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Niente sesso, siamo amici (eLit)
Niente sesso, siamo amici (eLit)
Niente sesso, siamo amici (eLit)
Ebook350 pages4 hours

Niente sesso, siamo amici (eLit)

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About this ebook

L'elenco delle cose da fare di Samantha Brady è semplice. Vendere il suo romanzo, fare un bambino e trovare l'uomo dei sogni, anche se non necessariamente in quest'ordine. Il problema è che ha il blocco dello scrittore, non ha un appuntamento da mesi e vive platonicamente con il suo migliore amico, Jack Turner, l'unico uomo che soddisfi i suoi criteri del Principe Azzurro.
Lei e Jack hanno sempre evitato coinvolgimenti romantici di qualsiasi tipo, specialmente tra loro. Nessun legame. Nessun problema. Nessun cuore infranto. Fino a quando una notte di troppo vino e poche inibizioni porta la loro amicizia a un nuovo livello.
La lista delle cose da fare di Sam e la sua vita ne escono completamente stravolte e lei si rende conto che non le dispiacerebbe avere un legame o due...
LanguageItaliano
PublisherHarperCollins Italia
Release dateMar 1, 2022
ISBN9788830539594
Niente sesso, siamo amici (eLit)
Author

Millie Criswell

Autrice americana con l'hobby della lettura, ha cominciato a scrivere romanzi dietro suggerimento del marito.

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    Niente sesso, siamo amici (eLit) - Millie Criswell

    Copertina. «Niente sesso, siamo amici» di Criswell Millie

    Immagine di copertina:

    PeopleImages / iStock / Getty Images Plus

    Titolo originale dell’edizione in lingua inglese:

    No Strings Attached

    HQN Books

    © 2005 Millie Criswell

    Traduzione di Alessandra De Angelis

    Questa edizione è pubblicata per accordo con

    Harlequin Books S.A.

    Questa è un’opera di fantasia. Qualsiasi riferimento a fatti o

    persone della vita reale è puramente casuale.

    © 2006 Harlequin Mondadori S.p.A., Milano

    eBook ISBN 978-88-3053-959-4

    Frontespizio. «Niente sesso, siamo amici» di Criswell Millie

    1

    Sulla scrivania nel soggiorno della casa dove abitava Samantha Brady, un appartamento nell’Upper East Side, c’era un piccolo rospo verde di ceramica vicino al suo portatile.

    La statuetta era brutta, un po’ perché raffigurava un rospo con gli occhi sporgenti e un po’ perché era decisamente pacchiana, però Samantha ci teneva moltissimo. Il rospo aveva un sorriso enigmatico che l’affascinava, come se fosse a conoscenza di un segreto che a lei sfuggiva, o che non le era dato sapere.

    Inoltre, cosa ancora più importante, gliel’aveva regalata il suo migliore amico, Jack, che l’aveva vinta per lei alla pesca di beneficenza durante una fiera di paese, tanti anni prima.

    Per Samantha, il rospo era il simbolo di tutte le relazioni fallimentari che aveva avuto in quegli anni. Aveva baciato tanti rospi nella speranza che si tramutassero in principi, ma invano.

    Il Grande Amore, che aveva ispirato innumerevoli romanzi e canzoni, sembrava girarle alla larga. L’uomo che si era avvicinato di più al suo ideale d’amore era il Bastardo con la B maiuscola, come aveva ribattezzato Tony Shapiro. Al Bastardo aveva donato il suo cuore poco dopo il suo arrivo a New York ed era stato lui che aveva fatto crescere alla svelta l’ingenua ragazza di provincia che era un tempo, aprendole gli occhi.

    Il Bastardo era risultato sposatissimo, e con tre pargoli, per giunta. Samantha era uscita umiliata e distrutta da quella brutta esperienza, che però le era servita perché le aveva dato una lezione fondamentale: tutti gli uomini erano porci, altro che rospi!

