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Eva: Corpi e macchine per un mondo nuovo
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Eva: Corpi e macchine per un mondo nuovo

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«Se stai leggendo queste parole, l'unica cosa certa che so di te è che qualcuno, da qualche parte, ti ha portato in grembo prima che fossi una persona.» Comincia così la riflessione di Claire Horn su una tecnologia che ancora non c'è, ma che presto potrebbe entrare nelle nostre vite. L'ectogenesi, ossia la possibilità che la gestazione avvenga fuori dal corpo umano, non è più una visione fantascientifica, ma una realtà ormai prossima, e prima che questo avvenga dobbiamo affrontare una serie di questioni etiche e politiche, fondamentali per allontanare dall'orizzonte scenari preoccupanti di un eventuale uso ideologico.
La possibilità di un utero artificiale – che cambierebbe il modo in cui oggi concepiamo la gravidanza – deve inserirsi in contesti in cui tutti i diritti riproduttivi siano garantiti, l'aborto sia una conquista definitiva e la salute sia prioritaria in ogni parte del mondo. Nessuna tecnologia è in grado, da sola, di farsi carico dei problemi di cui si occupa e proprio per questo serve una riflessione allargata e profonda sull'etica e sui temi della gestazione e della maternità.
Un libro che guarda al futuro con la consapevolezza che, per affrontarlo nel modo migliore, è necessario preparare oggi le regole con cui lo accoglieremo.
LanguageItaliano
PublisherADD Editore
Release dateApr 19, 2024
ISBN9788867834822
Eva: Corpi e macchine per un mondo nuovo

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    Eva - Claire Horn

    1. INCUBATRICI, ORCHIDEE E UTERI ARTIFICIALI

    Se stai leggendo queste parole, l’unica cosa certa che so di te è che qualcuno, da qualche parte, ti ha portato in grembo prima che fossi una persona. Qualcuno ti ha partorito.

    Mentre scrivo sento il mio bambino che si muove dentro di me. Non so se la persona che ti ha gestato sia tua madre oppure no, ma so che anche lei ha provato la sensazione indescrivibile di avvertire i tuoi arti muoversi sotto la sua pelle. E so che prima ancora che tu raggiungessi le dimensioni necessarie a farti sentire – prima ancora che prendessi la forma di un bambino umano – il suo corpo è stato la tua casa. So che, a un certo punto, questa persona si è chiesta quando, esattamente, ti saresti degnato o degnata di nascere. Mi sembra di essere incinta da più di un anno e al tempo stesso ho la sensazione che questo periodo stia passando in un batter d’occhio. La gravidanza, come mi ha detto di recente un’amica, è tutta bugie. La data del parto è una stima approssimativa e non sappiamo quando i nostri bambini decideranno di farsi vivi. Potrebbero arrivare più vicini ai dieci mesi oppure pericolosamente in anticipo.

    Se chiudiamo gli occhi, possiamo provare a evocare l’immagine di un’incubatrice. Ma non molto tempo fa, nella Londra dell’Ottocento, durante i primi anni dell’incubazione umana, era assai strano osservare un bambino racchiuso in una piccola scatola trasparente e lo era ancora di più scoprire che, riscaldato in questo modo, un neonato in una situazione critica dopo un paio di settimane poteva riemergere ed essere pronto a riunirsi con i suoi genitori.

    Prima che le incubatrici moderne fossero introdotte in Europa negli anni Ottanta dell’Ottocento, le madri e le levatrici avevano capito con molta praticità e buon senso che un neonato in difficoltà poteva migliorare se tenuto al caldo e avvolto in fasce. Le incubatrici che arrivarono al volgere del secolo, però, erano una visione esaltante per un pubblico che non riusciva a capacitarsi di come un bambino potesse sopravvivere in uno spazio di aria, vetro e metallo, a metà tra l’utero della madre e il mondo.

    La storia apocrifa narra che il medico francese Stéphane Tarnier stesse riflettendo sull’alto tasso di mortalità tra i neonati nelle corsie dell’ospedale ostetrico della città mentre passeggiava per lo zoo di Parigi. Osservando quanto crescevano i pulcini posti in un congegno riscaldante progettato dal guardiano dello zoo, Odile Martin, Tarnier domandò se fosse possibile realizzare uno strumento simile per i neonati. Martin eseguì e fece così il suo debutto la coveuse, o incubatrice «cova-pulcini». Benché le incubatrici di Tarnier fossero pensate per un contesto ospedaliero, ben presto divennero una presenza fissa in un ambiente molto più inaspettato: le fiere. Nel 1896 il pediatra Alexandre Lion e il sedicente medico Martin Couney aprirono il Kinderbrutenstalt, «un vivaio di bambini», che attirò orde di spettatori alla Grande Esposizione Industriale di Berlino. Una volta tornato in patria, negli Stati Uniti, Couney inaugurò uno «spettacolo di incubazione di bambini» permanente al parco divertimenti di Coney Island nel 1903. Quando il primo spettacolo venne lanciato in Gran Bretagna alla Victorian Era Exhibition di Earls Court nel 1897, il pubblico restò così ammaliato che una canzone sul crescere una nazione «allevata nelle incubatrici» diventò un immediato successo.

