Può la Chiesa fermare la guerra?: Un'inchiesta a sessant'anni dalla Pacem in terris
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Book preview
Può la Chiesa fermare la guerra? - Piero Damosso
Nel nostro mondo,
dilaniato dalla violenza e dalla guerra,
non bastano ritocchi e aggiustamenti:
solo una grande alleanza spirituale e sociale
che nasca dai cuori e ruoti attorno alla fraternità
può riportare al centro delle relazioni la sacralità
e l’inviolabilità della dignità umana.
Non stanchiamoci di gridare no alla guerra
,
in nome di Dio o nel nome di ogni uomo
e di ogni donna che aspira alla pace.
PAPA FRANCESCO
Discorso ai partecipanti
del Meeting Mondiale della Fraternità Umana,
piazza San Pietro, 10 giugno 2023
PIERO DAMOSSO giornalista del Tg1, caporedattore e curatore della rubrica Tg1 Dialogo. Ha insegnato per molti anni giornalismo in diverse università. È autore di testi sul giornalismo, biografie e saggi sulla comunicazione, sulla storia del movimento cattolico e della Chiesa. Tra le sue pubblicazioni: Speciale tv. La missione sociale della televisione (2005), Il giornalismo dell’alba (2018) e, con padre Enzo Fortunato, Francesco e il sultano (2019).
La Chiesa cattolica è fortemente impegnata ad affrontare i conflitti nel mondo e in particolare a riportare la pace in Ucraina. La voce di papa Francesco si è più volte alzata per urlare: Fermatevi!
e ha parlato sempre più spesso di terza guerra mondiale in un mondo globalizzato. A sessant’anni dalla pubblicazione della Pacem in terris, la seconda grande enciclica di Giovanni XXIII, negli anni del Concilio ecumenico Vaticano II, che insiste sulla forza del dialogo, sui diritti e sui doveri della persona, sulla libertà religiosa, sulla democrazia e sul bene comune universale, sulla difesa delle minoranze, sul disarmo e sul ruolo attivo delle istituzioni internazionali, Piero Damosso lancia forte questa domanda: può la Chiesa, oggi, fermare la guerra? E in che modo?
La Chiesa, che certamente non ha il potere reale di arrestare i conflitti, soprattutto quelli mondiali, può richiamare la coscienza umana universale ad agire con iniziative nuove, abbattendo i muri dell’odio e dell’inimicizia, come chiede ogni giorno papa Francesco, indicando la fraternità come prospettiva sicura di giustizia, solidarietà, inclusione e cura della terra. Questo volume, costruito con analisi e proposte contenute in oltre cinquanta interviste, vuole unire pensiero e azione per la pace, nel rispetto dei diritti dei popoli e della libertà delle nazioni. Un’indagine che evidenzia anche come la potenza della preghiera del popolo di Dio possa generare coraggiosi progetti di incontro e di negoziati possibili.
Se vogliamo la pace, prepariamo la pace.
Piero Damosso
PUÒ LA CHIESA
FERMARE LA GUERRA?
Un’inchiesta a sessant’anni
dalla Pacem in terris
Logo San PaoloProgetto grafico: Gianni Camusso
In copertina: Foto © Bryan Thomas / Stringer by Getty Images
© EDIZIONI SAN PAOLO s.r.l., 2023
Piazza Soncino, 5 - 20092 Cinisello Balsamo (Milano)
www.edizionisanpaolo.it
Prima edizione digitale luglio 2023
eBook realizzato da www.punto-acuto.it
Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore. È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.
