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Una panchina per due (eLit)
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Una panchina per due (eLit)

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About this ebook

Ma perché capitano tutte a me?! Ellie Peters non può fare a meno di chiederselo, visto come sta andando la sua vita in quest'ultimo periodo. In fondo lei aspettava solo il principe azzurro per completare la sua vita perfetta, costituita da un lavoro importante presso una prestigiosa istituzione internazionale, un bell'appartamento a New York e un adorabilissimo cane. Invece sua madre, la Wonder Woman del pulito, minaccia di divorziare dal marito e si è trasferita a vivere da lei, e quel lavoro così ricco di soddisfazioni si sta trasformando in un incubo, da quando il suo ex fidanzato, che ha avuto la geniale idea di abbandonarla a un passo dall'altare, l'affascinante Michaels Deavers, è il suo nuovo capo. Ehi, lassù! Ora, però, basta! Ridatemi la mia eccitante vita da single! Anzi, meglio, mandatemi un fidanzato!
LanguageItaliano
PublisherHarperCollins Italia
Release dateFeb 1, 2022
ISBN9788830539068
Una panchina per due (eLit)
Author

Millie Criswell

Autrice americana con l'hobby della lettura, ha cominciato a scrivere romanzi dietro suggerimento del marito.

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    Una panchina per due (eLit) - Millie Criswell

    Copertina. «Una panchina per due» di Criswell Millie

    Immagine di copertina:

    MilanMarkovic / iStock / Getty Images Plus

    Titolo originale dell’edizione in lingua inglese:

    Body Language

    HQN Books

    © 2004 Millie Criswell

    Traduzione di Alessandra De Angelis

    Questa edizione è pubblicata per accordo con

    Harlequin Books S.A.

    Questa è un’opera di fantasia. Qualsiasi riferimento a fatti o

    persone della vita reale è puramente casuale.

    © 2006 Harlequin Mondadori S.p.A., Milano

    eBook ISBN 978-88-3053-906-8

    Frontespizio. «Una panchina per due» di Criswell Millie

    1

    Mai lasciare il proprio appartamento senza avere al dito l’anello di fidanzamento, o si finisce in mezzo a una strada. Letteralmente.

    Ellie Peters stava vivendo una crisi di mezz’età. In effetti, non era esattamente di mezz’età, visto che aveva solo trentadue anni, tre mesi e diciassette giorni, indipendentemente dai calcoli che avrebbe potuto fare Dante Alighieri. Come lui, si era ritrovata in una selva oscura, ma più che la diritta via lei aveva proprio perso la bussola. Il suo turbamento era più che giustificato, visto che quasi tutti i punti fermi della sua esistenza erano andati in fumo e ora non solo non aveva più progetti, ma neanche un tetto sulla testa.

    «Dobbiamo trovare un posto in cui vivere, Barn, e dobbiamo trovarlo alla svelta. Brian tornerà da Los Angeles la prossima settimana e prima di allora dovremo aver già traslocato.»

    In effetti quella scadenza non l’aveva imposta Brian; era stata una sua idea. Da perfetto imbecille qual era, Brian era stupidamente convinto di poter ancora sistemare le cose tra loro. Evidentemente aveva dimenticato l’affronto incancellabile che aveva fatto a Barnaby, chiamandolo scherzo della natura. Ellie non avrebbe mai potuto perdonarlo per averle consigliato di portarlo al canile municipale e lasciarcelo, solo perché aveva fatto pipì sui suoi mocassini di Prada.

    Era stato un incidente, ovvio. Per quanto intelligente, Barney non l’avrebbe mai fatto apposta, per sfregio contro quello spocchioso di Brian.

    Il bulldog di Ellie, che aveva un muso così brutto che solo sua madre avrebbe potuto trovarlo carino e sempre a patto che fosse cieca, commentò la notizia del loro sfratto imminente uggiolando e sbavando con scarsissima dignità. Evidentemente, grazie alla sua mostruosa intelligenza, pari solo alla sua bruttezza, aveva compreso che l’odio che l’ex di Ellie nutriva nei suoi confronti era il vero motivo della rottura tra Brian e la sua padrona, costringendola a cercarsi un altro posto in cui vivere.