    L’unica eccezione era Jack Turner. Lei e Jack erano cresciuti insieme a Rhinebeck, un paesino dello stato di New York. Jack era esasperante e testardo come un mulo, ma anche gentile e affettuoso.

    Quando erano alle superiori, Samantha aveva una cotta per lui e passava il tempo a struggersi segretamente per Jack. All’ultimo anno aveva anche sperato di poterlo conquistare, ma Jack aveva cominciato a frequentare Suzy Stedman e Samantha si era rassegnata a dover rinunciare ai suoi sogni d’amore. Non poteva competere con la bella ragazza pompon, che aveva una quinta di reggiseno contro la sua seconda scarsa. Samantha aveva finito per togliersi dalla mente tutti i suoi progetti di conquista e si era accontentata di essere la sua migliore amica.

    Alla sinistra del computer c’era un’altra statuetta di ceramica, a forma di mela rossa e lucente. Gliel’aveva regalata sua madre come portafortuna prima della sua partenza per New York, dove era decisa a sfondare come scrittrice. Alla base della statuina c’era una scritta: Cogli la Grande Mela!

    Samantha aveva preso la Grande Mela a morsi con gusto, nel tentativo di diventare un’affermata romanziera. Però, fino a quel momento, la polpa si era dimostrata ancora aspra e poco matura, con parecchi semi che le erano andati di traverso.

    Doveva ammettere di essere alla frutta.

    Scrivere un libro, ma ancor più finirlo, si era rivelato più difficile di quanto avesse pensato all’inizio, soprattutto perché Samantha era una perfezionista e ogni parola che scriveva era il risultato di un parto lungo e travagliato. C’era anche un altro piccolo problema non di poco conto, cioè il fatto che nessuna delle case editrici a cui aveva presentato la sua opera era interessata a un romanzo sentimentale dallo stile brillante e con un accenno di giallo, che aveva per protagoniste due arzille vecchiette e la nipote, che gestivano una pensione ed erano sospettate di omicidio perché erano state ritrovate delle ossa sepolte nel loro giardino.

    Quegli ignoranti degli editori non avevano mai sentito parlare di Arsenico e vecchi merletti, o avrebbero colto al volo l’occasione di pubblicare un romanzo altrettanto divertente e interessante.

    «Ti vedo impegnata... Hai intenzione di restartene lì seduta a guardare fuori dalla finestra tutto il giorno, oppure ti decidi a scrivere almeno qualche parola? Non hai una scadenza?»

    Con questa battuta, il suo coinquilino chiuse la porta. Samantha si voltò a guardarlo. Jack Turner la stava fissando. Alto e bello, Jack era così affascinante da sembrare finto. Sarebbe stato il Principe Azzurro ideale per qualsiasi donna.

    La stava guardando con un cipiglio severo, con l’atteggiamento da fratello maggiore che assumeva spesso nei suoi confronti, ma dal luccichio malizioso dei suoi occhi Samantha capì che stava scherzando.

    Jack le era stato di grande aiuto e l’aveva sostenuta quando Samantha aveva trovato finalmente il coraggio di trasferirsi a New York nonostante le veementi proteste di suo padre, un tipico genitore iperprotettivo che la considerava e l’avrebbe sempre considerata ancora una bambina. Senza Jack, Samantha non sarebbe mai riuscita a procurarsi una sistemazione decente dopo il suo fallimento.

    Era stato Jack a insistere affinché andasse a vivere da lui, togliendole la preoccupazione finanziaria di dover pagare l’affitto da sola o di avere degli sconosciuti per coinquilini. Lei e Jack abitavano insieme da sei anni e Samantha non si era mai pentita di aver accettato la sua offerta.

    «Credevo che facessi colazione con la tua Bunny, stamattina» borbottò.

