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Regina fra le dune: Il principe del deserto | Proposta tra le dune
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Regina fra le dune: Il principe del deserto | Proposta tra le dune

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2 ROMANZI IN 1
Sedotte dall'atmosfera esotica di un lontano regno orientale, vivranno il sogno di una vita.
Gwynneth non ha mai concesso a se stessa di abbandonarsi alla passione. Ma nel regno dello Zuran tutto cambia e lei trascorre un'incredibile notte con uno sconosciuto. Una notte così magica da indurla a chiedersi se non si sia trattato di un magnifico sogno. Scoprirà presto che Tariq bin Salud non solo è un uomo in carne e ossa, ma anche un vero sceicco.
Proprio come il principe nel quale si imbatte la dolce Sadie, rimasta senza lavoro e senza soldi nel regno di Dhurahn. Dopo tante disavventure Sadie è ormai abbastanza disillusa da non credere nel Principe Azzurro, ma forse il fascinoso Drac'ar al Karim, con la sua singolare proposta, la farà ricredere.
IL PRINCIPE DEL DESERTO
PROPOSTA TRA LE DUNE

LanguageItaliano
PublisherHarperCollins Italia
Release dateJul 15, 2022
ISBN9788830542556
Regina fra le dune: Il principe del deserto | Proposta tra le dune
Author

Penny Jordan

Scrittrice inglese, attiva da parecchi anni nell'area della narrativa romantica, è notissima e molto apprezzata dal pubblico di tutto il mondo.

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    Regina fra le dune - Penny Jordan

    Copertina. «Il principe del deserto» di Jordan Penny

    Immagine di copertina:

    olegbreslavtsev/iStock/Getty Images Plus/Getty Images

    Titoli originali delle edizioni in lingua inglese:

    Prince of the Desert

    Taken by the Sheikh

    Harlequin Mills & Boon Modern Romance

    © 2006 Penny Jordan

    © 2006 Penny Halsall

    Traduzioni di Gloria Fraternale Garavalli e Cristina Proto

    Questa edizione è pubblicata per accordo con

    Harlequin Books S.A.

    Questa è un’opera di fantasia. Qualsiasi riferimento a fatti o

    persone della vita reale è puramente casuale.

    Harmony è un marchio registrato di proprietà

    HarperCollins Italia S.p.A. All Rights Reserved.

    © 2007 Harlequin Mondadori S.p.A., Milano

    eBook ISBN 978-88-3054-255-6

    Frontespizio. «Il principe del deserto» di Jordan Penny

    Il principe del deserto

    1

    Gwynneth espirò esausta dopo aver pagato il taxi, ferma davanti al complesso che ospitava l’appartamento di suo padre. No, non era più l’appartamento del padre, era il suo, ora. Lui era morto e nel testamento aveva lasciato tutto a lei.

    Comprese le responsabilità... O meglio, quelle poteva anche non avergliele lasciate in eredità, ma lei si sentiva comunque moralmente obbligata a farsene carico. Gwynneth sospirò. Quelle ultime due settimane cominciavano a farsi sentire. L’infarto di suo padre era stato totalmente inaspettato. Era vero che non avevano mai avuto il classico rapporto padre-figlia, ma ciò non significava che lei non avesse tenuto a lui. In fondo era... o meglio era stato suo padre.

    Certo, dopo il divorzio l’aveva virtualmente abbandonata alle cure poco amorevoli di sua madre e del patrigno. Certo, era stato assente dalla sua vita per la maggior parte del tempo, per condurre la sua esistenza edonistica, in viaggio per il mondo. Ed era anche vero che era andato a trovarla molto di rado nel collegio dove era stata praticamente abbandonata. Ma dei due era stata sua madre a ferirla maggiormente.

    Quando una persona aveva ricchezza e potere, era in grado di rompere le regole e rifarle. E il suo patrigno era sia molto ricco, sia molto potente. Al contrario di suo padre, che come ricchezza aveva avuto solo il carisma e il potere di persuasione.

    Gwynneth sorrise amaramente rammentando come l’avesse informata che era stato proprio grazie alla sua capacità di persuasione che era riuscito a comprare quell’appartamento nel Golfo Persico, nel regno dello Zuran.