    Ellie aveva dimostrato una scarsissima lungimiranza lasciando Brian senza prima trovare un alloggio, considerato che viveva a casa sua da sei mesi.

    «Non preoccuparti, Barnaby, ce la caveremo» lo rassicurò, dandogli dei buffetti affettuosi sulla testa. «Non temere, non ti abbandonerò mai. È più difficile trovare un bravo cane che un uomo decente. E poi Brian era veramente insopportabile.»

    Sospirò pensando che si era accorta troppo tardi delle fastidiose manie del suo ex. Quale uomo sano di mente usava il filo interdentale ogni volta che mangiava qualcosa? Ellie rabbrividì e fece una smorfia disgustata, sicura di aver preso la decisione giusta.

    Era molto, molto meglio trovare la forza di lasciare il proprio compagno invece di essere scaricata, tanto per cambiare.

    «E comunque staremo divinamente bene senza Brian» dichiarò facendo un sorriso al suo cane.

    Barnaby le leccò la mano per esprimere il suo entusiastico assenso, producendo una quantità spropositata di bava che Ellie si pulì sulla felpa dell’università di Georgetown, dove aveva studiato. Era la sua felpa portafortuna e la portava nei momenti critici della sua esistenza, quando riteneva di aver bisogno di una dose extra di buona sorte, come ora.

    Tornò a dedicare la sua attenzione agli annunci sul giornale. Gli appartamenti a New York erano assurdamente costosi. Il lavoro di Ellie, che era traduttrice alle Nazioni Unite, pur essendo ben pagato non era sufficiente per permetterle di affittare un’abitazione elegante come quella in cui viveva ora, a un tiro di schioppo da Central Park.

    Le dispiaceva moltissimo traslocare, anche per Barney, che adorava passeggiare nel parco, scorrazzare e rotolarsi sull’erba insieme ai suoi simili. Quanto a Ellie, amava altrettanto camminare per la Quinta Strada e girare per vetrine ad ammirare abiti e accessori che non si sarebbe mai potuta permettere.

    Ma guardare non costava niente e sognare era ancora meno costoso, anche se in quel caso era stata proprio lei ad affossare uno dei suoi sogni, quello di avere una relazione stabile e una vita comoda.

    Quanto a vita comoda, Brian non si privava di nulla. I gusti dell’avvocato Brian Pomeroy erano costosi: gli piacevano i vestiti firmati, gli orologi di marca, i ristoranti di lusso, tutte cose che si poteva permettere. Come socio dello studio legale Fields, Morgan e Pomeroy aveva un reddito che gli consentiva di soddisfare ogni suo capriccio.

    Per qualche tempo, Ellie era stata uno di quei capricci.

    Aveva tanti difetti, troppi per poterli elencare tutti, ma tra questi il più eclatante era la sua antipatia per i cani. Quale uomo degno di tale nome detestava i cani?, si disse Ellie con disapprovazione. Tuttavia non poteva negare che era sempre stato generoso con lei. Le aveva comprato bei gioielli, l’aveva portata a fare qualche viaggetto alle Bermuda per il fine settimana nonché all’opera... che Ellie detestava.

    Purtroppo il suo ex fidanzato era erroneamente convinto che il fatto che Ellie fosse italiana per metà e parlasse la lingua correntemente, oltre al francese e allo spagnolo, la rendesse automaticamente un’appassionata di opera.

    Ellie e Brian si erano conosciuti a una festa all’ambasciata italiana. Lui era attraente ed elegantissimo, lei era disperatamente sola, e la combinazione di questi due elementi aveva fatto scoccare la scintilla.