    I commentatori dell’epoca, divisi tra orrore e ammirazione, alimentavano la mania. Circolava voce che si potevano crescere i bambini come le orchidee in un vivaio: bastava fornir loro luce, calore e uno spazio protetto perché germogliassero. La rivista «The Graphic» pubblicò l’illustrazione di una folla benestante assiepata dietro un cordone di velluto, impazientemente china sulle curiose scatole con una parete di vetro. Le palme aggiungevano un tocco verdeggiante a un’immagine altrimenti meccanica. Le infermiere erano in piedi in file ordinate, pronte a intervenire. I piccoli orologi appesi ai grembiuli bianchi servivano a ricordare allo spettatore che non erano persone a riposo, ma professioniste al lavoro. Sotto, la didascalia recitava: «Una madre adottiva artificiale». Ecco la radice del fascino per questa tecnologia. Sia i gitanti meravigliati davanti ai bambini nelle scatole di vetro, sia i medici che se ne occupavano, credevano che ben presto i bambini sarebbero potuti crescere al di fuori del corpo umano.

    Una gravidanza completa dura quaranta settimane e le incubatrici di Tarnier probabilmente accoglievano bambini non più piccoli di trentotto settimane. Eppure il medico si vantava di essere quasi pronto ad affidare la seconda metà della gestazione alla sua tecnologia. Nonostante lo scetticismo di altri esperti nel campo delle incubatrici, i commentatori nelle riviste specializzate di medicina come «The Lancet» e il «British Medical Journal» erano propensi a credere che l’utero artificiale fosse in arrivo. Un giornalista sosteneva che l’unica modifica da apportare per rendere la tecnologia più simile a un utero umano fosse sospendere i bambini in un liquido amniotico artificiale. Ma, ribatteva un altro, il bambino avrebbe così rischiato di annegare; quindi, l’uso innovativo dell’aria calda nel vetro era l’imitazione migliore. Avendo già raggiunto quel traguardo, sicuramente non ci sarebbe voluto molto affinché i mezzi tecnologici favorissero il completamento della gestazione. I vittoriani erano forse comicamente ottimisti nel credere che gli uteri artificiali fossero appena dietro l’angolo, ma nel XXI secolo siamo davvero a un passo da realizzare questo strano sogno.

    Nel 2017 i ricercatori e le ricercatrici al Children’s Hospital of Philadelphia (CHOP) hanno annunciato il successo degli esperimenti animali sul primo utero artificiale parziale, una piattaforma soprannominata «bio-bag». Il risultato raggiunto era considerato impossibile persino dai medici più entusiasti degli anni Novanta dell’Ottocento: ricreare l’ambiente liquido dell’utero. Qualsiasi bambino nato prima delle trentasette settimane è considerato prematuro e ogni nascita che precede le trentadue settimane è definita molto prematura. Dalle ventotto settimane in poi, un neonato ha buone speranze di sopravvivere in un ospedale ben equipaggiato. Pur adottando le tecnologie contemporanee per supportare i bambini estremamente prematuri, nati persino a ventidue settimane, la mortalità rimane alta. Attualmente, si possono fornire al massimo cure di emergenza per trattare le complicazioni dovute al fatto che gli organi di questi bambini non sono sviluppati a sufficienza per funzionare nel mondo esterno. Il tasso di sopravvivenza stimato per i bambini nati a ventidue settimane è di appena il 10%, e circa un terzo dei sopravvissuti ha problemi di salute notevoli.