    «Il complesso si trova nel bel mezzo di una nuova area portuale rivalorizzata. Ti garantisco, Gwynneth, che ho già avuto decine di occasioni di rivenderlo al doppio del suo valore» le aveva rivelato in quell’occasione, in preda all’eccitazione.

    Gwynneth non conosceva molto del regno desertico dello Zuran allora, ma adesso sì. Ecco perché si trovava lì in quel momento.

    Rabbrividì al caldo sensuale e quasi fastidioso della notte araba. La avvolgeva come un velo di seta, stuzzicandole la pelle con la sua lieve carezza, come un amante misterioso che la toccava. Un brivido le percorse la schiena mentre cercava di erigere le barriere difensive che usava di norma per estromettere quel genere di pensieri.

    Aveva lottato tutta la sua vita adulta per tenersi alla larga dal pericolo di quella profonda e oscura aura di sessualità che aveva ereditato da suo padre, e che cercava disperatamente di negare e ignorare.

    Allora perché aveva reagito così emotivamente quando suo padre aveva affermato che lei fosse fredda e priva di sessualità? Era proprio quello che voleva, che aveva scelto per se stessa, quindi quel giudizio avrebbe dovuto compiacerla e non renderla tristemente cosciente di ciò che stava perdendo.

    Lo stress di quelle ultime settimane stava indebolendo le sue difese, consentendo a un insolito desiderio di insinuarsi decisamente in lei. Era mezzanotte passata lì nello Zuran, anche se in Inghilterra la sera era scesa da poco.

    Gwynneth scostò la massa di ricci rossi dal viso mentre chiudeva gli occhi verdi che, nonostante avesse ventisei anni, erano spesso fin troppo rivelatori delle sue sensazioni. Li aveva ereditati dalla madre irlandese, così come le ciglia scure e la pelle d’avorio, mentre la fragile struttura ossea e il fisico asciutto erano una caratteristica della nonna paterna... almeno a detta del padre. Lui era stato di certo un uomo molto bello. Un tempo...

    Gwynneth riaprì gli occhi ai ricordi spiacevoli, colta dalla solita stretta allo stomaco. Da bambina si era sempre domandata cos’avesse fatto per meritare genitori che non l’amavano. Da adulta aveva imparato a convincersi che era stata la loro incapacità di amarsi l’un l’altro a renderli incapaci di voler bene a lei, la figlia che avevano involontariamente generato, ma che non avevano mai voluto.

    La madre si era risposata un anno dopo il divorzio, trasferendosi in Australia per rifarsi una vita con il nuovo, ricco marito. Il padre, libero da un matrimonio che sosteneva di non avere mai desiderato, aveva girato il mondo bevendo, giocando d’azzardo e tornando di rado in Inghilterra per andare a trovarla... solitamente quando era ubriaco, drogato, stanco, o tutt’e tre le cose. Divenuto un hippy, aveva abbracciato la cultura della droga, dell’alcol e dell’amore libero. Nonostante questa sua scelta di vita, Gwynneth era rimasta comunque sconvolta dalla sua morte. L’ospedale aveva informato lei dell’infarto, perché era sua figlia.

    Sua figlia, ma non unica. Com’era possibile che un uomo che l’aveva abbandonata perché non l’aveva mai voluta, avesse procreato un altro bambino?

    Gwynneth non aveva idea di cosa l’aspettava quando lui le aveva telefonato d’improvviso informandola che era in uno degli alberghi più esclusivi di Londra. Uscita dalla banca in cui lavorava come analista, si era subito recata nell’albergo dove, con sorpresa, aveva scoperto che lui era alloggiato nientemeno che in una suite. Poi aveva saputo che non era arrivato a Londra da solo, ma aveva portato con sé la sua fidanzata filippina, Teresa, e il loro neonato.

    «Teresa sembra così giovane» aveva obiettato Gwynneth, incapace di nascondere il proprio disgusto al pensiero di una ragazza così giovane e bella con un uomo consumato dalla vita come suo padre.

    «Ha ventidue anni» aveva replicato lui con studiata indifferenza.

    Quattro anni più giovane di lei. La sua espressione doveva aver tradito i suoi pensieri, perché l’uomo aveva scrollato le spalle e le si era rivolto senza peli sulla lingua. «Guardami male finché vuoi. Mi piace il sesso, e allora? Non ho mai pensato che mia figlia potesse rivelarsi una puritana senza desideri sessuali. Il sesso è un normale e naturale bisogno di ogni adulto e dovrebbe essere un piacere, non una cosa repellente. Non sai cosa ti perdi. Se fossi in te...»

