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Ritrovarsi a Central Park
Ritrovarsi a Central Park
Ritrovarsi a Central Park
Ebook194 pages2 hoursThe Kensington Project

Ritrovarsi a Central Park

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About this ebook

The Kensington project 2/4
I migliori specialisti del Kensington Project sono pronti a portare le loro competenze in tutto il mondo. Con il passaporto in mano, sono in grado di affrontare qualsiasi emergenza... tranne l'amore.
Quando il dottor Scott Thomas viene a sapere che si unirà al team del Brooklyn Heights Hospital di New York per il periodo di Natale, non può fare a meno di pensare a Felicity Fiss, l'infermiera che gli ha rubato il cuore fino a quando un evento inaspettato non ha messo fine al loro rapporto.
Adesso Scott è tornato nella città di Felicity e... nel suo ospedale! Lavorare a stretto contatto con lei gli fa capire che i propri sentimenti non sono mai cambiati. Riuscirà a riconquistare un posto nel suo cuore?

LanguageItaliano
PublisherHarperCollins Italia
Release dateDec 15, 2022
ISBN9788830545861
Ritrovarsi a Central Park

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    Ritrovarsi a Central Park - Deanne Anders

    1

    Fuori dall'oblò passava un mare infinito di nubi mentre il dottor Scott Thomas guardava il cielo dall'aereo che lo portava a casa. Casa... Era ancora casa sua? Per quanto fosse stato difficile l'ultimo anno e mezzo, ormai pensava a Londra come la sua vera casa. Però mancava ancora qualcosa. No, si corresse, qualcuno. Casa sua non gli sembrava più la stessa da quando lui e Felicity si erano precipitati a New York per stare con i genitori di lei. A quei tempi non sapeva che Felicity non sarebbe tornata con lui a Londra.

    Sprimacciò il cuscino che gli avevano dato e cercò di cambiare posizione e mettersi comodo. Il giorno dopo avrebbe risentito di quel lungo volo transatlantico se non avesse riposato un po', e voleva essere pimpante al suo arrivo al lavoro la mattina dopo. Lo stimolava molto avere la possibilità di aiutare un altro ospedale ad aprire un'unità cardiologica specialistica come quella del suo ospedale, il Royal Kensington Hospital, e da parecchio tempo non era davvero emozionato per qualcosa.

    Non avrebbe potuto essere più sorpreso di quando gli era stata offerta quell'opportunità di partecipare al Kensington Project; e anche se per certi versi era stato felicissimo di tornare a New York, un'altra parte del suo cervello era invasa dalla preoccupazione per quello che avrebbe potuto trovare, quando avesse infine rimesso piede nella sua città natia.

    Naturalmente i suoi genitori erano felicissimi perché avrebbero potuto vederlo, oltretutto considerato che si sarebbe trattenuto a New York fino a dopo le feste.

    E poi c'era Felicity.

    Sarebbe stata contenta di incontrarlo? Oppure gli avrebbe dato il benservito augurandogli buon viaggio come aveva fatto l'ultima volta in cui l'aveva vista? In che cosa avevano sbagliato esattamente?

    «Posso portarle qualcosa?» gli chiese una voce sommessa accanto a lui.

    Alzò lo sguardo e vide una hostess ferma vicino al suo posto. Si era rivolta a lui già prima, per offrirgli un cuscino e una coperta.

    «No, sto bene così, ma grazie» rispose. Era chiaro che voleva attaccare discorso con lui, benché Scott fosse stato attento a non incoraggiarla.

    «Sicuro?» insistette lei. «Mi sembra un po'... turbato.»

    La targhetta appuntata sull'uniforme lo informava che si chiamava Kristen, ed era veramente carina con il suo completo blu attillato, i capelli biondo miele e una carnagione dorata che era la spia di giornate trascorse in posti dal clima più caldo di quelli che erano familiari a Scott. E, come per ogni donna che aveva conosciuto negli ultimi diciotto mesi, non aveva la minima tentazione di chiederle il nome completo.