    Il successo delle sperimentazioni animali della bio-bag lascia sperare che queste complicazioni possano essere prevenute e che un neonato venuto al mondo quasi quattro mesi prima del termine possa rimettersi e crescere in buona salute. Per il test è stato introdotto all’interno di un sacco di poliuretano semitrasparente il feto di un agnello estremamente prematuro, tenuto a galla da un liquido amniotico artificiale. Come i fluidi che circondano il bambino nel corpo della persona incinta, il liquido sintetico rilasciava nutrienti. Dopo diversi esperimenti condotti per tentativi ed errori, il team di ricerca è riuscito a usare una pompa esterna che immetteva ossigeno nella bio-bag ed espelleva le tossine per riprodurre un’approssimazione funzionante della placenta, lo straordinario organo che si sviluppa durante la gravidanza per connettere il feto all’utero. La tecnologia ha infine permesso agli scienziati e alle scienziate di portare la gestazione dei feti di agnello, corrispondenti a circa ventidue/ventiquattro settimane negli umani, al pieno sviluppo (l’equivalente di circa ventotto settimane), e di estrarli in buona salute. Nel 2019 il gruppo ha annunciato un secondo round di test promettenti sugli animali ed è attualmente in corso l’iter per richiedere alla Food and Drug Administration il permesso di condurre esperimenti sui feti umani, con la speranza di cominciare il lavoro nel giro di un paio di anni.

    Nel frattempo, al partire dal 2022, una squadra di ricercatori e ricercatrici a cavallo tra Giappone e Australia ha completato due sperimentazioni animali su una piattaforma simile, chiamata Ex-vivo Uterine Environment Therapy, o EVE. A differenza delle affermazioni tronfie di Stéphane Tarnier, il gruppo ha precisato di non avere alcuna intenzione di «rimpiazzare» la gravidanza umana, ma la curiosa scelta di dare il nome della prima donna biblica al progetto segnala una certa contraddizione con l’enfasi con cui si nega lo scopo di facilitare la gestazione al di fuori del corpo.

    Questa ricerca ha dato risultati promettenti con i feti animali a uno stadio e a un peso gestazionale ancora inferiori rispetto agli esperimenti nella bio-bag e si propone di fornire un trattamento ai bambini umani nati a ventuno settimane – poco più di metà di una gravidanza completa. Nei Paesi Bassi, nell’autunno 2019, un team di ricerca multidisciplinare ha annunciato il progetto di creare un utero artificiale parziale nel giro di cinque anni. Usando modelli incredibilmente realistici di neonati stampati in 3D e dotati di sensori, e riproducendo caratteristiche come il battito del cuore materno, il gruppo si propone di creare una tecnologia che non solo permetta la gestazione di bambini estremamente prematuri, ma anche di tracciare i bisogni specifici del neonato e adattare le condizioni di conseguenza.

    I due progetti differiscono nel design esperienziale, ma entrambi potrebbero rivoluzionare la cura dei bambini nati estremamente prematuri. Le forme attuali di cura neonatale sono interventi d’urgenza. Il bambino riceve trattamenti per attenuare le complicazioni date dagli organi molto sottosviluppati al momento della nascita. L’utero artificiale, invece, prolunga il periodo di gestazione per prevenire l’insorgere di complicazioni. Se funzionasse, il bambino continuerebbe a crescere come se non fosse ancora nato e considerando che gli scienziati e le scienziate prevedono di compiere i primi test umani nei prossimi anni, la tecnologia dell’utero artificiale non sembra più pura speculazione. I ricercatori e le ricercatrici sono finalmente vicini a raggiungere un risultato che, 140 anni fa, Stéphane Tarnier poteva solo sognarsi. Se i vittoriani erano rimasti colpiti alla vista di bambini quasi completamente maturi posti in scatole di vetro proviamo a immaginare quanto sarebbero ipnotizzati dalle ricerche in corso.

    Le immagini del «prima» e «dopo» rilasciate dalla squadra di bio-bag sono inquietanti e, per un certo periodo, sono state molto diffuse. Nella prima un agnellino dalla pelle rosa dorme, a mollo, in una sacca trasparente. Nella seconda gli è cresciuta una morbida lana bianca e il corpo preme contro la superficie di plastica, aspettando di nascere. Queste immagini evocano la stessa reazione dei primi spettatori delle incubatrici: la curiosa sensazione di sbirciare nel futuro.

    Non sono solo gli studi in neonatologia ad averci portato più vicino che mai al raggiungimento della gestazione artificiale. Lo sviluppo della fecondazione in vitro negli anni Settanta ha inaugurato decenni di dibattiti etici, culminati nella «regola dei quattordici giorni» nella ricerca sugli embrioni, adottata come regolamentazione legale in dodici Paesi e come una rigida linea guida scientifica in almeno cinque nazioni, inclusi gli Stati Uniti. In base alla norma, gli scienziati e le scienziate che avessero cresciuto embrioni umani in ambito di laboratorio oltre le due settimane avrebbero subìto delle sanzioni. Per circa quarant’anni non c’è stata ragione di mettere in discussione questo limite e, nonostante gli sforzi, nessuno scienziato è riuscito a crescere un embrione oltre i nove giorni. Ma nel 2016 gli esperti in embriologia delle università di Cambridge e Rockefeller hanno raggiunto i tredici giorni, mettendo fine agli esperimenti solo per non infrangere la regola dei quattordici giorni. È stata un’impresa notevole. Prima di allora, la scienza dava per scontato che dopo sette giorni – il momento in cui verrebbe impiantato nell’utero di una persona – un embrione avrebbe avuto bisogno di risposta dal tessuto per continuare a crescere. Invece, inserite in una coltura nutriente creata in laboratorio, le cellule erano riuscite a impiantarsi in una piastra e continuare a organizzarsi, suggerendo così che gli embrioni potessero crescere fuori dal corpo umano molto più a lungo di quanto si credesse.