    L’ultima conquista di Jack era l’ennesima copia di Barbie. A Jack piaceva un solo tipo di donna e tutte le sue ragazze avevano le stesse caratteristiche: seno prosperoso, cervello minuscolo o inesistente, capelli biondo platino, occhi azzurri e l’assoluta incapacità di parlare di qualsiasi argomento che non fosse la moda o l’estetica. Siccome Jack era un uomo restio a impegnarsi sentimentalmente, le sue replicanti di Barbie avevano tutti i requisiti per interessarlo per poco tempo e le poteva liquidare senza troppi rimpianti quando la storia prendeva una piega troppo seria, poiché trovava subito una sostituta identica alla precedente.

    «Come mai sei di ritorno così presto?» gli chiese. «Bunny non è un granché a letto?»

    Lui la guardò divertito, ma da vero gentiluomo non rispose. Si limitò a passarsi una mano tra i folti capelli scuri e sorrise.

    «Comunque oggi è domenica, nel caso tu abbia perso la cognizione del tempo. Posso anche non lavorare, se non mi va. Devo consegnare l’articolo la prossima settimana, perciò non mi assillare» insistette Samantha, giustificandosi.

    Lui si avvicinò e sollevò la mano facendole vedere una busta di carta da fornaio, che le fece dondolare sotto il naso, tentandola come il serpente aveva fatto con Eva. Purtroppo la mela offerta a Eva non aveva le stesse calorie dei croissant con cui Jack stava stuzzicando la sua golosità. La fragranza dei croissant caldi l’avvolse, facendole brontolare lo stomaco.

    Jack sorrise; sapeva che Samantha adorava paste, torte, biscotti e pasticcini, persino le merendine confezionate. Nonostante sostenesse di mangiare solo prodotti dietetici, era così golosa che ogni tanto trasgrediva. Non poteva resistere a nessun genere di dolci. Il cioccolato, poi... Be’, il cioccolato era una vera rovina, per la sua linea e per le sue tasche.

    Oltre a scrivere articoli per varie riviste, da giornalista e scrittrice freelance, Samantha lavorava mezza giornata in un caffè vicino a casa, dove beveva litri di cappuccino e latte macchiato, oltre a divorare paste a volontà. Per fortuna non le detraevano dallo stipendio quello che consumava, altrimenti avrebbe dovuto lasciarlo per intero ai proprietari, ne era sicura.

    «Resta il fatto che hai una scadenza» puntualizzò Jack. «Però sarò magnanimo e ti concederò una pausa per fare colazione prima di rimetterti al lavoro con impegno.»

    Samantha fece una smorfia, si alzò dalla scrivania e si diresse in cucina, tallonata da Jack.

    «Hai comprato i croissant senza zucchero, quelli fatti con il dolcificante?» s’informò. «Sai che mangio solo prodotti dietetici.»

    Jack fece una risata incredula. «È una balla e lo sai bene. So che ieri hai mangiato quattro barrette di Mars, e non tentare di negarlo. Ho trovato gli incarti nel secchio della spazzatura. Quello che non capisco è come tu riesca a mangiare così tanti dolci e a restare magra. È un vero mistero.»

    Samantha si rendeva conto di essere una golosa senza speranza e di avere una vera e propria dipendenza dal cioccolato, però le dava fastidio ammettere di essere tanto ossessionata dal cibo.

    «Ho il metabolismo veloce, che posso dirti?» ribatté, facendo spallucce. «E comunque perché frugavi nella spazzatura? È da psicopatici. Tu non sei normale» lo accusò. Aveva nascosto gli involucri delle barrette in fondo al secchio, apposta per non farsi scoprire. Jack non avrebbe potuto trovarli a meno che non avesse rimestato nei rifiuti.

    «È semplice. Stavo cercando uno scontrino che avevo perso» le spiegò lui. «E comunque, per tornare al commento che hai fatto prima, Bunny a letto è fantastica. Peccato che non smetta mai di parlare» precisò.

