FREUD: ILLUSIONI E DELUSIONI
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FREUD - MARIA CHIARA RISOLDI
1. Freud
Ho fatto per trentatré anni la psicoanalista. Ora sento la necessità di fare pubblicamente i conti con Freud. C’è un Freud che appartiene al mondo e alla storia della cultura. E c’è un mio Freud. Se potessi tornare al 1981 non suonerei più quel campanello. Quello del mio primo psicoanalista.
Il destino o il modo in cui la vita di una persona si sviluppa e si svolge è influenzato da una serie di fattori, tra cui le esperienze infantili e il modo in cui una persona riesce a gestirle. Si suona il campanello dello psicoanalista per imparare a gestirle. Si suona quel campanello per cambiare. O almeno questo era quello che io mi aspettavo. Invece anziché cambiare me stessa ho cambiato lavoro. In quello studio era entrata una giornalista e ne è uscita dopo sette anni una psicoanalista in formazione. Due lunghissimi training di cui racconto qui le vicissitudini.
Nel corso del tempo avevo letto gli scritti filosofici, antropologici e sociali di Freud, sempre stimolanti, ricchi di suggestioni, che mi avevano affascinato molto. Poi arrivò il momento di fare sul serio: lasciare queste piacevoli letture e iniziare a studiare i suoi testi di meta-psicologia.
Mi resi conto subito che questo significava addentrarsi nella selva oscura di questioni complesse e contraddittorie. Lui la chiamava la strega
. Non a torto.
Quella che è nota come la svolta del 1897 aveva aperto una voragine nel flusso di pensiero seguito da Freud fino a quel momento. O si accettava con un atto di fede la nuova teoria – rischio che personalmente ero sempre sull’orlo di correre a causa delle mie problematiche esperienze infantili – o si prendeva posizione e si facevano
i conti con una questione gravissima, che ancora oggi è drammaticamente divisiva.
Fino a quell’anno, il 1897 appunto, come molti altri psichiatri, Freud aveva ipotizzato che le nevrosi e i sintomi isterici, avessero come causa abusi sessuali subiti nell’infanzia. In questa direzione andavano i suoi primi testi. In quegli anni, Freud era impegnato anche sul fronte della propria autoanalisi, una tappa fondamentale della sua vita.
La bibliografia delle opere sulla vita di Freud è sterminata e catalogabile in due blocchi. Le opere ufficiali ammesse e quelle non autorizzate. Una di queste, pubblicata nel 1979, mi capitò tra le mani. Nessuno dei tanti docenti l’aveva citata, nessuna delle colleghe di corso la conosceva. Fu una amica, non del campo, che me la mostrò chiedendomi se la conoscevo. L’autrice era una certa Marianne Krüll che aveva fatto approfondite ricerche sulla vita familiare di Freud. La Krüll aveva individuato un particolare abuso sessuale vissuto nell’infanzia da Freud. I figli del primo matrimonio del padre erano dell’età della madre di Freud. Secondo il meticoloso lavoro di ricerca della Krüll, la famiglia Freud si sarebbe all’improvviso trasferita a Vienna, senza i figli grandi del primo matrimonio, a causa di una relazione tra la madre di Freud e un suo fratellastro, cosa che avrebbe fatto sperimentare al piccolo Sigmund un ambiente promiscuo, sessualmente eccitante, che suscitava in lui una intensa gelosia. Nell’insieme qualcosa che Krüll considera un ambiente abusante. Dopo la morte del padre e nel pieno della propria autoanalisi Freud fa la virata teorica, concettuale, che da molti critici è considerata drammatica per il futuro della psicoanalisi. Scrive al suo amico Fliess che alle origini delle nevrosi non c’è alcun abuso sessuale, ma che i ricordi, le tracce di tali abusi, sono in realtà solo ricordi e tracce delle fantasie del bambino e della bambina di avere relazioni sessuali con gli adulti.
La svolta freudiana, che dal 1897 si sovrappone – senza eliminarla – alla precedente teoria del trauma, dà vita alla teoria delle pulsioni, introducendo contraddizioni insanabili, nei successivi scritti di metapsicologia. Dando inizio a polemiche tra le tante altre scuole teoriche che si trascinano tutt’ora. Per i pazienti vittime dì promiscuità, di abusi, di confusione di carezze, l’incontro con uno psicoanalista che aderisce alla teoria delle pulsioni e interpreta le tracce del trauma come frutto di proprie fantasie è un ulteriore, catastrofico trauma. Perché risuona dentro come un catastrofico non essere creduti. Perché l’ipotesi che possa essere solo una fantasia incontra una propensione umana a pensare che non possa essere vero che chi avrebbe dovuto proteggerti fu invece colui o colei che ti fece danno, o colui o colei che non si accorse di quello che stava succedendo. A questa propensione umana, per cui anche i bambini più maltrattati amano i genitori, si aggiunge un’altra propensione. Riconoscere la propria impotenza, il proprio essere in balia e alla mercé di altri o di altro, si tratti di altri esseri umani o della natura, è talmente spaventoso che è preferibile una ricostruzione degli eventi traumatici in cui il ruolo della vittima è attivo. Dal me la sono cercata, la violenza
, al me lo meritavo, il maltrattamento
, al mi sono fatta venire una malattia
, al ce lo siamo meritato il terremoto
.