    Nel maggio 2021 un ricercatore del Weizmann Institute of Science in Israele ha fatto un annuncio ancora più sbalorditivo. Dopo sette anni di studi, lui e il suo team avevano creato un utero artificiale dove erano cresciuti con successo alcuni topi, passando da embrioni a feti pienamente formati.

    Ogni embrione era stato collocato in una bottiglia piena di liquido, rotante, attentamente modulata per fornire i nutrienti e la temperatura ottimale. La gestazione dei topi è nettamente più breve di quella umana: a noi servono circa duecentosettantatré giorni per formarci a pieno, a loro diciannove. Ma i risultati dell’esperimento non per questo erano meno straordinari. Per la prima volta nella storia, un animale era cresciuto dallo stato embrionale a quello di feto in un contesto di laboratorio. La gestazione dei topi era durata dal giorno cinque al giorno undici. Per il futuro, gli scienziati e le scienziate ritengono di poterli portare al termine completo di diciannove giorni. E poi? Il gruppo spera di condurre l’esperimento su embrioni umani.

    Raggiungendo il limite dei quattordici giorni, i gruppi di Cambridge e Rockefeller hanno dato il via a un acceso dibattito nella comunità scientifica e in quella bioetica sulla possibilità di rivedere la regola. Alcuni sostengono che, adesso che abbiamo la capacità di spingere la gestazione di un embrione umano in coltura fino ai quattordici giorni, dovremmo andare più in là. Dopotutto, sappiamo di più sui fondali oceanici e sullo spazio che sulle prime fasi dello sviluppo. Altri insistono che c’è ancora molto da studiare nelle prime due settimane di formazione e che spingerci oltre questo punto ci mette su una china scivolosa. In tanti hanno optato per il pragmatico punto di vista che esiste una via di mezzo: potremmo continuare la ricerca senza creare nuovi dilemmi etici, ma il punto fondamentale è coinvolgere l’opinione pubblica nel dibattito.

    Gli anni di riflessione sono culminati nel maggio 2021 con la pubblicazione di linee guida aggiornate da parte della International Society for Stem Cell Research (ISSCR), che suggeriscono di abbandonare la regola dei quattordici giorni. È stato l’inizio di una profonda trasformazione. L’ISSCR è il maggiore ente che aggrega i ricercatori e le ricercatrici di cellule staminali, e in Paesi come gli Stati Uniti, dove la regola dei quattordici giorni è una rigida direttiva scientifica ma non un’imposizione di legge, le linee guida dell’ISSCR influenzano la ricerca. Questo non significa che la scienza d’un tratto sarà libera di coltivare gli embrioni senza limiti, con entusiasmo spregiudicato, ma che ora l’estensione della crescita di un embrione fuori dal corpo umano è una questione aperta.

    Gli sviluppi nel campo della neonatologia e dell’embriologia ci hanno condotto a una situazione senza precedenti. Secondo le stime attuali, siamo a cinque-dieci anni dal compimento di un utero artificiale parziale per gli umani. Il che significa che tra non molto saremo in grado di sostentare un feto al di fuori del corpo umano per quasi metà della gestazione. Se un giorno, come sembra sempre plausibile, la crescita di embrioni umani in laboratorio e l’assistenza sanitaria ai bambini nei reparti di neonatologia si incontreranno a metà strada, raggiungeremo la piena ectogenesi: la gestazione esterna. La gestazione dei bambini potrebbe avvenire, dal concepimento alla nascita, interamente fuori dall’utero di una persona. Benché l’idea di crescere un umano dallo stadio di embrione al termine possa sembrare futuristica – persino impossibile – è più vicina che mai.