    Il loro era un tipico caso di opposti che si attraggono, perché non avevano quasi niente in comune. Le uniche cose che condividevano erano l’amore per la buona cucina, che li aveva condotti a provare molti ristoranti della città, e la passione per l’edizione domenicale del New York Times. A volte facevano insieme il cruciverba, ma finivano quasi sempre per litigare sulle soluzioni.

    Brian era convinto di essere un intellettuale perché conosceva il significato di parole come biforcazione, endogeno e subornazione. Come se a qualcuno potesse mai venire in mente di usare un termine come subornazione!

    Ellie si passò una mano sullo stomaco, avvertendo un vago senso di nausea. Sentì un rotolino che la preoccupò e sollevò un lembo della felpa per controllare lo spessore della piega adiposa. Grazie al fatto che lei e Brian erano due buone forchette, uno degli effetti nefasti della loro unione era qualche chilo in più, che Ellie aveva in mente di smaltire al più presto.

    Con una dieta ferrea e parecchia ginnastica si sarebbe rimessa in forma; era uno dei suoi buoni propositi per la nuova fase della sua esistenza che era appena iniziata, grazie a una serie di decisioni drastiche.

    Il suo programma comprendeva vari punti: trovare un appartamento vicino all’ufficio, elegante ma poco costoso, dimagrire e migliorare il proprio tono muscolare, senza per questo fare troppe rinunce alimentari o uccidersi su qualche macchina infernale in palestra, e infine trovare l’uomo della sua vita, che doveva non solo essere l’uomo giusto per lei, ma anche meraviglioso, aitante e sensibile. Aveva alle spalle troppe storie fallimentari per poter sbagliare di nuovo.

    Il suo programma di miglioramento fisico non comportava solo un male necessario come la palestra, ma anche una buona dose di ginnastica da camera, di cui sentiva decisamente la mancanza.

    Il suo ex era un asso in tribunale, ma sotto le lenzuola era noioso come un documentario sulla vita delle meduse. Pur conoscendo un sacco di paroloni, ignorava l’esatta posizione di parti fondamentali dell’anatomia femminile, oltre al loro esatto uso. Non avrebbe saputo trovare il punto G neanche con l’aiuto della segnaletica luminosa.

    Scuotendo la testa, Ellie cercò di cancellare tutti gli spiacevoli ricordi legati a Brian Pomeroy, nonostante fossero così tanti che per pulire il cervello avrebbe dovuto riformattarlo.

    Con un sospiro, si disse che avrebbe fatto meglio a pensare di meno e a rimboccarsi le maniche. Presa la cornetta, cominciò a comporre il primo numero sull’elenco di annunci relativi ad appartamenti da affittare.

    Prese diversi appuntamenti per visionare gli alloggi, sperando che tra loro ci fosse la sua futura dimora.

    «Forza, Barney» spronò il bulldog, prendendo il guinzaglio dopo aver composto l’ultimo numero. «Si va a caccia.»

    Qualche settimana dopo, Ellie era in ufficio e stava mangiando un panino con la collega Becky Morgan alla sua scrivania nel Dipartimento di Traduzione e Interpretariato presso la sede delle Nazioni Unite. Spesso pranzavano insieme o prendevano un caffè durante la pausa. Molte volte non uscivano nemmeno, data la continua mole di lavoro che avevano.

    «Allora, sei contenta del nuovo appartamento?» le chiese Becky con entusiasmo. «Sei fortunata ad aver trovato casa tanto vicino all’ufficio.»

    Ellie annuì e diede un morso al panino, continuando a leggere la traduzione sullo schermo del computer in cerca di eventuali errori di battitura. «Scusa, ma voglio dare un ultimo sguardo al testo e consegnarlo per l’approvazione di Moody» mormorò, senza staccare lo sguardo dalla schermata.

    Becky era interprete, mentre Ellie era traduttrice. Becky traduceva in simultanea: ascoltava in cuffia quello che diceva l’oratore e riportava simultaneamente il discorso nella lingua di destinazione. Invece Ellie traduceva i testi dei discorsi in un secondo momento, producendo i documenti scritti dei lavori dell’Assemblea generale.