ISBN edizione epub 978-88-922-3340-9
INDICE
Introduzione
1. La stella polare della Pacem in terris
I diritti delle persone e delle comunità politiche
La democrazia inclusiva: libertà e giustizia, solidarietà e sicurezza, dialogo e partecipazione
La condanna dell’uso della forza, dell’oppressione, della superiorità etnica
La tutela delle minoranze, l’accoglienza dei profughi e degli immigrati nella reciproca apertura
La questione del disarmo
La comunità mondiale e la famiglia umana
L’interdipendenza e il bene comune mondiale
2. L’Europa e il nazionalismo aggressivo di Putin
La dottrina Putin
La questione religiosa
L’Occidente e la prevalenza della strategia economica
La strategia della Nato e le alleanze in un mondo plurale
L’opposizione russa
Gli accordi disattesi
3. La via della diplomazia per una pace giusta e duratura
Il dialogo di Istanbul, quando eravamo vicini a una prima intesa
Il dialogo bloccato
Un piano di pace italiano
Il ruolo della Cina
4. La via della governance mondiale: schemi di pace e un nuovo spirito di Helsinki
Le Nazioni Unite
Le priorità per le organizzazioni internazionali
Un appello all’Assemblea ONU
La testimonianza di Oleksandra Matvijčhuk, premio Nobel per la Pace
Gli schemi di pace
Un nuovo spirito di Helsinki
La proposta dell’ambasciatore Pasquale Ferrara
La proposta di Zamagni
Le proposte del missionario padre Giulio Albanese
C’è una missione di pace
Il dibattito sulle armi all’Ucraina
Esercitazioni di pace
La legittima difesa
Gli ostacoli al disarmo
Il disarmo integrale
5. La via del dialogo: tra cristiani, tra le religioni, con tutti
Rilanciare l’ecumenismo
Il cammino di Abramo
6. Artigiani di pace e di fraternità
Il pluralismo degli artigiani della pace
Una conversazione con don Luigi Ciotti
7. La via della preghiera
Il Re della pace
L’arma della preghiera
Preghiera e digiuno
Preghiera, amore e perdono
La preghiera fa miracoli
Preghiera e perseveranza
Le apparizioni mariane e la pace
La consacrazione al Cuore Immacolato di Maria
Una preghiera per la pace
8. Tre donne del dialogo
Paola Severino
Edith Bruck
Dacia Maraini
Ringraziamenti
Indice dei nomi
INTRODUZIONE
Da molti anni curo per il Tg1 insieme a padre Enzo Fortunato, francescano nonché giornalista e scrittore, una rubrica dal titolo Tg1 Dialogo. Va in onda ogni sabato mattina, dopo il telegiornale delle 8, anche durante l’estate. Il dialogo non può andare in vacanza. Il successo in termini di ascolti di questo programma semplice ma intenso e appassionato, incoraggia ad andare avanti ed è un segnale che indica come, nonostante tutto, ci sia una domanda di dialogo. Nel 2016 Tg1 Dialogo durava sette minuti. Oggi abbiamo raggiunto i tredici minuti e lo share si è stabilizzato tra il 18 e il 22 per cento, con oltre un milione di persone che seguono il programma. È una lezione continua innanzitutto per noi che lo facciamo¹, per non tradire il dialogo e per cercare sempre di vedere l’erba dalla parte delle radici.
Il programma è attraversato da storie, interviste, testimonianze. Spesso fuori dagli studi, in mezzo alla gente. Dialogo tra persone, religioni e culture, con l’obiettivo anche di raccontare una delle personalità oggi più esposte sulla frontiera del dialogo e della pace, un grande leader mondiale, il primo Papa che prende il nome di Francesco. Una persona, non solo un Papa, un uomo, un prete, che spinge la Chiesa a uscire con una rinnovata missione evangelica di dialogo per la pace, i poveri, l’ecologia integrale. Papa Francesco esprime continuamente fiducia nelle possibilità del dialogo a ogni livello.
Il dialogo, l’unica risposta ai problemi più difficili, alle emergenze, ai conflitti. Il dialogo nonostante tutto. Il dialogo, unica via per la pace, per la ricucitura delle ferite della società, per creare un futuro di sicurezza. Il dialogo per la giustizia, con la schiena dritta, disposti anche a rinunce e sacrifici, nella consapevolezza, come dice il Vangelo, che solo il seme che muore dà i frutti sperati, sognati, voluti, per il bene di tutti. Il dialogo soprattutto anche quando sembra sepolto, ucciso, perché la forza deve prevalere a ogni costo. Il dialogo risorge sempre: vive.
