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Il vero volto di don Camillo. Vita & storie di Fernandel
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Il vero volto di don Camillo. Vita & storie di Fernandel

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Fernandel, ovvero Don Camillo. Don Camillo, sì, insomma, Fernandel...
Sull'identificazione tra attore e personaggio sono stati spesi fiumi di inchiostro, ma in questo caso realtà e finzione si sono come fuse in un'unica identità, difficilmente distinguibile. Eppure Fernand Joseph Désiré Contandin, questo il nome intero del protagonista del presente libro, è stato come uomo, marito e padre, ma anche come attore, molto altro rispetto al prete burbero ma santo che la saga guareschiana gli ha cucito addosso rendendo insieme imperitura la sua fama. Tutto comincia con il Don Camillo narrato da Giovannino Guareschi. Perché sono le sue storie che hanno disegnato il personaggio nella nostra immaginazione, ma è un solo attore che in cinque memorabili film ce l'ha reso vivo, teatrale, carnale, e anche simbolico come una moderna maschera
della commedia dell'arte. Ma chi era veramente Fernandel? Francese, simpatico, bravo... e poi? E perché fu scelto proprio lui per questo ruolo di prete schietto, uno che ama il suo gregge, fuma il sigaro, sghignazza, mena le mani e, soprattutto, dialoga con Gesù crocifisso? I più «vecchi» se lo ricordano, oltre che nei panni del pretone guareschiano, in uno spot di Carosello in cui pubblicizzava con l'amico Cervi «un brandy che crea l'atmosfera». Ma pochi sanno della sua lunga carriera – più di 120 film all'attivo –, della famiglia a cui era molto legato, degli amici che frequentava, dei luoghi e del cibo del Midi che amava, della fede cattolica che aveva nutrito, con la semplicità propria del popolo, sin da piccolo nella sua parrocchia nel cuore di Marsiglia…
LanguageItaliano
PublisherAres
Release dateOct 9, 2015
ISBN9788881556687
Il vero volto di don Camillo. Vita & storie di Fernandel

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    Il vero volto di don Camillo. Vita & storie di Fernandel - Fulvio Fulvi

    Prefazione

    di Tatti Sanguineti

    Fernandel appare subito dal nome di battaglia stesso, appioppatogli dalla suocera («il Fernando di mia figlia...»), come un tipo ben strano: intelligentissimo come tutti gli interpreti dei sempliciotti, ma sdoppiato già nel nome. Si porterà in scena per tutti gli anni Trenta nomi buffi, arcaici e desueti, di eroi latini od omerici sulla via dell’estinzione: Saturnin, Hercule, Hector, Felix, Simplet, Boniface, Casimire... Nomi inassimilabili alla contemporaneità, allo sport, ai marchi di fabbrica.

    La bicicletta che Guareschi assegnava a don Camillo era una bici miserella e neorealista. In alcune descrizioni scrostata, in altre con un pedale solo come la bici di Enrico Toti. Senza un marchio di fabbrica in un momento in cui le bici e i ciclisti italiani trionfavano nel mondo (la Itala, la Bianchi e la Olmo) non meno di Coppi e di Bartali, i quali a loro volta erano già una coppia da romanzo. Gino, il cattolico «giusto», che ancora non si sapeva avesse salvato centinaia di ebrei, e Fausto, la superstar atteso da una doppia vita sentimentale e matrimoniale.

    E così, per stare alla bici, il bravo Duvivier e il furbo Fernandel dotano il pretone della Bassa di uno strumento più adeguato a quegli anni del trionfo delle due ruote. Un manubrio ricurvo da pedalatore professionale. La tonaca di don Camillo costringe Fernandel alla postura aerodinamica: quel manubrio da campione è la prova dell’estrema serietà e concentrazione con cui si deve andare in bicicletta. Sono gli anni in cui i ciclisti italiani su pista trionfano a Londra. Il campione, dimenticatissimo, si chiamava Mario Ghella. Il ciclismo su pista avrà bisogno solo di uno sponsor come il cavalier Giovanni Borghi della Ignis.

    Lo sponsor di don Camillo è Dio, non c’è dunque bisogno di altri. Fernandel incarna questa secchezza e concentrazione, questa tensione al traguardo e alla vittoria. Ma il nostro eroe si applica con la stessa energia, foga e tecnica alla fune della campana, alla partitella di calcio e al prendere a pugni i comunisti. La chiesa è una palestra, l’oratorio uno stadio, la strada un ring.