    «Dicevi?» chiese infine a Becky, dopo aver salvato il file.

    «Ti ho chiesto se ti piace il nuovo appartamento» ripeté l’amica.

    «Moltissimo» annuì Ellie con aria soddisfatta, dando un altro morso al panino e cliccando sull’icona per stampare il documento. «È un palazzo abbastanza antico sulla Cinquantatreesima, in una discreta posizione. Le stanze sono ampie, c’è un caminetto e uno studio decente e poi non è molto lontano, per cui posso venire al lavoro a piedi. Un po’ di moto è quello che ci vuole, da abbinare al mio nuovo regime alimentare.»

    Che intendo iniziare ad adottare al più presto, precisò mentalmente. Magari uno di questi giorni...

    «Mi fa veramente piacere per te» commentò Becky con aria distratta.

    A Ellie non sfuggì l’espressione assente della collega. Era chiaro che qualcosa la preoccupava. «E tu? Tutto bene a casa?» s’informò.

    Becky era sposata con Ben e aveva un bambino di dieci mesi, Jonah.

    «Insomma...» sospirò l’amica scrollando le spalle. «Jonah ha avuto l’otite questo fine settimana. Ci siamo spaventati a morte perché gli si è alzata molto la temperatura, ma per fortuna ora sta bene.»

    «Meno male! Immagino che agitazione...» mormorò Ellie, impressionata, immedesimandosi nell’apprensione di Becky.

    Era affezionatissima a Jonah e ogni volta che faceva da babysitter all’adorabile cherubino sentiva il suo orologio biologico ticchettare distintamente, minaccioso come una bomba a orologeria.

    Sua madre sarebbe stata estremamente soddisfatta di saperlo. Rosemary Peters, la madre di Ellie, era italiana fino al midollo, non solo di nascita, ma anche per indole. Secondo i suoi standard, non ci si poteva considerare una vera donna a meno che non si sfornassero figli come conigli, non si fosse in grado di cucinare per venti persone con quello che si aveva in frigo e non si sapessero recitare i Dieci Comandamenti senza incepparsi.

    La madre di Ellie radunava in sé tutte le caratteristiche del più puro stereotipo di mamma italiana. Era devota al marito e alla famiglia, andava in chiesa regolarmente, tutte le domeniche, ed era una cuoca eccellente.

    Tradotto in termini pratici, ciò significava che non si faceva mai gli affari suoi e s’impicciava di tutto quello che succedeva a figli e parenti, da brava cattolica conosceva alla perfezione tutti i meccanismi dei sensi di colpa, che applicava senza remore per risvegliare nei figli la giusta percezione del concetto di peccato, ed etichettava invariabilmente come pelle e ossa tutti quelli che non erano sovrappeso di almeno cinque chili. Mangiare le torte al cioccolato di Rosemary Peters era un attentato all’indice glicemico ed era indicato solo nel periodo di sindrome premestruale, perché il contenuto di cioccolato era tale da consentire riserve di endorfine fino alla menopausa.

    «Notizie di tua madre?» le chiese Becky, quasi intuendo la direzione dei suoi pensieri. «È un po’ che non ne parli. Avete forse litigato?»

    «No, evito di parlarne perché secondo me ha le antenne. Appena faccio il suo nome, lei chiama. Non ho ancora capito se ha delle percezioni extrasensoriali. Tutto ciò che so è che se solo pronuncio il suo nome, o penso a lei, mia madre mi telefona.»

    Ellie era molto legata a sua madre e le voleva bene, ma era più che lieta della lontananza forzata, perché Rosemary abitava in Florida. Non averla vicino ogni giorno era un vero sollievo per Ellie. Non sarebbe mai riuscita a sopportarla quotidianamente. Doveva ancora smaltire troppi traumi accumulati durante la crescita.