    «Non voglio saperlo» gli aveva risposto lei secca. «E tu non sei me.»

    Era sempre stata conscia del pericolo della sua innata sensualità... e aveva sempre cercato di reprimerla. Ma ora, senza suo padre a rammentarle il motivo per cui rappresentava un pericolo, si sentiva improvvisamente debole e vulnerabile, oltre che spossata.

    Alzò lo sguardo sulla costruzione davanti a lei e controllò di essere nel posto giusto. Aveva creduto che suo padre avesse esagerato quando le aveva descritto l’appartamento di lusso che aveva acquistato in quello che aveva definito il complesso residenziale più esclusivo dello Zuran.

    In effetti, era proprio come aveva sostenuto lui. Panfili da nababbi erano ormeggiati nel porto e in lontananza si vedeva la terrazza di un ristorante elegante. Giardini curati circondavano il complesso, che faceva parte di un’area di edifici più vasta delimitata da un lato dal porto e dall’altro da una spiaggia privata. Un vero paradiso per milionari. Ma suo padre non era stato un milionario. Era stato un giocatore di borsa, piuttosto inesperto. A volte guadagnava, ma erano più le volte in cui perdeva.

    Aveva nutrito qualche dubbio inizialmente, quando aveva fatto controllare i documenti che certificavano la proprietà, ma l’ambasciata dello Zuran a Londra le aveva garantito l’autenticità.

    Sfortunatamente, però, le avevano spiegato che per registrare la proprietà a suo nome doveva recarsi di persona nello Zuran, o incaricare qualcuno del luogo di agire in sua vece.

    Dato che non voleva delegare nessuno, Gwynneth aveva deciso di partire per lo Zuran, e ora era lì.

    Prese la chiave magnetica di suo padre dalla borsa e si diresse all’entrata, aspettandosi di essere fermata da un momento all’altro, ma con suo grande sollievo le porte a vetri si aprirono silenziosamente.

    Un ascensore, attivato anch’esso dalla chiave magnetica, la portò all’attico. Non aveva idea di quanto valesse l’appartamento, ma di sicuro doveva essere una bella cifra. Voleva venderlo prima possibile. La pressione sul suo conto in banca aumentava sempre più. Guadagnava piuttosto bene, ma c’erano il mutuo e altre uscite. Il conto in banca di suo padre era virtualmente vuoto, quindi lei aveva dovuto pagare per il suo funerale e saldare il conto dell’albergo. Almeno, dal momento che lei era lì, nel suo appartamento c’era più spazio per Teresa e il piccolo Anthony, che si era sentita in obbligo di aiutare come poteva... All’improvviso fu presa da un moto di nausea.

    Una cosa alla volta, rammentò a se stessa. Fece passare la chiave nella fessura e sospirò di sollievo quando vide che si accendeva la luce verde.

    Una porta doppia si aprì su un corridoio. Gwynneth si ritrovò davanti a un’altra porta doppia. La varcò e si immise in grande ed elegante salotto, arredato con un misto di antico e moderno, compreso un basso divano pieno di cuscini e ricoperto di sete variopinte e tessuti damascati.

    Suo padre le aveva detto di non essere ancora stato nell’appartamento. Lo aveva comprato sulla carta, completamente ammobiliato e arredato, compresa la biancheria scelta da un interior designer di grido.

    Quella stanza aveva sicuramente un’aria di nuovo, tanto che si sentiva ancora il profumo del legno di sandalo. Era una stanza creata per abbracciare tutti e cinque i sensi.

    Accanto al salotto c’era una cucina immacolata, completa di frigorifero con distributore di ghiaccio e una terrazza con tavolo e sedie. Ma in quel momento lei non aveva né fame, né sete: voleva solo dormire.

    La camera era in fondo al corridoio e quando aprì la porta rimase incantata. L’arredamento era così ricco di sensualità che avvertì un brivido sulla pelle. Era decorata nei toni del crema e del beige, a cui facevano contrasto ricche stoffe nere e specchi con cornici dorate.

    Tornò nel corridoio e aprì l’ultima porta. In origine la stanza doveva essere stata pensata come camera, ma ora era uno studio.