Dopo questa svolta, Freud fonda la sua teoria della libido e scrive Tre saggi sulla teoria della sessualità infantile. Secondo la sua nuova teoria, la sessualità era una forza psichica fondamentale che guidava i desideri, le emozioni e i comportamenti dell’individuo. Lo sviluppo passava attraverso tre fasi: orale, fallico-anale, cui seguiva un periodo di latenza per approdare infine alla fase genitale. Io leggevo con attenzione che ciascuna di queste fasi era caratterizzata da esperienze sessuali focalizzate su diverse parti del corpo e da conflitti psicologici correlati. Queste esperienze influenzavano la personalità e il comportamento dell’individuo in età adulta. L’interiorizzazione dei desideri e dei conflitti sessuali durante l’infanzia aveva un impatto duraturo sulla personalità e sul comportamento dell’individuo. L’incapacità di gestire questi conflitti poteva portare a disturbi psicologici e comportamentali nell’età adulta.
Io leggevo con attenzione, ma con grande angoscia mi rendevo conto che non capivo assolutamente che cosa stessi leggendo.
Durante il terzo anno della mia analisi iniziai a frequentare quotidianamente l’Istituto di Neuropsichiatria infantile. Oltre a Freud iniziai a studiare a fondo anche Winnicott che aveva un atteggiamento critico nei confronti dell’approccio di Sigmund Freud alla sessualità infantile.
Su questo argomento, Winnicott, metteva in luce una prospettiva più sfumata e differenziata. Egli sottolineava l’importanza di considerare il bambino come un individuo unico e rispettava il suo sviluppo naturale. Winnicott era preoccupato che l’enfasi eccessiva di Freud sulla sessualità potesse essere troppo limitante e non tener conto delle molte altre dimensioni dello sviluppo infantile. In particolare, Winnicott aveva concentrato la sua attenzione sulla fase del holding
e sulla madre sufficientemente buona
. Aveva enfatizzato l’importanza della madre o del caregiver principale nel fornire un ambiente emotivamente sicuro in cui il bambino potesse esplorare e sviluppare la propria individualità. Aveva promosso l’idea che il bambino dovesse essere libero di esprimere sé stesso senza essere eccessivamente focalizzato sulle questioni sessuali.
Cominciò così il mio tormentone. La psicoanalisi di Freud e quella di Winnicott erano la stessa psicoanalisi?
Il mio viaggio era appena iniziato quando incontrai lo scoglio più duro. Lo studio di Al di là del principio di piacere, pubblicato nel 1920, in cui Freud introduce la sua teoria delle pulsioni di vita e di morte, che rappresentano una revisione della sua precedente teoria, basata sulla sola pulsione sessuale, mi precipitò nello sconforto.
L’istinto di morte
noto anche come pulsione di morte
o Thanatos
, serve per spiegare il desiderio innato di autodistruzione e di ritorno all’assenza di tensione e di vita. Desiderio innato? Concepire la distruttività come istinto, affiancato all’istinto di vita, piuttosto che come trasformazione della naturale aggressività a causa di sofferenze traumatiche spaccava in due la psicoanalisi, aveva clamorose conseguenze nella diversa valutazione di patologie gravi e del loro trattamento.
Oltre a essere dolorose esperienze cognitive, cominciare a studiare Freud significò anche capire che cosa non avesse funzionato con il mio dottore. Non aveva funzionato la meta-psicologia dì Freud. Non condividevo la teoria delle pulsioni, la centralità della sessualità, l’istinto di morte. Non condividevo la teoria di riferimento del mio dottore, di cui racconto poi.
Qualche anno dopo l’inizio della mia frequenza scientifica avendo superato i colloqui di entrambe le due scuole di psicoterapia psicoanalitica infantile, quella winnicottiana e quella kleiniana (collegata alla Tavistock Clinic di Londra) feci un enorme sbaglio. Scelsi la scuola kleiniana, poi racconterò perché, e fui quasi subito tormentata da un dubbio: tornare indietro e entrare nella scuola winnicottiana o procedere, senza farmi più troppe domande? La Klein e Freud erano la stessa psicoanalisi, ma Winnicott che c’entrava?
Cercai di soffocare la parte di me che era disperata e terrorizzata. Quando affioravano i dubbi e intravedevo i segnali della disperazione e del terrore, mi ancoravo alle certezze esteriori che mi dava la scuola kleiniana che era comunque presente in molte nazioni.
