Il principe del deserto: Harmony Collezione
By Penny Jordan
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Penny Jordan
Scrittrice inglese, attiva da parecchi anni nell'area della narrativa romantica, è notissima e molto apprezzata dal pubblico di tutto il mondo.
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Book preview
Il principe del deserto - Penny Jordan
Titolo originale dell’edizione in lingua inglese:
Prince of the Desert
Harlequin Mills & Boon Modern Romance
© 2006 Penny Jordan
Traduzione di Gloria Fraternale Garavalli
Questa edizione è pubblicata per accordo con
Harlequin Books S.A.
Questa è un’opera di fantasia. Qualsiasi riferimento a fatti o
persone della vita reale è puramente casuale.
Harmony è un marchio registrato di proprietà
HarperCollins Italia S.p.A. All Rights Reserved.
© 2007 Harlequin Mondadori S.p.A., Milano
eBook ISBN 978-88-3050-996-2
Frontespizio. «Il principe del deserto» di Jordan Penny1
Gwynneth espirò esausta dopo aver pagato il taxi, ferma davanti al complesso che ospitava l’appartamento di suo padre. No, non era più l’appartamento del padre, era il suo, ora. Lui era morto e nel testamento aveva lasciato tutto a lei.
Comprese le responsabilità... O meglio, quelle poteva anche non avergliele lasciate in eredità, ma lei si sentiva comunque moralmente obbligata a farsene carico. Gwynneth sospirò. Quelle ultime due settimane cominciavano a farsi sentire. L’infarto di suo padre era stato totalmente inaspettato. Era vero che non avevano mai avuto il classico rapporto padre-figlia, ma ciò non significava che lei non avesse tenuto a lui. In fondo era... o meglio era stato suo padre.
Certo, dopo il divorzio l’aveva virtualmente abbandonata alle cure poco amorevoli di sua madre e del patrigno. Certo, era stato assente dalla sua vita per la maggior parte del tempo, per condurre la sua esistenza edonistica, in viaggio per il mondo. Ed era anche vero che era andato a trovarla molto di rado nel collegio dove era stata praticamente abbandonata. Ma dei due era stata sua madre a ferirla maggiormente.
Quando una persona aveva ricchezza e potere, era in grado di rompere le regole e rifarle. E il suo patrigno era sia molto ricco, sia molto potente. Al contrario di suo padre, che come ricchezza aveva avuto solo il carisma e il potere di persuasione.
Gwynneth sorrise amaramente rammentando come l’avesse informata che era stato proprio grazie alla sua capacità di persuasione che era riuscito a comprare quell’appartamento nel Golfo Persico, nel regno dello Zuran.
«Il complesso si trova nel bel mezzo di una nuova area portuale rivalorizzata. Ti garantisco, Gwynneth, che ho già avuto decine di occasioni di rivenderlo al doppio del suo valore» le aveva rivelato in quell’occasione, in preda all’eccitazione.
Gwynneth non conosceva molto del regno desertico dello Zuran allora, ma adesso sì. Ecco perché si trovava lì in quel momento.
Rabbrividì al caldo sensuale e quasi fastidioso della notte araba. La avvolgeva come un velo di seta, stuzzicandole la pelle con la sua lieve carezza, come un amante misterioso che la toccava. Un brivido le percorse la schiena mentre cercava di erigere le barriere difensive che usava di norma per estromettere quel genere di pensieri.
Aveva lottato tutta la sua vita adulta per tenersi alla larga dal pericolo di quella profonda e oscura aura di sessualità che aveva ereditato da suo padre, e che cercava disperatamente di negare e ignorare.
Allora perché aveva reagito così emotivamente quando suo padre aveva affermato che lei fosse fredda e priva di sessualità? Era proprio quello che voleva, che aveva scelto per se stessa, quindi quel giudizio avrebbe dovuto compiacerla e non renderla tristemente cosciente di ciò che stava perdendo.
Lo stress di quelle ultime settimane stava indebolendo le sue difese, consentendo a un insolito desiderio di insinuarsi decisamente in lei. Era mezzanotte passata lì nello Zuran, anche se in Inghilterra la sera era scesa da poco.
Gwynneth scostò la massa di ricci rossi dal viso mentre chiudeva gli occhi verdi che, nonostante avesse ventisei anni, erano spesso fin troppo rivelatori delle sue sensazioni. Li aveva ereditati dalla madre irlandese, così come le ciglia scure e la pelle d’avorio, mentre la fragile struttura ossea e il fisico asciutto erano una caratteristica della nonna paterna... almeno a detta del padre. Lui era stato di certo un uomo molto bello. Un tempo...
Gwynneth riaprì gli occhi ai ricordi spiacevoli, colta dalla solita stretta allo stomaco. Da bambina si era sempre domandata cos’avesse fatto per meritare genitori che non l’amavano. Da adulta aveva imparato a convincersi che era stata la loro incapacità di amarsi l’un l’altro a renderli incapaci di voler bene a lei, la figlia che avevano involontariamente generato, ma che non avevano mai voluto.
La madre si era risposata un anno dopo il divorzio, trasferendosi in Australia per rifarsi una vita con il nuovo, ricco marito. Il padre, libero da un matrimonio che sosteneva di non avere mai desiderato, aveva girato il mondo bevendo, giocando d’azzardo e tornando di rado in Inghilterra per andare a trovarla... solitamente quando era ubriaco, drogato, stanco, o tutt’e tre le cose. Divenuto un hippy, aveva abbracciato la cultura della droga, dell’alcol e dell’amore libero. Nonostante questa sua scelta di vita, Gwynneth era rimasta comunque sconvolta dalla sua morte. L’ospedale aveva informato lei dell’infarto, perché era sua figlia.
