’ipotesi corretta è la prima, e non penso che all’inizio ne fosse contento. Eppure eccolo, quasi dieci anni dopo la fine della guerra: Monty Harrison, con il suo tesserino della Riserva Militare e il fucile Lee-Enfield calibro 303 nella custodia di tela sopra il guardaroba. Ne derivava che la lucidatura delle scarpe di famiglia era un lavoro in sei fasi che ci teneva impegnati per l’intero sabato mattina. Lucidare le scarpe. Lucidare gli ottoni e, quand’ero lupetto negli scout e per beneficenza raccoglievamo mance in cambio di lavoretti, lucidare gli ottoni degli altri. Non mi dispiaceva, perché mi portava lontano dalle case come la mia, in quelle più grandi e vecchie, con i tavolini da caffè in ottone di Benares, e i Labrador. La calma e l’atmosfera al tempo stesso animata che vi si respiravano mi facevano desiderare di essere nato in quella classe sociale anziché nella mia, qualunque essa fosse.

    Siccome tutti gli altri eroi di mio padre erano ingegneri, c’erano anche biografie a tema. Isambard Kingdom Brunel di L.T.C. Rolt, costoso regalo di compleanno che mi fece, potevo leggerlo soltanto sotto la sua supervisione. Ma mi andava bene. Scoprii che mancava sia del sadico mordente de Il coniglio bianco sia delle qualità suadenti di A Little Brother to the Bear. La collezione di dischi di mio padre era esigua, ascoltavamo molto Chopin. Il primo disco che comprai per me, il 78 giri di Rock Island Line di Lonnie Donegan, lo si poteva mettere su soltanto se papà non era in casa; quando mi sorprese mentre ci ballavo provò rabbia e confusione. Aveva un singolo di Gerry Mulligan, invece. Se ascolto Moonlight in Vermont nella versione contemplativa di Mulligan, però, più che a mio padre penso a McClintic Sphere, il sassofonista di V, primo romanzo di Thomas Pynchon. Paragonare Mulligan a Sphere è sbagliato: si sa che il modello di Pynchon era Ornette Coleman. Ma il primo che mi viene in mente è Sphere al V-note, e soltanto dopo, dietro, il suo contrario, l’ombra parziale di mio padre. E dietro di lui non la grande V, ma la C maiuscola che se lo portò via quando avevo tredici anni. Per un motivo o per un altro noi figli non andammo al funerale. Ne fummo contenti, o almeno lo fui io. Quel giorno fu un sollievo non dover presenziare, ma alla lunga tutto ciò che aveva a che fare con la sua morte ha finito per risultarmi lontano e sfocato. Potrei dimenticarlo. Potrei dimenticare gran parte di ciò che lui rappresentava per me.

    Perso in febbraio, a quattordici anni. Pieno di energia ma senza mai sapere che cosa fare. Vai al canale, vai per campi, sempre in cerca di un modo per dire la cosa che non sai cos’è, spinto e ricacciato indietro dal vento freddo e secco. Sconvolto, indignato dalla bellezza delle cose congelate, e della grandine che lascia il segno su un velo di terra. Alzaie, fumo di sigaretta, una zia bionda, centinaia di poesie contemporanee strappate dalla biblioteca scolastica, una tenda di tela sbiancata a coprire una porta esterna. Come si fa a sapere cosa dire prima di sapere come dirlo? Perché tutti quelli che dicono una cosa la dicono meglio di te? L’età adulta arrivò anche per me, ma non per merito mio. A differenza dei miei amici non avevo attuato nessuna strategia per raggiungerla. Intanto i genitori e gli insegnanti vanno nel panico. Sono intelligente, ma se non mi do una regolata finirò, come dicono, a zappare la terra. Reagisco prendendola come un’imposizione. Giuro che diventerò più forbito di loro.

    Questi ricordi non sono proustiani. Non sono nemmeno più ricordi. Somigliano più a glitch art o errori casuali: vaghi fremiti inutili, lampi di consapevolezza nei quali il vero oggetto rimane nascosto. Il ricordo non è ciò che ricordi: il ricordo sta più sotto, o più lontano, o chissà dove. Tra i miei ricordi più nitidi c’è uno stagno ovale tra distese di pascoli, circondato da alberi. Un salice sporgeva ingobbito sull’acqua. Bastava arrampicarsi tre metri o poco più per arrivare al punto in cui il tronco si biforcava e ti si offriva come un paio di mani aperte, e stare lì in una sorta di stordimento verde a guardare, sotto, l’acqua limpida piena di pesciolini. Potevi starci ore, sperando di vedere qualcosa di più grosso. Quando attraversavo i campi per raggiungere lo stagno ero sempre ansioso, ma sdraiato sopra il tronco di salice sprofondavo in un rilassamento ipnotico. Intanto, quattro o cinque chilometri più in là, nel cementificio, c’era un’altra pozza d’acqua stagnante, enorme e bassa, velenosa di ruggine e piena di macchinari rottamati dallo stabilimento. Ci andai una volta sola. Mi turbò così tanto che me la sogno ancora. Nel momento in cui scrivo stanno smantellando la centrale elettrica di Hinckley Point A. Mi pare che le sue turbine venissero dalla English Electric, dove lavorava mio padre, e che lui fosse uno degli ingegneri che avevano seguito l’appalto. È una convinzione, non un ricordo. In un altro ricordo mio fratello spara a una pernice e poi ne scopre i pulcini appena nati, che cerca di allevare in una scatola di scarpe. Morirono. Lui ne fu devastato ma questo non gli impedì di portare a casa una lepre e di invitare nostra madre a cuocerla in salmì. A quel punto il pomeriggio marinavo la scuola per dimostrare la mia incompetenza con i cavalli altrui. Che cosa ci stava succedendo? Tra noi e la campagna c’era già una generazione di distanza, ci univa un legame ormai esile.

    All’epoca le scuole secondarie dove si studiava Aeronautica erano poche: tra quelle, la nostra. Io volevo fare il pilota, benché fossi ufficialmente troppo stupido. Tutti costruivano modellini di aeroplano. I loro papà gli insegnavano ad applicare sette mani di vernice da carrozzeria, rubata alle fabbriche di Coventry Road, levigandone gli strati a uno a uno. Imparavano in fretta. Quegli aeroplani luccicavano come una Hillman nuova. I miei erano pieni di grumi di varie forme e dimensioni, eppure volavano. «Ma quello non è volare», mi si diceva, «se ci metti il motore giusto vola anche un mattone». Buoni consigli. Ma da allora non ho più smesso di migliorare, un poco ogni giorno, la mia aerodinamica, per prendere il

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