    Fernandel era cresciuto in Francia con gli spettacoli per le truppe: vaudevilles caserecci e ruspanti assai, dove il comico non andava troppo per il sottile. L’immancabile sottofinale rimaneva sempre il numero en travesti, sempre sgambando, perché le gambe e i piedoni sono il pezzo forte del marsigliese.

    Sfogliando la gavetta di Fernandel negli anni Trenta fra la banca e il saponificio, il vaudeville e i film provenzali (che certo il Minculpop amava poco, esattamente come amava poco i De Filippo, altri che sopravvissero annacquando la lingua di origine), ho scoperto un retroterra ricchissimo in cui pescavano i comici degli anni Trenta non dell’Accademia.

    Il repertorio di Fernandel coincide spesso con le tiritere di un Aldo Fabrizi che faceva giocare a calcio formazioni composte con i formati della pasta («Maltagliati» non potrebbe essere il cognome di un terzino o di un centravanti?). O con quello di un Walter Chiari che aveva fra i pezzi forti dei suoi spettacoli giovanili degli anni Quaranta le scenette sulla figura di un villico calato in città nei giorni di festa per assistere allo spettacolo sconosciuto di una partita di calcio. Questo scemo di paese inurbato festivo si chiamava Busìn e aveva un cappello che gli calcava le orecchie. Era uno scemo sorridente e di buon carattere, ma senza un sorriso che nitrisce alto come in Fernandel.

    Siamo evidentemente nel regno di una fantasia – se non vogliamo chiamarla «narrazione» – per semplici, perché nessun giovanotto della fine dei Trenta e degli anni della guerra poteva ignorare che cosa fosse un arbitro di calcio e a che cosa gli servisse un fischietto. L’Italia aveva vinto due Coppe del Mondo e Vittorio Pozzo e Peppino Meazza avevano romanamente salutato.

    Nel repertorio di manica larga di questi intrattenitori popolari, il pezzo forse più forte erano le donne con i baffi e le scenette sui vezzi degli «ambigui» e degli omosessuali. Ritroviamo queste allusioni, queste mossette, in uno dei cavalli di battaglia di Fernandel, probabilmente nella sua canzone più famosa, On dit qu’il a nait. Al comico francese basta un gesto di mano morta a tempo di musica per incantare e far scompisciare una platea di bocca buona. Fernandel ci marcia proprio come un disco rotto che non si può fermare.

    Fernandel mescola queste piccole ineleganze alla raffinatissima lingua di Marcel Pagnol, un drammaturgo così abile nei monologhi, nei dialoghi, nelle «tirate», che quando gira le sue commedie, si chiude nel camion del suono senza bisogno di guardare il ciak. Fernandel è questo mago dell’accento, del Midì, dell’odore dell’ulivo già dieci minuti fuori dalla città.

    Trapiantato in Italia nella guerra fredda della Bassa infuocata, Fernand diverrà così popolare che avrebbe veramente rischiato di diventare Papa, dato che il suo personaggio di parroco prima e monsignore dopo, aveva margini di carriera illimitati e inarrestabili. Nessuno sapeva che lui parlava direttamente col Grande Capo.

    Fernandel si iscrive così magistralmente nel panorama italiano che, diciassette anni dopo Quattro passi fra le nuvole (film italiano del 1941 scritto da Cesare Zavattini, interpretato da Gino Cervi e diretto da Alessandro Blasetti) riuscirà a incarnare quello stesso personaggio di Cervi in Era di venerdì 17: il commesso viaggiatore di caramelle e cioccolatini e di buon cuore che accompagna a casa una ragazza rimasta incinta. Fingerà per una notte di essere colui che l’ha sposata.

    Impareggiabile nel team comedy, Fernandel poteva fare coppia con tutti, e non a caso gli accadrà di aver per spalla addirittura una mucca con la quale attraversa mezza Europa in guerra.