    «Posso?» gli chiese lei indicando il posto vuoto accanto al suo.

    «Certo.» Scott si mise a sedere più dritto.

    «Dal suo accento si sente che è degli Stati Uniti. Anch'io. È diretto a casa?» gli domandò lei.

    Ecco di nuovo quella parola. Casa. Non gli era mai parsa tanto complicata come negli ultimi mesi.

    «Sono cresciuto a New York, ma ora lavoro a Londra. E lei vive a New York?»

    «Ora sì, ma viaggio spesso. Allora... è sposato? Single?» gli chiese con un sorriso che poteva essere pericolosamente sexy. Ne era sicuro, eppure non provava niente.

    Che cosa ci voleva per fargli sentire di nuovo la scossa di adrenalina provocata da un'attrazione fulminea? Scott temeva che ci fosse un solo sorriso al mondo in grado di suscitargli quella reazione.

    Si accorse che lei lo fissava, ancora in attesa di una risposta. «Sono single. Cioè... non sono sposato.»

    «Impegnato, allora?»

    La piega presa dal discorso lo metteva alquanto a disagio, ma sapeva che non era colpa della ragazza.

    «È complicato» disse, sperando di porre fine così all'interrogatorio.

    «Ma l'amore non è sempre complicato?» Gli rivolse un altro sorriso e si alzò. Evidentemente aveva sentito tutto quello che aveva bisogno di sapere. «Magari ci rivedremo prima o poi, e le cose non saranno complicate.»

    La seguì con lo sguardo mentre si allontanava e raggiungeva le altre hostess nella parte anteriore dell'aereo, poi sistemò di nuovo il cuscino. L'amore era complicato? Non era mai parso così per i suoi genitori, ma gli ultimi mesi gli avevano dimostrato che le emozioni rendevano imprevedibili le persone, anche quelle che si pensava di conoscere bene.

    Abbassò il sedile e chiuse gli occhi. Immediatamente il suo cervello fu invaso dai pensieri delle complicazioni amorose e da ricordi che sembravano essersi impressi nella sua mente, come un film che aveva visto e rivisto ininterrottamente negli ultimi diciotto mesi.

    Iniziava sempre con la stessa scena...

    Una serata perfetta con un chiaro di luna da cartolina, nel piccolo caffè con i tavoloni sul marciapiede, il preferito di Felicity. Le risate mentre bevevano vino e parlavano della giornata, poi passeggiavano nel giardino all'inglese del parco vicino alla casa londinese di Scott.

    Gli sembrava quasi di poter odorare la fragranza dolce delle ortensie mentre camminavano mano nella mano e parlavano di tutto un po', mai stanchi di ascoltare quello che diceva l'altro. Aveva sempre l'impressione che fossero due estranei che si vedevano per la prima volta e volevano sapere tutto l'uno dell'altro, invece di due persone che si conoscevano sin dall'infanzia ed erano cresciute insieme.

    E anche quando era sceso il silenzio tra loro, non era stato imbarazzante. Avevano continuato a passeggiare ma poi si erano fermati per darsi un bacio – un bacio che aveva cambiato l'atmosfera, a cui era seguito un altro bacio, e poi un altro ancora, finché non erano corsi insieme a casa di Scott.

    Se solo avesse potuto interrompere i ricordi a quel punto...

    Gli tornarono in mente scene di baci e carezze. La visione di lei nuda, perché si era spogliata per lui. E poi l'immagine di lei distesa sul suo letto. La sensazione del suo corpo tra le braccia, mentre rimanevano sdraiati, appagati e languidi dopo l'amore.

    Cambiò posizione e cercò d'imporre alla mente di bloccarsi lì, su quell'ultimo ricordo felice: lui che accarezzava lunghi capelli biondi e li scostava dagli occhi azzurri assonnati, poi le augurava la buonanotte mentre si addormentavano insieme, abbracciati, per la prima volta.