    Rosemary Peters era un perfetto esempio di persona ossessivo-compulsiva. Era così ossessionata dalla pulizia da far sembrare Mastro Lindo un sudicio maiale pigro. Ellie aveva scoperto che sua madre portava sempre con sé in borsetta una bomboletta formato tascabile di Lysoform spray, non per difendersi da eventuali aggressori e spruzzarglielo sugli occhi, ma come coadiuvante nella sua quotidiana lotta a germi e batteri. Dove passava lei non cresceva più un microbo.

    Come figlia non sposata di un simile flagello della natura, Ellie aveva una vita durissima quando aveva a che fare con la madre.

    «Che avete deciso tu e Ben?» chiese a Becky per cambiare argomento. «Volete davvero comprarla quella casa a Long Island? Mi dispiacerebbe, perché non potrei più fare da babysitter a Jonah. Mi piace tanto stare con lui!»

    Ellie era dotata di uno spiccato istinto materno, che però aveva una durata limitata. Non sopravviveva alle tre, massimo quattro ore. Le piacevano moltissimo i bambini, ma era consapevole dei propri limiti.

    Becky rispose con una scrollata di spalle e un sospiro carico d’incertezza.

    «E poi sono sicura che, se vi trasferirete, sentirete la mancanza della vivacità del centro» insistette Ellie.

    L’amica annuì. Non sembrava affatto contenta della prospettiva di traslocare in periferia. «Ben vuole a tutti i costi avvicinarsi ai genitori. Dice che in centro l’ambiente non è adatto a favorire lo sviluppo dei bambini in maniera sana e che mancano le strutture adeguate ai bisogni dell’infanzia. Vuole crescere Jonah in un’atmosfera più normale, come dice lui, anche se non ho ancora capito cosa intenda per normale

    Ellie masticò un altro boccone, deplorando la mancanza di maionese, uno sforzo fatto in nome della dieta. Al suo scontento si aggiunse quello per il possibile allontanamento dell’amica. «Ci sono vantaggi e svantaggi in entrambi i posti» sentenziò saggiamente. «In periferia c’è più tranquillità, meno traffico e caos, ma non ci sono negozi, ristoranti e teatri.»

    «È quello che ho detto a Ben» concordò Becky. «Però lui mi ha promesso che torneremo spesso in città per mantenere un minimo di vita mondana.»

    La sua espressione scettica fece capire a Ellie che Becky non era molto convinta della buona volontà del marito a tornare a Manhattan per andare a cena fuori, al cinema, a teatro o a fare acquisti.

    Una volta avuto un assaggio dell’ambiente dei sobborghi, con i negozi di alimentari di quartiere e i viali alberati, di sicuro Ben non se ne sarebbe più staccato e Becky sarebbe stata relegata a scambiarsi ricette di torte con le vicine e andare a prendere i bambini a turno all’asilo.

    Davanti a una simile prospettiva, Ellie si ritenne fortunata nonostante tutti i suoi guai. Se fosse stata al posto dell’amica non sarebbe sopravvissuta a lungo, non sapendo fare torte né guidare. Ma la sua fortuna maggiore era quella di non avere accanto a sé un uomo che le dicesse cosa fare.

    In barba ai precetti di sua madre, Ellie era felice, perché stava riprendendo finalmente in mano le redini della sua vita.

    D’ora in poi, tutto ciò che la riguardava non avrebbe potuto fare altro che migliorare.

    2

    In caso di allarme rosso per imminente invasione aliena, occorre prontezza di riflessi per intraprendere un’adeguata manovra evasiva.

    Quando squillò il telefono, Ellie sentì lo stomaco che le si stringeva dolorosamente.

    «È mia madre, Barn» disse al bulldog. «Avverto un campo di energia negativa che mi circonda. Il telefono emana un’aura nera. Non la vedi?»

    Barney, accovacciato davanti al caminetto in mezzo a una marea di carta da imballaggio appallottolata, emise un guaito penoso e distolse lo sguardo.

    «Sì, sono perfettamente d’accordo con te. Però dobbiamo essere forti e coraggiosi» sospirò.