    Age e Scarpelli si mettono al suo servizio per il film di co-produzione La legge è legge, girato fra Montecassino e un teatro di posa romano. Fernandel è un doganiere e Totò è un contrabbandiere. Il film, girato poco dopo la prima Europa unita, è una satira della burocrazia, perché si svolge in un villaggio di frontiera attraversato in due da una linea di confine balzana e zigzagante. Il che produce una serie di casi burocratici surreali: cambi di identità e di nazionalità, bigamie, complicazioni burocratiche varie. Per uscirne a capo, bisogna telefonare a Cuneo, città nota perché Totò ci aveva fatto il militare.

    Come Antonio De Curtis, Fernandel incarna l’efficienza miracolosa del super professionista, quello che non sbaglia un ciak, non perde tempo, la porta sempre a casa e tutti gli vogliono bene. Senza mai negarsi a quel piacere del saper vivere e del saper mangiare che era lo stile di quella generazione cresciuta con il secolo. Tanto lui non ingrassa: è magro, forte, metabolicamente perfetto. Invidia solo Jean Gabin, a cui costruiscono film su misura, ma che cinque chili in più di pancetta li ha presi. Fernandel no.

    Tatti Sanguineti

    INTRODUZIONE

    dell’Autore

    Stavolta, nel raccontare, ho separato i due eroi strappando don Camillo dal sodalizio con Peppone. L’ho messo da solo sotto i «raggi x» per cercare di capire chi è. Lo so, i miti imperituri di Brescello, parroco e sindaco dell’età che fu, sono inseparabili ma speculari, opposti all’apparenza ma «consustanziali»: l’uno esiste, cioè, perché c’è l’altro, anzi l’un personaggio sostiene e alimenta l’altro. Provate a separarli, gli allegri compari, e vedrete come si sgonfieranno, non avranno più nemmeno un briciolo di energia letterar-cinematografica, anzi perderanno tutta d’un colpo la loro stessa ragione di essere. Perché uno ha bisogno dell’altro per vivere, e viceversa.

    Che curato sarebbe don Camillo senza un avversario da prendere a pedate o farci a cazzotti per difendere la dignità, la fede e il suo popolo? E che sindaco sarebbe il comunista Peppone senza un rappresentante della Chiesa da combattere e mettere alla berlina di fronte ai compagni? Uomini sempre in lotta, orgogliosi militanti dalla testa dura, ma alla fine amici, capaci di mettersi d’accordo quando è necessario per il bene della comunità. Uomini di buona volontà, oltre che «gemelli diversi», icone di un tempo che non si può cancellare. E che, forse, non esiste più.

    «Ma voi non siete un uomo, voi siete un prete...», protesta il bolscevico primo cittadino di fronte ai «ricatti» (a fin di bene) architettati dal furbo contadino in abito talare. E il sindaco baffuto continua a provocare il parroco come si fa tra rissosi compagni di scuola: «Don Camillo, se siete un uomo aspettatemi fuori...». «D’ac­cordo, Peppone – gli risponde l’altro, sprezzante –, ma guarda che siamo in due... prima le pigli dall’uomo e poi le buschi dal prete».

    Il dialogo tratto da una celebre scena del film Don Camillo e l’onorevole Peppone la dice lunga sul personaggio con cui abbiamo a che fare. E spiega anche perché alla fine vince sempre lui, l’uomo con la tonaca, quell’abito che è segno di obbedienza, servizio e autorità. Anche nei racconti di Giovannino Guareschi è il curato che primeggia: sagace, arguto, ironico, tutto ruota attorno ai suoi progetti di bene, nonostante il «brutto carattere» e i rimproveri del Crocifisso parlante. La missione di don Camillo è la Chiesa, è l’opera di carità verso il «popolo di Dio» che alligna nel Mondo Piccolo, dove i «rossi» sono in maggioranza ma devono fare i conti con questa presenza «altra» che invoca Dio ma è ugualmente affamata di pane, lavoro e fraternità («Il cristianesimo è una religione democratica basata sul lavoro, e tutti i poveri sono uguali, non solo quelli del Comune, ma anche quelli della parrocchia», dice don Camillo, monsignore ma non troppo).

    Tutto comincia, insomma, con la «favola padana» di Don Camillo narrata dallo scrittore di Fontanelle di Roccabianca. Perché sono queste storie che hanno disegnato il personaggio nella nostra immaginazione ma è un solo attore che in cinque memorabili film ce l’ha reso vivo, teatrale, carnale, e anche simbolico come una moderna ma verissima maschera della commedia dell’arte. E questo attore si chiamava Fernandel.