    «Non puoi avere tutto dalla vita, Jack» sentenziò Samantha, strappandogli di mano il sacchetto. Tirato fuori un croissant, lo tagliò a metà, lo spalmò di marmellata di mirtilli e glielo porse, poi ne preparò un altro per sé. «Non c’è da stupirsi che tu non sia ancora sposato. Sei troppo schizzinoso.»

    «Senti chi parla!» esclamò Jack. «Trovi qualcosa da ridire su ogni ragazzo con cui esci. Non ti va bene nessuno! Chuck Simmons era simpatico, semplice, gentile e stravedeva per te, però l’hai liquidato senza tanti complimenti.»

    «Chuck puzzava di sudore. Forse tu non l’hai mai notato, ma ti assicuro che nell’intimità era insopportabile» gli rivelò con aria disgustata. «Mettere una mascherina chirurgica sul viso sarebbe stato l’unico modo per poter andare a letto con lui.»

    Samantha non era un tipo schizzinoso, ma non sopportava l’odore di sudore. Trovarsi con la testa contro la spalla di Chuck Simmons, a diretto contatto con la sua ascella, era come farsi abbracciare da una puzzola in calore.

    Jack rise. «Visto che non mi sembra carino portare una mascherina, avresti potuto suggerirgli con delicatezza di farsi una doccia. Magari farla insieme sarebbe stato un modo piacevole per indurlo a lavarsi di più...»

    «Non essere scemo! Chuck non è un tipo trascurato. Si lava, eccome, però evidentemente ha un problema di ghiandole sudoripare troppo esuberanti. Ma perché stiamo parlando di queste cose?» s’interruppe, stizzita. «La mia vita sentimentale non ti riguarda.»

    «Non è vero. Io sono il tuo migliore amico e tu puoi dirmi tutto» puntualizzò Jack. «Se non ci diciamo queste cose tra noi, con chi ci confidiamo?»

    Era vero; fra Samantha e Jack non c’erano segreti. Lei sapeva tutto delle donne con cui Jack andava a letto. Lui ricordava le date dei suoi cicli mestruali, anche perché gli era proprio impossibile non notare gli sbalzi d’umore, l’irritabilità e i dolori di Samantha in quei giorni. Vivere insieme era come essere sposati, ma senza tutte le complicazioni emotive e sentimentali che derivavano dal matrimonio. Insomma, della vita coniugale loro avevano il meglio ed evitavano il peggio.

    «Il fatto è che a volte m’imbarazza parlare di questioni tanto private e delicate con te» replicò Samantha. «Oltretutto tu non mi racconti tutti i particolari della tua vita amorosa.»

    In realtà anche Samantha aveva ben poco da raccontare. Incontrare uomini decenti a New York era come cercare un ago in un pagliaio smisurato.

    Jack diede un morso al croissant e masticò pensoso per qualche secondo. «Non ho una vita amorosa» la corresse poi. «Ho solo una vita sessuale. C’è una bella differenza.» Bevve un sorso di caffè, poi continuò: «A me sta bene così. Quasi tutte le donne che conosco mi annoiano. Parlano, parlano e non dicono nulla».

    «Perché la tua capacità di mantenere l’attenzione è pari a quella di un bambino di tre mesi. Forse un giorno, quando crescerai, imparerai ad apprezzare la complessità e la profondità della mente femminile e comincerai a uscire con qualcuna che abbia il cervello più grande delle tette» obiettò Samantha.

    Jack rise di cuore. Lei si sentì avvolgere dalla sua risata calda e confidenziale, che le riecheggiava nel cuore. Le piaceva da morire sentirlo ridere; aveva l’impressione che, quando Jack rideva, tra loro si instaurasse un clima di grande complicità affettuosa. Inoltre gli si formavano due fossette adorabili in mezzo alle guance.

    «Se sei così acida, non c’è da stupirsi che allontani tutti gli uomini che frequenti» osservò lui. «Li spaventi.»

    «Non è vero» protestò lei, pur sapendo che Jack aveva ragione.