    Aveva lasciato la valigia nell’ingresso, così tornò a prenderla. Aggrottò le sopracciglia vedendo che la porta non aveva la catenella di sicurezza, ma poi si rassicurò pensando che senza chiave elettronica non si poteva entrare.

    Era quasi l’una di notte e lei il mattino seguente aveva un appartamento con l’agenzia governativa che si occupava delle proprietà di stranieri nello Zuran. Così si spogliò e si infilò sotto la doccia del bagno, lussuoso come tutto il resto.

    Dopo quindici minuti era a letto e dormiva profondamente, esausta.

    «Tariq.»

    Un dolce sorriso illuminò il viso del sovrano dello Zuran alla vista del cugino.

    Lo abbracciò come un suo pari, perché anche se nello Zuran era lui il solo sovrano e Tariq uno dei suoi sudditi, il cugino possedeva a sua volta un piccolo regno, una remota vallata misteriosa dove il deserto incontrava le montagne, e questo lo rendeva un principe a tutti gli effetti.

    «Ho sentito che vuoi iniziare presto gli scavi della città antica dei tuoi antenati.»

    Tariq ricambiò il sorriso. «Non appena sarà finito il caldo dell’estate, cominceranno i lavori.»

    «E tu preferirai essere là, a scavare la sabbia, piuttosto che qui alla mia corte?» Il sovrano rise mentre studiava il volto del cugino.

    Sebbene indossassero entrambi il classico abito arabo, Tariq era rasato, con gli occhi grigi e la pelle abbronzata, caratteristica che tradiva la sua origine anglo-araba, mentre il sovrano aveva la barba, gli occhi scuri e la carnagione olivastra di natura. Entrambi però mostravano lo stesso profilo arrogante e la stessa bocca a scimitarra, l’identico atteggiamento orgoglioso e la medesima consapevolezza del loro ruolo.

    Il sovrano si avvicinò e posò la mano sul braccio dell’altro, mentre Tariq mantenne un diplomatico silenzio. Provava molto affetto e grande rispetto per il cugino, sia come monarca, sia come amico.

    Quando il matrimonio fra i suoi genitori era finito, perché suo padre li aveva abbandonati, sua madre aveva accettato l’invito del padre del sovrano e aveva mandato il figlio a vivere con loro, mentre lei era rimasta sola. Tariq era cresciuto fra le mura di quel palazzo, anche se, come molti altri ragazzi dello Zuran, era stato istruito in Inghilterra e in America.

    «Allora, come procedono le tue indagini in merito alle vendite fraudolente di quelle proprietà immobiliari agli stranieri?» gli domandò il sovrano.

    Tariq rifiutò un dolcetto che gli veniva offerto e sorrise vedendo il cugino che ne addentava uno con gusto. Il sovrano era rinomato per la sua golosità.

    «Il capo dell’organizzazione, Chad, è un sudafricano, e sono finalmente riuscito a incontrarlo. Mi ha fatto capire che usufruisce dell’aiuto di un alto esponente del governo, che gli ha fornito i documenti necessari per reclamare la proprietà degli immobili. Poi loro li vendono illegalmente a un prezzo gonfiato, e non solo a un proprietario, ma a due, raddoppiando così il profitto. Quando le vittime scopriranno di non possedere le proprietà che sono convinti di avere acquistato, sarà troppo tardi e i loro soldi saranno spariti. Sfortunatamente, al momento Chad non si fida abbastanza di me da riferirmi il nome dell’ufficiale zuranese che lo sta aiutando. È troppo intelligente per rischiare, tanto che controlla i suoi affari criminali da uno yacht. Come sai, mi sono presentato all’organizzazione come un membro giovane, disilluso e molto avaro della famiglia reale, con la speranza che la mia promessa di collaborazione li spingesse a rivelarmi l’identità del loro contatto. Ma Chad è un uomo molto cauto e sospettoso. Ovviamente non gli è bastato il fatto che abbia accettato in regalo l’appartamento che hanno acquistato con il mio aiuto.»

    «L’appartamento in cui vivi ora?»

    «Mi è sembrato il modo migliore per rafforzare la loro convinzione della mia avidità. Ho anche finto di essere a corto di contante perché l’eredità di mia madre è gestita da te. Anche se per coprirmi ho aggiunto che la cosa non è di pubblico dominio. Dobbiamo presumere che, chiunque sia la persona che li sta aiutando, sappia sicuramente chi sono e conosca la ricchezza della mia famiglia.»