    Ma no, non aveva il lieto fine quel film che la sua mente gli faceva vedere ostinatamente ogni notte mentre cercava di dormire.

    C'era sempre il trillo insistente di un telefono, e le parole che aveva pronunciato suo padre con voce strozzata mentre gli dava la notizia che aveva bloccato la sua vita con una brusca frenata. Il migliore amico di Scott, nonché fratello di Fliss, stava morendo. Suicidio, aveva detto suo padre, anche se Scott si rifiutava di credere a quella eventualità, e obiettava che non era possibile, che sbagliava per forza, mentre suo padre lo supplicava di trovare Fliss e darle quella notizia di persona in modo che non fosse sola quando l'avesse saputo.

    E Scott che abbassava lo sguardo verso la donna distesa sul suo letto, quella di cui si stava innamorando, e capiva istintivamente che niente sarebbe più stato come prima.

    Infine, sullo schermo della sua mente veniva proiettata l'ultima scena.

    Lui che teneva tra le braccia la sua amica, la sua amante, che con le sue lacrime e i singhiozzi finiva di sbriciolare quel poco che rimaneva del suo cuore, dopo la perdita dell'amico.

    Scott aprì gli occhi di scatto. Si guardò intorno nell'aereo, e notò con sollievo che non aveva attirato l'attenzione di nessuno. Guardò l'orologio. Aveva altre tre ore prima di atterrare all'aeroporto JFK di New York, ed era sicuro che non sarebbe riuscito a riaddormentarsi. Tirò fuori il portatile e si mise a leggere le relazioni che gli avevano dato sulla nuova unità di Cardiologia del Brooklyn Heights Hospital. Probabilmente sarebbe stato stanco quando si fosse presentato in ospedale il giorno dopo, ma almeno intanto si sarebbe aggiornato, e così sarebbe stato pronto a mettersi al lavoro.

    Alla fine era successo. Era impazzita. Era l'unica giustificazione che aveva perché si trovava ferma impalata in mezzo al corridoio del Pronto Soccorso, a fissare la testa di un uomo che era di spalle. Prima o poi doveva accadere. Non poteva continuare a lavorare sette giorni alla settimana, da dodici a sedici ore al giorno, senza risentirne. Certo, capiva perché quell'uomo avesse attirato la sua attenzione. Quei folti capelli castano scuro, con quel particolare taglio corto, avevano calamitato il suo sguardo. E lei non poteva spostare gli occhi, occhi evidentemente stanchi per la mancanza di sonno, perché per quanto cercassero di trasmetterle un'informazione, quell'uomo non poteva essere Scott.

    Si guardò intorno nel corridoio. Era lo stesso ambiente affollato di New York dove aveva trascorso la maggior parte delle ore nell'ultimo anno. Decisamente non era il prestigioso reparto di Cardiologia del Royal Kensington Hospital di Londra, dove avrebbe potuto trovarsi Scott.

    Strinse i pugni e sentì in mano la fiala di farmaco. Doveva tornare dalla sua paziente. Non aveva tempo per quelle baggianate. Dovevano esserci migliaia di uomini che da dietro potevano somigliare a Scott.

    Si avviò a passo svelto lungo il corridoio, schivando barelle e sedie a rotelle, ma mentre entrava nella stanza della paziente un vago senso di disagio non l'abbandonò comunque. Era stata una strana esperienza avere quella reazione inconsulta davanti a un uomo, specialmente visto che poteva scorgere a stento il suo profilo.

    Entrando nella stanza notò che la ragazza era ancora tachicardica, ed era passata da circa centottanta a duecento battiti.

    «Andrà tutto bene, Jenny» disse Felicity alla ragazza che era ancora più pallida e diaforetica di quando era arrivata.

    «La stimolazione vagale non è servita?» chiese al medico di Pronto Soccorso.

    «No. Somministra l'adenosina.»