    Aveva il brutto vizio di parlare senza pensare e di dire la sua opinione con schiettezza su tutto. A molti uomini dava immensamente fastidio, specialmente se i suoi commenti erano negativi, come capitava purtroppo di frequente.

    Non era colpa sua se era di gusti difficili e aveva obiettivi pretenziosi. Samantha voleva la perfezione e non si rassegnava ad avere niente di meno. Se non fosse stato così, sarebbe finita con qualcuno come Chuck. Ma lei non aveva alcuna intenzione di accontentarsi.

    Samantha aveva sperimentato sulla propria pelle che la sincerità non era una qualità molto apprezzata dagli uomini. Era sempre una questione di proporzioni e di corrispondenza tra parti anatomiche, aveva scoperto. Così come il cervello delle donne era indirettamente proporzionale alla grandezza del loro seno, così la presunzione e l’egocentrismo degli uomini aumentavano man mano che i loro attributi virili si rimpicciolivano.

    Anche Jack era un esempio della validità di quella teoria, visto che era sensibile, intelligente e per nulla egocentrico. Infatti la sua virilità era di tutto rispetto. Samantha l’aveva visto nudo per sbaglio una volta, perché si erano scontrati sulla porta del bagno mentre lei entrava e lui usciva dopo aver fatto la doccia. A Jack era caduto l’asciugamano che reggeva intorno ai fianchi e Samantha aveva potuto apprezzare le sue dimensioni ragguardevoli.

    «Se non fossi così tremendamente e insopportabilmente perfezionista, saresti molto più felice» la stava rimproverando lui, facendola riscuotere dai propri pensieri. «E, a proposito di pignoleria, non mi ha fatto per niente piacere vedere che mi hai foderato il cassetto della biancheria intima con la carta profumata al lillà» aggiunse, arricciando il naso con un’espressione disgustata. «Mi sembra di portare le mutande di mia nonna!»

    «Ingrato!» sbottò Samantha. «Se tu fossi sicuro della tua virilità non ti preoccuperesti di avere un profumo femminile. E poi a noi donne piace l’odore di lillà. Sono sicura che Bunny l’ha apprezzato moltissimo.»

    Jack sospirò e scosse la testa. «Per tornare alla tua vita sentimentale, tu rendi tutto troppo complicato. Dovresti lasciarti andare di più, non farti troppi problemi, accettare le situazioni come sono, come faccio io. Vedrai che così le cose che vuoi veramente ti arriveranno senza sforzarti. Prendi me, per esempio.»

    Samantha alzò gli occhi al cielo, poi lo fissò incredula. «Bugiardo che non sei altro» lo accusò. «Come pretendi che ti creda? Hai un lavoro che detesti, anche se guadagni una barca di soldi, e frequenti donne che hanno il quoziente intellettivo delle pietre. Non ti dice niente questo?»

    Jack aprì bocca per replicare, ma Samantha lo scacciò con un gesto del polso.

    «E ora vai via, su, togliti dai piedi. Devo lavorare.»

    «Ah, vedi che ho ragione? Finalmente lo ammetti che devi lavorare!» esclamò lui, trionfante.

    Samantha socchiuse le palpebre e lo guardò attraverso gli occhi ridotti a due fessure, come un felino che fissa la sua preda. «Non so perché siamo amici, Jack. Non abbiamo niente in comune. Inoltre tu sei estremamente irritante e fastidioso» sentenziò.

    Jack le fece un sorriso luminoso. «Se fossi convinto che dici sul serio, farei i bagagli e me ne andrei per sempre da questa casa» dichiarò. «Ah, aspetta! Ora che ci penso... Questa è casa mia, perciò non penso proprio di poterti accontentare. Ora, per quanto riguarda il tuo pessimo umore, o sei in piena sindrome premestruale o il tuo romanzo è stato respinto di nuovo. Quale delle due ho indovinato?»