    «Mi pare di intuire che non ti piace molto il ruolo che ti è stato assegnato» gli fece notare il sovrano in tono comprensivo. «Ma tu sei uno dei pochi di cui mi fido ciecamente, Tariq, e questa è una questione molto delicata.»

    «Già! Per ora tutte le vittime di cui siamo a conoscenza hanno asserito di avere acquistato gli immobili da un agente ufficiale. Sfortunatamente, dato che il supposto agente vestiva in abiti arabi tradizionali, aveva la barba e indossava voluminosi occhiali scuri, nessuno è stato in grado di riconoscerlo e identificarlo. Molto probabilmente è legato all’ufficiale che sta aiutando l’organizzazione. Se così è, e se quello che sta succedendo dovesse diventare di dominio pubblico in ambito internazionale, danneggerà seriamente la reputazione dello Zuran.»

    «Non possiamo permettere che accada. Quest’uomo dev’essere trovato e smascherato» sentenziò il sovrano, poi la sua espressione si addolcì. «So che posso contare sul fatto che farai qualsiasi cosa sarà necessaria» concluse.

    Lasciati l’auto e l’autista a debita distanza dall’appartamento, Tariq si soffermò a respirare l’aria calda della notte. Era in momenti come quelli che il deserto gli mancava così tanto, e il desiderio di andarsene dalla città per tornare nella sua valle diventava pressante.

    Pensò con disprezzo agli uomini corrotti ai quali era legato al momento. La sera prima Chad gli aveva offerto i servizi di una delle prostitute che teneva a bordo, come ulteriore ricompensa per il suo ausilio.

    Ovviamente lui si era dovuto fingere lusingato, anche se in realtà aveva provato repulsione per quel sordido regalo. Non lo aveva accettato adducendo la scusa che temeva che sarebbe arrivato all’orecchio di suo cugino, il sovrano, che allora sarebbe stato meno disposto a concedergli il controllo della sua eredità.

    Nonostante il fatto di essere in astinenza da diciotto mesi, da quando cioè era finita la relazione che aveva avuto con un’elegante divorziata francese che, come lui, non aveva avuto il desiderio di impegnarsi in un matrimonio, l’idea di quelle giovani donne dai seni rifatti e dallo sguardo vuoto non lo aveva per niente eccitato. Quanti altri membri dell’organizzazione avevano goduto dei loro favori? Alcuni? Tutti?

    Tariq fece una smorfia di disgusto al ricordo.

    «Che ne dici se te ne mando una nell’appartamento perché tu possa approfittarne in privato?» gli aveva proposto Chad con un sogghigno.

    «No, grazie, non è prudente» aveva replicato Tariq, fingendosi dispiaciuto.

    Arrivato all’attico, inserì la chiave e aspettò che le porte si aprissero.

    Una volta all’interno si diresse subito in camera, senza preoccuparsi di accendere la luce o guardare il letto, poi si spogliò e andò in bagno a fare una doccia.

    Gwynneth si svegliò di soprassalto. Aveva il volto accaldato, mentre il suo corpo soffriva un altro tipo di calore. Perché le stava succedendo ora, dopo tutti quegli anni? Perché il desiderio fisico aveva deciso di ribellarsi proprio in quel momento alla sua scelta di fare a meno di lui?

    Suo padre aveva riso di lei, accusandola di essere incapace di capire il desiderio sessuale. Ma lei lo capiva. Fin troppo bene. Sentiva la propria vulnerabilità verso quell’aspetto, ed era per questo motivo che si era sforzata di imparare a controllarlo e reprimerlo, per la paura che aveva di diventare come suo padre. Ma ora, d’improvviso, non riusciva più a ignorarlo. Pulsava prepotente dentro di lei, reclamando la propria libertà, sconvolgendola e confondendola.

    Gwynneth si mise seduta sul letto... esattamente nello stesso momento in cui Tariq apriva la porta del bagno annesso.