Un dialogo anche e soprattutto in tempi di guerra, quando diventa vera e propria strategia salvavita, come fu nel 1962 per la crisi missilistica di Cuba – poi risolta anche grazie a una triangolazione di rapporti dei leader mondiali dell’epoca (il presidente americano Kennedy, il capo del governo dell’Unione Sovietica Krusciov, papa Giovanni XXIII) – che precedette di qualche mese la famosa lettera enciclica Pacem in terris, promulgata l’11 aprile 1963. Tra l’altro firmata in diretta televisiva. Pensando al superamento di quella grave emergenza mondiale, durante la guerra fredda quando si rischiò l’uso delle armi nucleari, papa Francesco ha pronunciato queste parole il 9 gennaio scorso al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede: «L’umanità era a un passo dal proprio annientamento, se non si fosse riusciti a far prevalere il dialogo, consapevoli degli effetti distruttivi delle armi atomiche». Il Papa ha poi aggiunto: «Purtroppo, ancora oggi la minaccia nucleare viene evocata, gettando il mondo nella paura e nell’angoscia», con un’evidente allusione alla guerra in Ucraina.
Una guerra, quella divampata il 24 febbraio 2022, che non è come tutte le altre, tanto che ha indotto papa Francesco, sempre nel discorso al Corpo Diplomatico, a fare questa affermazione:
Oggi è in corso la terza guerra mondiale di un mondo globalizzato, dove i conflitti interessano direttamente solo alcune aree del pianeta, ma nella sostanza coinvolgono tutti. L’esempio più vicino e recente è proprio la guerra in Ucraina, con il suo strascico di morte e distruzione; con gli attacchi alle infrastrutture civili che portano le persone a perdere la vita non solo a causa degli ordigni e delle violenze, ma anche di fame e di freddo. Al riguardo, la Costituzione conciliare Gaudium et spes, afferma che ogni atto di guerra, che mira indiscriminatamente alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti, è delitto contro Dio e contro la stessa umanità e va condannato con fermezza e senza esitazione
(n. 80). Non dobbiamo poi dimenticare che la guerra colpisce particolarmente le persone più fragili – i bambini, gli anziani, i disabili – e lacera indelebilmente le famiglie. Non posso che rinnovare quest’oggi il mio appello a far cessare immediatamente questo conflitto insensato, i cui effetti interessano intere regioni, anche fuori dall’Europa a causa delle ripercussioni che esso ha in campo energetico e nell’ambito della produzione alimentare, soprattutto in Africa e in Medio Oriente².
Siamo nella «terza guerra mondiale in un mondo globalizzato» dopo la guerra in Ucraina. Il Papa usa sempre di più questa espressione, mentre in precedenza parlava di «terza guerra mondiale a pezzi», un modo per ribadire che molti conflitti nel mondo sono collegati e oggi sono ancora più connessi in un unico disegno. Francesco ha deciso un cambio di passo sulla drammaticità della guerra. Parla di terza guerra mondiale e basta, senza sfumature che ne attenuino la portata. E non perde occasione per rivolgere una preghiera «per la cara e martoriata Ucraina» e per invocare la pace.
Il mondo sembra ancora seguire l’antico criterio (non a caso imperiale) Si vis pacem, para bellum (Se vuoi la pace, prepara la guerra), un principio che, basandosi sulla convinzione che la pace si regga sul cosiddetto equilibrio delle forze, punta sul deterrente della paura e quindi legittima la corsa agli armamenti. Un fatto che può assicurare periodi di pace, ma non è in grado di escludere la guerra, e di promuovere un’era di pace. La realtà, come dimostra anche il recente conflitto nel Sudan, è che le guerre aumentano. E, con il rischio che la guerra in Ucraina degeneri e coinvolga sempre di più la comunità internazionale, siamo di nuovo sull’orlo di una incombente minaccia nucleare, con il suo tragico carico di distruzione e di autodistruzione del pianeta.
Le domande che allora si aprono davanti alla realtà dei fronti di guerra sono molte. La decisione così palesemente irrazionale e folle della guerra risponde solo agli interessi delle imprese e delle multinazionali delle armi che vogliono, oltre alla produzione di materiale bellico sempre più sofisticato e letale, anche smaltire per profitto gli arsenali? C’è una via realistica alla pace, capace di resistere ai diversi nazionalismi e fondamentalismi religiosi, all’ideologia della violenza come metodo di lotta politica? Fino a che punto siamo prigionieri di una crisi antropologica che ci allontana dal rispetto per l’altro, che fa parte come me di un destino comune, e ci impedisce di vivere un senso della comunità, basato sulla fratellanza e sulla fraternità?