    Samantha pensò che era sconcertante vivere con qualcuno che la conosceva meglio di quanto lei non conoscesse se stessa. Era decisamente riluttante ad ammettere davanti a Jack che aveva fallito l’ennesimo tentativo di farsi pubblicare.

    Avrebbe voluto risollevare la propria situazione finanziaria e contribuire maggiormente alla gestione domestica. Nonostante si occupasse praticamente da sola della cucina, delle pulizie e delle varie commissioni, Jack pagava quasi tutte le bollette. A lui stava bene così e, per il momento, Samantha non poteva permettersi di cambiare la situazione e offrirsi di dividere tutte le spese domestiche a metà. Però il suo obiettivo era quello di arrivare un giorno a guadagnare bene con i suoi libri.

    «Perché a tutti quegli stupidi editori non piace il mio romanzo?» si lamentò. «È migliore di una buona metà di quelli che vengono pubblicati. Tu hai detto che è carino. Perché nessuno la pensa come te?»

    Samantha si lasciò cadere sul divano ed emise un lungo sospiro sconsolato.

    La sua aspirazione era quella di diventare una scrittrice di successo, però per il momento le sue velleità letterarie restavano confinate nel reame dei sogni, anzi, dell’utopia. Forse avrebbe dovuto crearsi uno pseudonimo e ricominciare a bussare alla porta di tutte le case editrici che fino a quel momento non le avevano dato alcuna speranza.

    «Sto cominciando a pensare di non essere abbastanza brava» borbottò. «Non ho talento. Avrei dovuto accontentarmi di restare a vivere a Rhinebeck e occuparmi della fattoria come voleva mio padre.»

    Samantha sapeva che ai suoi genitori avrebbe fatto un immenso piacere averla vicina. Tuttavia il loro consiglio di lavorare nell’azienda agricola di famiglia, per quanto dato con il cuore e con le migliori intenzioni, l’aveva fatta sentire in trappola. Samantha non aveva potuto far altro che andarsene da casa per sfuggire a un futuro che le sembrava già segnato e vivere a modo suo.

    Jack si sedette accanto a lei sul divano e le prese la mano. «Non è vero, sai benissimo che sei brava a scrivere. A scuola eri la prima della classe e prendevi sempre il massimo dei voti» la consolò.

    Samantha pensò che essere una secchiona serviva ben poco a farsi notare quando si era adolescenti, visto che aveva il seno grande la metà di quello di Suzy, dietro a cui tutti i ragazzi sbavavano, compreso Jack...

    «Quello che mi hai fatto leggere mi è piaciuto, ma il romanzo non è finito» continuò lui. «Non hai pensato che avresti maggiori possibilità di venderlo a un editore se riuscissi una buona volta a terminarlo? Sono anni che ci lavori. Se fossi stata un po’ più determinata avresti potuto scrivere un’enciclopedia, ormai!»

    Il suo commento riuscì finalmente a farla sorridere. «La Samanthopedia... Non è affatto una cattiva idea, sai?»

    Lui le diede dei buffetti affettuosi su un ginocchio in segno d’incoraggiamento. «Non mollare. Ci sono ancora moltissime case editrici che non hai ancora contattato» la spronò.

    «Se consideri che ormai io e le segretarie editoriali di tutte le più grandi case editrici ci diamo del tu, capisci a che punto sono arrivata nei miei tentativi di farmi notare» sbuffò lei. «Sono patetica.»

    «No, sei solo insistente e tenace come un mastino napoletano» sorrise Jack.

    «Non mi sembra un difetto» obiettò Samantha. «Almeno non sono superficiale e non perdo interesse per le cose che mi stanno a cuore.»

    Jack si alzò dal divano. «Bene!» esclamò con foga. «Ora ti basta rivolgere la stessa tenacia e grinta al romanzo, in modo da finirlo. Nel frattempo, però, pensa a terminare l’articolo che devi consegnare. Obiettivi minimi, Sam, procedi per obiettivi minimi...»