    «Pronto?» rispose.

    «Oh, Ellie, finalmente!» esclamò sua madre, come previsto. «Stavo pensando che non fossi a casa.»

    «Ciao, mamma. Stavo disfacendo le valigie. Puoi immaginare in quale caos sono immersa. Il mio appartamento è ancora tutto da sistemare, però mi piace. Sono sicura che mi ci troverò bene una volta che sarò riuscita a organizzarmi.»

    «Mi farebbe piacere vederlo» azzardò sua madre.

    Ellie drizzò le antenne. Non voleva assolutamente che sua madre venisse a trovarla. «Mi ci vorrà un po’ di tempo prima che sia abitabile» replicò, cercando di tamponare il pericolo. Un po’ di tempo era più o meno nell’ordine di uno o due anni..., si disse.

    Non era una figlia degenere. Il suo era solo un meccanismo di difesa, come un antivirus. Il proverbio diceva che l’ospite è come il pesce, perché dopo tre giorni puzza. Nel caso di sua madre, il tempo limite di permanenza senza causare in Ellie spiacevoli reazioni allergiche era di tre ore.

    «Ah, ma io sono una donna di poche pretese, lo sai» insistette sua madre.

    «Tu non hai idea!» protestò Ellie. «Al momento quest’appartamento è un vero cesso. Non ho abbastanza mobili per arredarlo come si deve e ho un solo letto, il mio.»

    Questa era la verità, si disse Ellie.

    «Che linguaggio!» esclamò sua madre in tono di rimprovero. «Una vera signora non usa quei termini.»

    Per calmare il brontolio dello stomaco, che scambiò per fame ma in realtà era probabilmente solo un attacco di nervosismo, Ellie aprì il frigorifero continuando a parlare con il telefono portatile.

    Si abbassò per perlustrarne l’interno, pensando che avrebbe fatto meglio a infilare la testa nel forno e farla finita, e agguantò l’alimento più commestibile che riuscì a individuare: un pezzo di formaggio ammuffito da un solo lato.

    Tenendo il telefono incastrato tra spalla e orecchio, tagliò il bordo verdognolo e diede un morso alla parte buona, sgranocchiando poi un cracker.

    Le visite di sua madre, che fossero reali o solo una minaccia, le provocavano un immediato aumento di peso. Sperava proprio che l’augusta genitrice non volesse venire a trovarla in un futuro imminente, perché era fermamente intenzionata a dimagrire... oltre che a mantenere la sua salute mentale.

    «Come sta papà?» chiese a Rosemary, con la bocca piena, pentendosene subito per l’immancabile commento che arrivò inevitabilmente una frazione di secondo dopo.

    «Ellie, non parlare mentre mangi» la rimproverò sua madre. «È maleducazione, oltre al fatto che puoi strozzarti.»

    «È vero, scusa» farfugliò lei inghiottendo in fretta. «Allora, come sta papà? Tutto bene al lavoro?»

    Theodore Peters, per gli amici Ted, faceva il commercialista in uno studio. A marzo e aprile era immerso nel lavoro come un pazzo, ma per il resto dell’anno aveva un ritmo di lavoro abbastanza tranquillo, perché teneva la contabilità delle stesse ditte ormai da venticinque anni.

    «Quando non dorme, passa ogni attimo della giornata al computer. È costantemente collegato a Internet. Secondo me gli fa male stare sempre a pestare su quella maledetta tastiera. Sta diventando un eremita. Fa vita da recluso e io sto impazzendo. Ti rendi conto che siamo in Florida da cinque anni e non sono mai stata al mare, neanche una volta? Le mie amiche non fanno altro che criticare tuo padre, specialmente Estelle Romano» si lagnò Rosemary.

    «Se vuoi andare in spiaggia, perché non ci vai da sola?» le suggerì Ellie.

    «E che gusto c’è?» replicò sua madre.