Fino a che punto si può addirittura giungere a mettere sullo stesso piano una nazione aggredita come l’Ucraina e la Russia di Putin, che ha invaso un Paese democratico e libero, negandone persino l’esistenza? Ed esiste alla fine una pace pura? Oppure la pace giusta, di cui spesso si parla proprio per unire sforzo di pace e ricerca doverosa e necessaria della giustizia, è inevitabilmente una pace impura, destinata a essere aggiornata e migliorata nel tempo, ma pur sempre un compromesso imperfetto per sua natura?³
Queste e altre grandi questioni – che non si possono eludere proprio per ritessere i fili della pace, e proporre schemi di pace che abbiano la possibilità di essere affrontati – si intrecciano in questa inchiesta che dovrà porsi soprattutto questo interrogativo: stante questa complessità, la Chiesa oggi, promotrice con papa Francesco di una coraggiosa linea di dialogo e di incontro, può fermare la guerra? O comunque contribuire in modo significativo a fermarla? Come poter imboccare una via di uscita dalla guerra in Ucraina che ristabilisca una pace giusta e una coesistenza pacifica alle porte dell’Unione Europea? E come quest’ultima possa ulteriormente allargarsi e con nuove alleanze portare pace in tutto il mondo?
Per papa Francesco, la Pacem in terris continua a rappresentare un forte punto di riferimento e di speranza, poiché nel documento vengono individuate le vie della pace che la Chiesa per fermare la guerra può e deve percorrere, non da sola ma – come già raccomandava Giovanni XXIII – in dialogo e in collaborazione con «tutti gli uomini di buona volontà» che hanno a cuore il «bene comune mondiale». Queste indicano un percorso di pace vero, realista e coerente che parte dal singolo, coinvolge le comunità e arriva al mondo intero, e sono: la via del diritto alla vita e della dignità della persona umana (la prima parte della Pacem in terris), la via della democrazia (seconda parte), la via della diplomazia del negoziato tra gli stati (terza parte), la via della interdipendenza, della governance mondiale e del disarmo universale e integrale (quarta parte).
In questa prospettiva il dialogo appare per eccellenza come lo strumento che rende possibile ogni cosa: un dialogo aperto alle altre chiese cristiane, alle grandi religioni e a tutti gli uomini e le donne che si riconoscono nella fraternità universale e scelgono l’amore scambievole tra le persone e tra i popoli come la bussola, semplice e imprescindibile, di ogni vera rotta comune.
Ogni passo su queste vie «non facili ma felici» – potremmo dire parafrasando che Paolo VI già preconizzava la nascita della civiltà dell’amore
– può, e in qualche misura deve, per non risultare velleitario essere accompagnato, sostenuto, guidato e illuminato da una strada che sottende tutte le altre, che fornisce linfa vitale e forza spirituale a tutti gli sforzi umani: la via della preghiera. La Pace di Gesù, quella fondata sui valori evangelici della Verità, della Giustizia, dell’Amore e della Libertà è sempre un dono di Dio che ha bisogno di essere chiesto e di essere accolto: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi» (Gv 14,27).
Dati gli attuali scenari, senza ricorrere a questa risorsa spirituale, l’obiettivo di fermare la guerra potrebbe risultare quasi impossibile. Ma questa è l’arma segreta e la più potente che la Chiesa può mettere a disposizione di tutta l’umanità. La preghiera, da cui partire, per l’agire quotidiano e sociale degli artigiani della pace.
Come cristiani, davanti a ogni fallimento di pacificazione, convinciamoci della necessità di stare uniti a Cristo, Principe della Pace, se vogliamo che i nostri sforzi abbiano un’efficacia: «Chi rimane in me e io in lui porta molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla» (Gv 15,4-5). Il vangelo potrebbe riunire i cristiani in una preghiera comune, in un disegno di nuova evangelizzazione dell’Europa, in uno sforzo di conversione profonda e di fedeltà sostanziale alla parola di Dio, mentre invece la guerra in Ucraina, come è noto, è anche una guerra tra cristiani. Una questione geospirituale, che addirittura sembra vanificare il sacrificio d’amore del Figlio di Dio, che è morto per tutti, anche per i nemici, perdonando dalla Croce. Com’è stato possibile arrivare fino a questo punto e farci travolgere come cristiani dal demone della guerra? Perché in troppi si lasciano ancora ammaliare dal fascino mortale della violenza? E come si può ripartire ritrovandoci di fronte all’unico Signore della pace e della misericordia, morto e