    «Per essere uno che odia il suo capo dicendo che è dispotico, tu non mi sembri da meno, sai?» brontolò Samantha.

    «Può darsi, ma almeno non sono idiota come O’Leary. Quel bastardo egoista è la persona più avida e opportunista che io conosca.»

    Samantha sapeva che Jack non era contento del suo lavoro. Quando parlava del suo nuovo capo, si esprimeva sempre in termini tutt’altro che lusinghieri. Era frustrato e insoddisfatto, tanto che Samantha era convinta che avrebbe dovuto prendere dei provvedimenti drastici per migliorare la sua situazione lavorativa.

    «Dovresti prendere in seria considerazione la possibilità di metterti in proprio, Jack» gli suggerì. «Sei bravissimo. Ci sono pochi agenti immobiliari con il tuo talento e la tua abilità nel trattare con la gente. Secondo me è tutto merito del fatto che ti vengono spontanee le bugie» osservò con un sorriso scherzoso, che lui ricambiò.

    «Grazie della stima» replicò Jack. «Però il problema è proprio questo. O’Leary si sente minacciato e quindi mi costringe a fare degli orari impossibili per tenermi impegnato in ufficio. Le rare occasioni in cui mi dà un contatto, o non porta a niente oppure lo dirotta verso qualcun altro, che chiude il contratto al mio posto.»

    «Allora licenziati» lo consigliò Samantha. «Per quale motivo resti ancora lì? Non c’è niente che ti trattenga. Hai la tua autorizzazione d’intermediazione.»

    «È più facile a dirsi che a farsi. Come farò a far fronte ai pagamenti senza stipendio fisso?»

    «Sei il proprietario di diversi palazzi, compreso questo. Secondo me potresti benissimo mantenerti solo con quello che guadagni con gli affitti.»

    «Non è sufficiente. Devo avere una base più solida in banca prima di potermi mettere in proprio. New York è una città estremamente cara. Già solo l’ufficio mi costerebbe una fortuna, per non parlare delle varie licenze, le bollette di luce e telefono, i mobili, il personale... Devo continuare?»

    «Quando ero incerta se trasferirmi a New York per scrivere, sei stato proprio tu a incoraggiarmi» puntualizzò Samantha. «Perciò ora ti ripeterò le stesse parole che mi hai detto tu: Se non ci provi non saprai mai se sei in grado di farlo

    «E se non dovessi riuscirci? Non posso permettermi di fallire e ritrovarmi con il sedere per terra.»

    «Perché? Per colpa di tuo padre?» lo punzecchiò Samantha, scuotendo la testa. «Per quanto tempo ancora gli permetterai d’influenzare la tua vita e rovinartela?» esclamò con foga. «Tu non sei come lui. Tuo padre è un alcolizzato che non è mai riuscito a conservare un lavoro per più di due giorni in vita sua. Sei già un uomo migliore di quanto lui potrebbe mai aspirare a essere.»

    Nonostante le rassicurazioni di Samantha, lo sguardo di Jack si velò di dolore. «Vai a dirlo a mia madre» obiettò. «Lei non parla mai male di lui. Lo dipinge come un santo, invece che un fallito.»

    «Tua madre è rimasta attaccata ai ricordi di tuo padre com’era prima che cominciasse a bere. Perché non è stato sempre così, giusto?»

    «No. Ha cominciato a bere dopo la mia nascita» replicò Jack con amarezza. «Ti dice niente questo?»

    Jack aveva rapporti molto difficili con i genitori, specialmente con il padre. Da bambino era stato molto trascurato; nessuno s’interessava dei suoi bisogni, perché il padre dedicava tutta la sua attenzione alla bottiglia, e Charlotte Turner era impegnata a occuparsi di un marito alcolizzato che non l’amava, per cercare di tenere in piedi un matrimonio infelice.

    Jack aveva passato praticamente tutta l’infanzia a casa Brady. I genitori di Samantha avevano cercato di

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