    Felicity prelevò il farmaco dalla fiala, pulì l'accesso endovenoso, poi inserì la siringa. «Il dottor Campbell ti ha spiegato che cosa fa l'adenosina?» chiese alla paziente.

    «Mi ha detto che dovrebbe farmi rallentare i battiti del cuore, ma anche che potrei avvertire dei dolori al petto e giramenti di testa.» Gli occhi verdi di Jenny risplendevano per il panico che Felicity era abituata a vedere in Pronto Soccorso.

    «Sarò qui con te» la rassicurò Felicity mentre prendeva la mano di Jenny con quella libera, apprestandosi a iniettare il farmaco nella flebo. «Pronta?» le chiese, poi guardò il medico che annuì per dirle d'iniettare il farmaco che avrebbe praticamente arrestato il cuore di Jenny prima di riportarlo a un ritmo normale.

    Felicity strinse la mano della ragazza e iniettò il farmaco. L'attenzione di tutti andò al monitor sopra il letto mentre il ritmo cardiaco cominciava a rallentare finché non ci fu una pausa.

    «Oh» disse la ragazza portandosi al petto la mano stretta a quella di Felicity, riportando la sua attenzione su di lei, che aveva gli occhi pieni di dolore e terrore.

    «Va tutto bene. Il peggio è passato, giuro. Resisti ancora qualche secondo.» Felicity tornò a guardare il monitor e vide che i battiti stavano rallentando gradualmente fino a prendere un normale ritmo sinusale. «Va meglio ora?»

    Jenny annuì, ma Felicity capì che non si era ancora ripresa completamente. Però almeno le stava tornando un po' di colore al viso.

    «Posso portarti qualcosa?»

    «No, ora sto meglio.» Le tremava la voce, ma lasciò la mano di Felicity e chiuse gli occhi. «Voglio solo riposare un minuto.»

    «Se hai bisogno di qualcosa sarò qui con te» le assicurò Felicity mentre il resto del personale medico cominciava a uscire dalla stanza. Sarebbe rimasta con la paziente finché non fosse stata sicura che la ragazza era stabile, poi l'avrebbe fatta trasferire in Cardiologia, in osservazione. Lì sarebbe stata sottoposta ad altri esami per trovare la causa della tachicardia.

    Si girò per prenderle una coperta, ma si fermò quando posò lo sguardo sullo stesso uomo di prima, che ora era fuori dalle porte a vetri della sala traumi. Chi era, e perché doveva trovarsi proprio lì nel suo Pronto Soccorso, a turbarla quando doveva concentrarsi sulla paziente?

    Certo, l'uomo era alto quanto Scott e aveva la stessa corporatura atletica, con le spalle ampie. E, sì, aveva lo stesso identico taglio di capelli che Scott aveva sempre prediletto, ma non era solo per quello. C'era qualcosa che le diceva che lo conosceva.

    Girati. Fammi vedere la faccia.

    Le batteva forte il cuore, come alla sua paziente poco prima.

    Per un attimo si abbandonò alla fantasia che fosse veramente Scott. Che fosse tornato per vederla? Ma come avrebbe saputo dove trovarla? Contrariamente al periodo in cui erano stati separati dall'università che frequentavano in Stati diversi, ora non c'erano state telefonate notturne che continuavano per ore, né i messaggini simpatici che si erano scambiati per anni, per tenersi in contatto. Felicity si era detta che avevano bisogno di dare un taglio netto. Ignorare le sue chiamate e i suoi messaggi aveva aggiunto un altro dolore a quello che già provava, ma non sarebbe mai sopravvissuta se avesse saputo come viveva Scott senza di lei.

    «Tutto bene?» le domandò il dottor Campbell fermandosi davanti alla porta e bloccandole la visuale. Per un attimo Felicity pensò che parlasse alla paziente, ma poi si rese conto che si rivolgeva a lei.

    «Sì, tutto bene. Le farò sapere se ci saranno variazioni

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