    Di Gino Cervi-Peppone, in Italia, si sa quasi tutto. È stato un attore tra i più popolari e amati del nostro teatro, del cinema e della televisione in oltre mezzo secolo di intensa attività. Lo ricordiamo in particolare per la magistrale interpretazione del cardinale Lambertini nell’omonimo film di Giorgio Pàstina, del 1954, e soprattutto per aver impersonato il poliziotto nato dalla fantasia di Georges Simenon, nella serie televisiva della Rai Le inchieste del commissario Maigret andata in onda per 35 puntate dal 1964 al 1972. Istrionico e volitivo, il bolognese Cervi copriva con uguale incisività tutti i registri interpretativi. Vocato al drammatico, sapeva anche stare al gioco delle ironie e toccare le corde leggere della commedia. E fu un Peppone perfetto, un emiliano straboccante, gigione al punto giusto.

    Bene. Ma Fernandel chi era veramente? Francese, simpatico, bravo... e poi? E perché fu scelto proprio lui per questo ruolo di prete padano senza peli sulla lingua, uno che ama il suo gregge, prega, suona le campane, a cui piace mangiare e fumare il sigaro, sghignazza, mena le mani da vero boxeur e, soprattutto, dialoga con Gesù crocifisso?

    In Italia lo conosciamo assai poco. I più «vecchi» se lo ricordano, appunto, nei panni del pretone guareschiano e in uno spot di Carosello nel quale pubblicizzava, con il degno amico-nemico Cervi, «un brandy che crea l’atmosfera». È passato alla storia anche il duetto con Totò in La legge è legge, del 1958, una versione più leggiadra e frontaliera del mitico Guardie e ladri dove i (larghi) panni del gendarme erano vestiti dal grande (anche in senso artistico) Aldo Fabrizi. Ma pochi sanno della sua lunga carriera di attore, della famiglia a cui era molto attaccato, degli amici che frequentava, dei luoghi e del cibo del Midi che amava, della fede cattolica della quale si era nutrito con la semplicità propria del popolo, sin da piccolo nella sua parrocchia nel cuore di Marsiglia…

    In queste pagine cercheremo di... metterci una pezza.

    Fulvio Fulvi

    Capitolo I

    «Don Camillo c’est moi»

    Una faccia mobile dai tratti scolpiti che quando si allarga in un sorriso evoca simpatia, esuberanza e un garbo tipicamente francese. Della bocca equina, racchiusa in una testa bislunga, Fernandel fece all’inizio della sua vita artistica l’arma principale del successo. La gloria ottenuta prima cantando sui palcoscenici dei teatri e nei café-chantant di Provenza e poi nei set cinematografici di Francia e, con Don Camillo, in Italia per diffondersi poi in tutto il mondo, parte proprio da qui. Lui stesso era consapevole di questa vis comica tutta spontanea e naturale: «Sembra che alla mia nascita la madrina di Battesimo, quando mi vide, non poté trattenersi e gridò: Mio Dio! Quant’è brutto!», confidò l’attore a Raymond Castans, giornalista di Paris Match. «Ma per fortuna – precisò – non ero brutto da spaventare, ma brutto da ridere!». E poi, a proposito del suo profilo atipico, scherzava: «Sono nato sotto il segno del Toro e... del cavallo!». In un’altra occasione confessò, svelando in pubblico anche un po’ del suo carattere: «Sono brutto, vendicativo e pieno di pretese, amo le cravatte vistose e i giochi di parole, ho un piccolo cervello da burocrate in una testa da cavallo... ma io me ne impippo!».

    Le ragioni della grande fama che Fernandel si guadagnò grazie ai 150 film girati nei quarant’anni di una carriera sempre in ascesa, dipendono sì dalla sua capacità di suscitare simpatia e riso nel pubblico con la presenza e la mimica, ma anche dal modo di stare in scena per incarnare l’eterno ingenuo, le virtù e i vizi del francese di provincia orgoglioso, ottimista, patetico e talvolta bugiardo. Popolare, borghese e tartufesco. Era un maestro nel compiere gesti buffi e smorfie, pronunciare battute pronte e sagaci, mostrare generosi sorrisi a trentadue denti: sapeva affascinare gli spettatori grazie alla carica

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