    Ellie avvertì l’agitazione del suo tono e la cosa la preoccupò. Di solito Rosemary era perfettamente padrona di sé e delle sue reazioni. Non si perdeva mai d’animo e assumeva il controllo della situazione in ogni circostanza. La sua propensione a gestire la vita altrui era soffocante, ma sentirla perplessa, quasi smarrita, sconcertò Ellie perché non ci era abituata.

    «Cerca di calmarti e di considerare la cosa con razionalità, mamma» le consigliò, conciliante. «Sai che papà è un tipo tranquillo, un vero pantofolaio. Se ha scoperto Internet, è naturale che ne sia attratto. Molte persone hanno abbandonato la televisione per passare il loro tempo libero online

    «Per me non è affatto salutare. Stare così tanto tempo davanti allo schermo lo rimbecillisce e gli fa male agli occhi. Ha bisogno di muoversi, di fare regolarmente attività fisica, di stare all’aria aperta. Ormai l’età è quella che è. Mi sono accorta che gli è venuta anche una bella pancetta. Ho notato che fa fatica persino ad allacciarsi le scarpe.»

    Ellie buttò il pezzo di formaggio rimasto nella spazzatura e si diede dei colpetti al girovita per saggiarne la consistenza. «È vero» concordò. «Anch’io passo tutto il giorno davanti al computer e ho notato che dovrei perdere qualche chilo.»

    «Scherzi? Sei tutta pelle e ossa!» inorridì la madre. «Perché dovresti dimagrire? Gli uomini non vogliono mica andare a letto con uno scheletro. A loro piace sentire la carne morbida.»

    La parola dieta non rientrava nel vocabolario di una mamma italoamericana, a meno che non facesse parte del piano di vendetta nei confronti di un marito fedifrago. Ma un’altra caratteristica della Mamma con la M maiuscola era quella di avere sempre pronta l’eccezione a ogni regola.

    «Io sono tutto tranne che uno scheletro, te l’assicuro» replicò Ellie. «Gli scheletri non hanno la cellulite, io sì. E comunque, visto che non c’è nessun uomo nel mio letto in questo periodo, la tua obiezione non mi riguarda direttamente.»

    «Ti prego, non parlarmi della tua vita sessuale. Non voglio saperne niente, è troppo imbarazzante!» la redarguì sua madre.

    Ellie alzò gli occhi al cielo, imponendosi di essere paziente. «Sei stata tu a tirare in ballo l’argomento. In ogni caso non sono più una ragazzina. Dovrebbe esserti chiaro che vado a letto con gli uomini.»

    «Almeno non ci vai con le donne» borbottò Rosemary. «Dovrei ringraziare il cielo per questo. Voi ragazze moderne siete senza morale.»

    «Considerato che non mi drogo e non mi prostituisco, la tua gratitudine nei confronti dell’Altissimo dovrebbe essere doppia, anzi, tripla.»

    «Non essere insolente, Ellie» la rimproverò Rosemary. «Dovresti portare maggiore rispetto alla tua vecchia madre» sentenziò con sussiego.

    Rispetto era un’altra delle sue parole preferite. Rosemary si considerava una specie di madre superiora, degna della sottomissione suprema che lei destinava esclusivamente alla figura del Papa.

    Probabilmente le sarebbe piaciuto vedere i suoi familiari genuflettersi ai suoi piedi, però aveva avuto la decenza di non pretenderlo ancora.

    «Dai, rilassati, mamma!» esclamò Ellie. «Stavo scherzando. Dovresti imparare a riconoscere una battuta.»

    «Sì, scusa, tesoro, hai ragione. Ultimamente sono un po’ nervosa. Tuo padre mi dà molto da pensare.»

    «Non preoccuparti per lui. Ha le sue stranezze. Lo conosci da trentacinque anni. Perché proprio adesso dovresti trovare insolito il suo comportamento?»

    «Perché mi sembra diverso. Non riesco a capire esattamente in che modo, ma c’è qualcosa che non va, lo

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