Tornai a Bologna e sistemai la nuova casa e in una stanza organizzai il mio studio. Feci il giro dei servizi materno infantili, mi presentavo come allieva di una scuola di psicoterapia che era fra le più prestigiose e segnalavo la mia quinquennale frequenza scientifica della Clinica di Neuropsichiatria infantile di Roma, una delle più famose in Europa.
A settembre andai a Milano alla prima riunione organizzativa della scuola.
Le docenti erano psicoanaliste italiane, che avevano vissuto a lungo a Londra dove avevano fatto la loro formazione nel gruppo kleiniano. Facevano parte sia della Società psicoanalitica britannica, sia della Società Psicoanalitica Italiana.
Dire gruppo kleiniano di Londra non significa dire solo che condividevano le idee della Klein. Significa dire che avevano ricevuto un addestramento militare. Quando a Londra durante la guerra mondiale esplose il conflitto tra Anna Freud e Melanie Klein su chi delle due fosse la vera interprete della psicoanalisi di Freud, Winnicott creò il gruppo di mezzo per evitare una drammatica scissione. Durante una discussione particolarmente feroce nessuno dei contendenti si accorse che stavano suonando gli allarmi dei bombardamenti.
Ovviamente quando scelsi la Tavistock non avevo idea di dove fossi finita, anche se avevano provato ad avvisarmi. Eravamo un gruppo di coetanee, provenienti da varie città. Il programma faceva paura. Per quattro anni ogni quindici giorni c’era un fine settimana lungo di lezioni teoriche e seminari clinici. Poi si dovevano fare tre supervisioni individuali di tre casi clinici intensivi, cioè di tre o quattro sedute settimanali, di un bambino 0-6 anni, uno 6-12 e un adolescente. Le tre supervisioni dovevano essere settimanali e durare uno o due anni. Ovviamente le supervisioni andavano fatte con i tre (un uomo e due donne del gruppo kleiniano inglese). Un viaggio a Milano tutte le settimane.
Tutte le scuole di psicoterapia sono lunghe, faticose e costose, ma le scuole a indirizzo psicoanalitico sono delle vere e proprie scuole di sopravvivenza psichica e fisica. Tutte richiedono spirito di sacrificio, abnegazione, devozione, fedeltà ai diversi fondatori. Dicevamo tra noi scherzando che bisognava essere proprio malati per imbarcarsi in un tal percorso. Ma non c’era niente da scherzare.
Il pensiero della Klein non ammetteva deroghe. Ecco una sintesi brutale, che è molto parziale, ma coglie il cuore della questione.
Il bambino concettualizzato dalla Klein, che porta all’estremo i concetti di istinto di morte e di fantasia inconscia teorizzati da Freud, nasce pieno di angoscia, di invidia, di distruttività, avido e mai appagato e con la fantasia inconscia scinde la mamma in buona e in cattiva, la cattiva è una terribile persecutrice, finché non capisce che la mamma è sia buona sia cattiva, non sono due mamme, ma una sola, raggiunge la posizione depressiva, capitola pieno di ammirazione e gratitudine, perché si rende finalmente conto che la mamma è sempre meravigliosa. E le mamme davvero cattive? Inadeguate, maltrattanti, abusanti? Non esistono. Sono frutto della fantasia inconscia… la figlia della Klein è diventata psicoanalista, non le ha più parlato per quarant’anni e non è andata al suo funerale.
Poi ci sono le regole. Tutte le regole di Freud, ma più rigide. L’analista kleiniano parla ancora meno dell’analista freudiano. L’analista kleiniano parla solo per interpretazioni e sostanzialmente tace. L’analista kleiniano non gioca, guarda il bambino giocare. Guarda in silenzio finché non ha una interpretazione da dire.
La bambina le tira la palla per giocare e non farla lavorare, quindi lei dottoressa, non si muoverà dalla sedia e non raccoglierà la palla e le dirà che è un attacco al seno buono che vorrebbe tutto per sé
.
L’ho fatto. Io una volta ho detto una frase del genere e non ho mai più dimenticato gli occhi stralunati di quella bambina.
Il tabù dei tabù dell’analista kleiniano è l’intellettualizzazione. Guai fare interventi psicoeducativi, guai dare spiegazioni, guai razionalizzare. I kleiniani di stretta osservanza si sono ormai quasi estinti, ma alla fine degli anni Ottanta erano ancora numerosi. Winnicott e Klein avevano due sistemi teorici diversi e incompatibili. Ma tutti e due erano anche freudiani.
Poco tempo dopo essermi organizzata con lo studio ricevetti la telefonata di una delle persone a cui mi ero presentata.
"Buongiorno dottoressa avrei da inviarle una bambina di cinque anni. È molto intelligente, ogni tanto ha dei ritiri autistici, ma il problema principale sono i genitori, molto disturbati. Si sono conosciuti in una