    Dopo aver annunciato le sperimentazioni animali nel 2017, il gruppo di ricerca della bio-bag è stato subito travolto da una tempesta mediatica. La costernazione sui visi di Emily Partridge e Alan Flake nelle prime interviste è lampante, e come biasimarli? Eccoli lì, pronti a spiegare che la loro tecnologia, se efficace, avrebbe di molto migliorato le prospettive dei bambini nati estremamente prematuri e dei loro genitori. Eppure gli intervistatori non erano tanto interessati, per esempio, alla composizione del liquido amniotico artificiale che avevano creato, quanto a sapere se intendevano crescere dei bambini a partire dal concepimento. Era forse l’inizio, chiedevano avidamente, di Il mondo nuovo?

    Il mondo nuovo era una scorciatoia per evocare il futuro desolante dell’ectogenesi che tutti ci auguriamo di evitare – quello in cui i neonati sono generati in vasetti, privi di qualsiasi rapporto affettivo, e destinati a diventare adulti completamente indottrinati dallo Stato. Nel mondo di Huxley gli uteri artificiali simboleggiano gli aspetti peggiori dell’umanità. Il team di ricerca CHOP aveva messo in chiaro fin da subito di non avere alcuna intenzione di contribuire all’ectogenesi. «Nessuno», aveva commentato Partridge nel 2017, «sta cercando di farlo.» Descrivendo la gestazione artificiale come «materia da fantascienza», aveva messo in dubbio la sua stessa possibilità. Dopo aver pubblicato lo studio iniziale, il gruppo aveva ribattezzato il progetto Extrauterine Environment for Neonatal Development (EXTEND), sottolineando che la tecnologia aveva lo scopo di colmare, o estendere, lo sviluppo per i bambini estremamente prematuri nel grembo della persona incinta.

    Anche Magdalena Zernicka-Goetz, la scienziata di Cambridge che aveva condotto il primo gruppo di ricerca al traguardo dei tredici giorni, ha commentato che il suo laboratorio non stava cercando di perseguire l’ectogenesi, un’impresa in ogni caso incredibilmente complessa dal punto di vista scientifico. Ha ragione. A livello di sviluppo, c’è una grossa differenza tra un embrione di tredici giorni e un feto di ventitré settimane. Solo perché abbiamo ottenuto progressi ai due estremi della gestazione, non significa che l’ectogenesi sia inevitabile. Gli scienziati e le scienziate erano stupiti che gli embrioni cresciuti in coltura riuscissero a svilupparsi per conto proprio – una settimana più a lungo del previsto – ma questo non significa che a un certo punto diventerà possibile tenerli in vita senza impiantarli nel corpo di una persona. La verità è che non lo sappiamo. E mentre la gestazione ex utero di neonati prematuri sembra consentire ai bambini di nascere e sopravvivere a stadi sempre più precoci, potrebbe esserci un limite all’abbassamento della soglia.

    Finora si ritiene impossibile che un feto al di sotto delle ventuno settimane di gestazione possa sopravvivere all’esterno del corpo umano, perché ogni settimana all’interno dell’utero porta con sé il raggiungimento di nuovi traguardi. Come hanno sottolineato i ricercatori e le ricercatrici al lavoro sulle piattaforme di uteri artificiali, a meno di ventuno settimane un feto avrebbe vene troppo piccole per poterlo collegare a una tecnologia salva vita. Ma se questi gruppi di lavoro non hanno intenzione di raggiungere l’ectogenesi, altri sì. Il team che ha annunciato di aver cresciuto gli embrioni di topi ricorrendo agli uteri artificiali, pur consapevole delle questioni etiche sollevate da quel lavoro, ha affermato in modo esplicito il proprio obiettivo di volere gestare gli embrioni umani fino allo stadio di feti.

    Anche escludendo i singoli ricercatori e ricercatrici che intendono perseguire l’ectogenesi, gli ultimi trent’anni ci hanno insegnato che l’innovazione scientifica può passare dal futurismo all’ordinario a una velocità incredibile. Chi ha vissuto l’infanzia negli anni Novanta ricorda il velocissimo passaggio dall’avere uno sparuto gruppo di compagni di classe che possedevano una gracchiante connessione Internet, al ritrovarsi tutti con uno smartphone in mano. Chi fa ricerca sa anche che le rivoluzioni tecnologiche spesso conducono a fini molto diversi rispetto a quelli originari, e che il progresso scientifico spesso batte sul tempo i nostri sistemi e persino la nostra immaginazione. La verità è che sogniamo la tecnologia dell’utero artificiale da quando le file ordinate di scatole riscaldanti avevano diffuso la voce che i bambini erano coltivabili come fiori in serra. Ma ora che stiamo finalmente raggiungendo la capacità scientifica di creare un utero artificiale, la domanda non è più: questa innovazione è possibile? Ma: siamo pronti?

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