    Rimase incredula a fissare l’uomo sulla soglia, illuminato dalla luce alle sue spalle. Era completamente nudo, come lei. Be’, non era per nulla come lei. La sua pelle era abbronzata, le sue spalle erano ampie, il petto ricoperto di peli scuri e il ventre piatto. Era l’uomo più sexy che lei avesse mai potuto immaginare. Alto, scuro e bellissimo. Inoltre, aveva quell’atteggiamento duro che causava una scossa di paura dentro di lei... un genere di paura che non poteva proprio essere definita tale, più un’eccitazione sconvolgente.

    Uno sguardo fugace... Bastò quello a farle capire che quell’uomo risvegliava in lei le sensazioni giuste. Come diavolo aveva fatto a immaginarselo? Sbatté le palpebre, ripetendo a se stessa che doveva essere un’illusione, una creazione della sua fantasia.

    Ma lui era sempre lì e, per quanto Gwynneth si sforzasse di sbattere le palpebre, non scompariva.

    Il che significava che doveva essere reale!

    Gwynneth distolse subito lo sguardo, diventando rossa come un peperone.

    Fu quel falso sguardo confuso che assunse prima di girare la testa che lo irritò maggiormente.

    «Come hai fatto a entrare?» l’apostrofò Tariq.

    Come se ci fosse bisogno di chiederlo! Sapeva perfettamente chi era e perché si trovava lì.

    «No, non preoccuparti di rispondermi» continuò avvicinandosi a lei. «So già la risposta, come so già esattamente cosa sei!» Le rivolse uno sguardo carico di disprezzo.

    Non sarebbe rimasta lì. La voleva fuori dall’appartamento, e di corsa anche, a costo di vestirla lui stesso.

    L’uomo nudo non era affatto un’illusione o una fantasia della sua immaginazione. Era del tutto reale e aveva quasi raggiunto il letto, si rese conto Gwynneth in preda al panico, distogliendo lo sguardo dal suo torace possente.

    Emise un gemito di protesta quando le dita di lui si serrarono intorno al suo braccio, e cercò istintivamente di allontanarsi, ma l’uomo la tirò di peso giù dal letto, senza tanti complimenti.

    Almeno questi seni erano reali, non poté fare a meno di pensare Tariq, osservando il loro movimento naturale mentre lei si dimenava. Il seno di una donna doveva essere morbido e malleabile, non fisso e rigido come i seni rifatti, e doveva avere la grandezza giusta per essere contenuto nella mano di un uomo, proprio come quello di questa donna. Riusciva quasi a immaginare che sensazioni gli avrebbe provocato sentire la sua pelle calda, i capezzoli che si inturgidivano al suo tocco, mentre...

    Lo stupore di ciò che stava provando lo lasciò incredulo. Non poteva essere eccitato da lei!

    «Cosa stai facendo? Lasciami andare!» Non doveva arrendersi a lui, si disse Gwynneth dandogli dei pugni sul petto con la mano libera.

    «Dove sono i tuoi vestiti?»

    I suoi vestiti? La domanda la stupì, facendola accigliare per un momento.

    Tariq avvertì la morbidezza dei suoi capelli sul petto, mentre lei abbassava la testa cercando di sollevare le braccia per coprirsi i seni. La sua pelle sembrava latte in confronto a quella di lui, i suoi occhi erano verde chiaro, le labbra di un rosa delicato. Tariq spostò lo sguardo dalla sua bocca ai seni, e i capezzoli di Gwynneth si inturgidirono al suo scrutinio.

    Sentiva il rumore del proprio respiro, il sangue che le pulsava nelle vene. Non riusciva più a controllare il suo sguardo, che si abbassò sul corpo dell’uomo dove era stata così determinata a non guardare, e si lasciò sfuggire un gemito.

    Tariq fu preso da una vampata di rabbia. Rabbia contro quella donna, contro gli uomini che l’avevano mandata da lui, contro tante cose, ma soprattutto contro se stesso. Era impossibile provare eccitazione per una come lei, impossibile desiderarla, impossibile volerla toccare. Ma, impossibile o no, tutte queste cose stavano accadendo.

    2

    Era impossibile che stesse accadendo, si disse Gwynneth senza fiato. Era impossibile che stesse lì nuda, corpo a corpo con quell’uomo che per lei era un perfetto estraneo, ma che il suo istinto stava desiderando senza rimorsi.

    Eppure, quando lui la girò verso di sé, Gwynneth alzò la mano e gli accarezzò il viso con le dita, esplorando lentamente

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