Sua figlia, ma non unica. Com’era possibile che un uomo che l’aveva abbandonata perché non l’aveva mai voluta, avesse procreato un altro bambino?
Gwynneth non aveva idea di cosa l’aspettava quando lui le aveva telefonato d’improvviso informandola che era in uno degli alberghi più esclusivi di Londra. Uscita dalla banca in cui lavorava come analista, si era subito recata nell’albergo dove, con sorpresa, aveva scoperto che lui era alloggiato nientemeno che in una suite. Poi aveva saputo che non era arrivato a Londra da solo, ma aveva portato con sé la sua fidanzata filippina, Teresa, e il loro neonato.
«Teresa sembra così giovane» aveva obiettato Gwynneth, incapace di nascondere il proprio disgusto al pensiero di una ragazza così giovane e bella con un uomo consumato dalla vita come suo padre.
«Ha ventidue anni» aveva replicato lui con studiata indifferenza.
Quattro anni più giovane di lei. La sua espressione doveva aver tradito i suoi pensieri, perché l’uomo aveva scrollato le spalle e le si era rivolto senza peli sulla lingua. «Guardami male finché vuoi. Mi piace il sesso, e allora? Non ho mai pensato che mia figlia potesse rivelarsi una puritana senza desideri sessuali. Il sesso è un normale e naturale bisogno di ogni adulto e dovrebbe essere un piacere, non una cosa repellente. Non sai cosa ti perdi. Se fossi in te...»
«Non voglio saperlo» gli aveva risposto lei secca. «E tu non sei me.»
Era sempre stata conscia del pericolo della sua innata sensualità... e aveva sempre cercato di reprimerla. Ma ora, senza suo padre a rammentarle il motivo per cui rappresentava un pericolo, si sentiva improvvisamente debole e vulnerabile, oltre che spossata.
Alzò lo sguardo sulla costruzione davanti a lei e controllò di essere nel posto giusto. Aveva creduto che suo padre avesse esagerato quando le aveva descritto l’appartamento di lusso che aveva acquistato in quello che aveva definito il complesso residenziale più esclusivo dello Zuran.
In effetti, era proprio come aveva sostenuto lui. Panfili da nababbi erano ormeggiati nel porto e in lontananza si vedeva la terrazza di un ristorante elegante. Giardini curati circondavano il complesso, che faceva parte di un’area di edifici più vasta delimitata da un lato dal porto e dall’altro da una spiaggia privata. Un vero paradiso per milionari. Ma suo padre non era stato un milionario. Era stato un giocatore di borsa, piuttosto inesperto. A volte guadagnava, ma erano più le volte in cui perdeva.
Aveva nutrito qualche dubbio inizialmente, quando aveva fatto controllare i documenti che certificavano la proprietà, ma l’ambasciata dello Zuran a Londra le aveva garantito l’autenticità.
Sfortunatamente, però, le avevano spiegato che per registrare la proprietà a suo nome doveva recarsi di persona nello Zuran, o incaricare qualcuno del luogo di agire in sua vece.
Dato che non voleva delegare nessuno, Gwynneth aveva deciso di partire per lo Zuran, e ora era lì.
Prese la chiave magnetica di suo padre dalla borsa e si diresse all’entrata, aspettandosi di essere fermata da un momento all’altro, ma con suo grande sollievo le porte a vetri si aprirono silenziosamente.
Un ascensore, attivato anch’esso dalla chiave magnetica, la portò all’attico. Non aveva idea di quanto valesse l’appartamento, ma di sicuro doveva essere una bella cifra. Voleva venderlo prima possibile. La pressione sul suo conto in banca aumentava sempre più. Guadagnava piuttosto bene, ma c’erano il mutuo e altre uscite. Il conto in banca di suo padre era virtualmente vuoto, quindi lei aveva dovuto pagare per il suo funerale e saldare il conto dell’albergo. Almeno, dal momento che lei era lì, nel suo appartamento c’era più spazio per Teresa e il piccolo Anthony, che si era sentita in obbligo di aiutare come poteva... All’improvviso fu presa da un moto di nausea.
Una cosa alla volta, rammentò a se stessa. Fece passare la chiave nella fessura e sospirò di sollievo quando vide che si accendeva la luce verde.
Una porta doppia si aprì su un corridoio. Gwynneth si ritrovò davanti a un’altra porta doppia. La varcò e si immise in grande ed elegante salotto, arredato con un misto di antico e moderno, compreso un basso divano pieno di cuscini e ricoperto di sete variopinte e tessuti damascati.
Suo padre le aveva detto di non essere ancora stato nell’appartamento. Lo aveva comprato sulla carta, completamente ammobiliato e arredato, compresa la biancheria scelta da un interior designer di grido.
Quella stanza aveva sicuramente un’aria di nuovo, tanto che si sentiva ancora il profumo del legno di sandalo. Era una stanza creata per abbracciare tutti e cinque i sensi.
Accanto al salotto c’era una cucina immacolata, completa di frigorifero con distributore di ghiaccio e una terrazza con tavolo e sedie. Ma in quel momento lei non aveva né fame, né sete: voleva solo dormire.
La camera era in fondo al corridoio e quando aprì la porta rimase incantata. L’arredamento era così ricco di sensualità che avvertì un brivido sulla pelle. Era decorata nei toni del crema e del beige, a cui facevano contrasto ricche stoffe nere e specchi con cornici dorate.
Tornò nel corridoio e aprì l’ultima porta. In origine la stanza doveva essere stata pensata come camera, ma ora era uno studio.
Aveva lasciato la valigia nell’ingresso, così tornò a
