About this ebook
Susan Meier
Americana dell'Iowa, riesce a conciliare i suoi interessi con la famiglia e l'attività di scrittrice.
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Book preview
Una famiglia per il milionario - Susan Meier
Titolo originale dell’edizione in lingua inglese:
The Tycoon’s Secret Daughter
Harlequin Mills & Boon Romance
© 2012 Linda Susan Meier
Traduzione di Carlotta Picasso
Questa edizione è pubblicata per accordo con
Harlequin Books S.A.
Questa è un’opera di fantasia. Qualsiasi riferimento a fatti o
persone della vita reale è puramente casuale.
Harmony è un marchio registrato di proprietà
HarperCollins Italia S.p.A. All Rights Reserved.
© 2013 Harlequin Mondadori S.p.A., Milano
eBook ISBN 978-88-3053-621-0
Frontespizio. «Una famiglia per il milionario» di Meier Susan1
Le porte dell’ascensore del Mercy General Hospital si chiusero alle sue spalle. Max Montgomery stava raggiungendo la vetrata d’ingresso quando notò uscire dalla caffetteria di fronte una donna che assomigliava moltissimo alla sua ex moglie.
Minuta come Kate, indossava un paio di jeans blu e una maglietta a fiori. I capelli folti, color miele, le scendevano sulle spalle e ondeggiavano a ogni passo. Sembrava davvero lei.
Scosse la testa, si stropicciò gli occhi e fissò di nuovo quella donna. Non può essere Kate, tentò di convincersi.
Erano trascorsi otto anni da quando sua moglie era andata via da Pine Ward, Pennsylvania, e lui non la vedeva da allora. Kate gli aveva fatto recapitare la richiesta di divorzio tramite l’avvocato e non aveva mai risposto alle lettere che le aveva inviato all’indirizzo dei suoi genitori. Per quanto ne sapeva, lei non aveva più rimesso piede a Pine Ward, nemmeno per andare a trovare i suoi o per trascorrervi le vacanze.
Quella donna non poteva essere lei.
Deciso a uscire dall’ospedale, si fermò dopo aver percorso un brevissimo tratto. La sua presunta ex moglie aveva raggiunto l’ascensore dal quale lui era appena sceso. Gli voltava le spalle e non riuscì a scorgerle il viso, ma la sensazione che provò lo scosse. Per quanto fosse inspiegabile gli era sempre accaduto di avvertire una strana sensazione in sua presenza, una specie di vibrazione quando lei era nei paraggi.
Con cautela, avanzò verso di lei, poi si arrestò.
Se fosse stata davvero Kate, perché avrebbe voluto rivederlo? E che cosa le avrebbe potuto dire? Scusa, mi dispiace, ho mandato a rotoli il nostro matrimonio, ma adesso sono cambiato?
Magari non sarebbe stata una cattiva idea. Aveva già chiesto scusa a tutte le persone con le quali si era comportato male, tranne alla sua ex moglie, colei che le meritava più di chiunque altro.
Se quella ragazza non fosse stata Kate, avrebbe detto di averla confusa per un’altra e sarebbe tornato sui suoi passi. Un semplice scambio di persona.
Inspirò a fondo e avanzò, accorciando la distanza che li separava. A un passo da lei, allungò un braccio e le sfiorò una spalla.
La ragazza si voltò.
Max la fissò, immobile.
Era davvero Kate.
Tornò indietro con la memoria al giorno in cui l’aveva vista per la prima volta a casa di amici, durante una festa in piscina con un bikini verde dello stesso colore dei suoi occhi, ma meno lucente. Una ragazza attraente, dal fascino sottile, intrigante e dolce, spiritosa e spigliata, e lui si era lasciato conquistare senza difficoltà... Era stata sufficiente una breve conversazione per fargli dimenticare tutte le donne che aveva conosciuto in passato. Un incontro così folgorante non gli era mai capitato.
Con le gambe come blocchi di cemento, la gola in fiamme e i polmoni senz’aria, Max continuò a fissarla in silenzio.
Kate impiegò qualche secondo prima di essere certa che fosse il suo ex marito e l’espressione sul suo viso tradì un certo sgomento.
«Max! Sei tu? Che cosa ci fai qui?»
«Kate» mormorò, schiarendosi la gola.
Il suono della sua voce gli aveva riportato alla mente tanti momenti trascorsi insieme: la notte in piscina passata a chiacchierare fino all’alba, il primo bacio, la prima volta che avevano fatto l’amore, il giorno del loro matrimonio...
Erano stati una bella coppia, si erano amati follemente e lui aveva rovinato tutto per colpa della bottiglia, di quel bere senza ritegno qualsiasi cosa a qualsiasi ora.
A disagio, lei ondeggiò sulla punta dei piedi, stringendo una tazza di caffè tra le mani. «Io... non mi aspettavo d’incontrarti. Devo portare il caffè a mia madre. Mi sta aspettando.»
«Tua madre è ricoverata qui?» domandò lui subito allarmato.
«No, no. Lei sta bene. Si tratta di mio padre...» spiegò Kate, guardandosi intorno con fare nervoso. «Ha avuto un ictus.»
«Mi dispiace.»
«Adesso sta meglio. La prognosi è buona. Però scusami... devo andare. Mi stanno aspettando.»
Max non la trattenne. Era un altro dei tanti momenti peggiori della sua vita. In una situazione simile otto anni prima Kate avrebbe cercato il suo conforto, il suo appoggio, invece adesso non tollerava nemmeno la sua presenza. Come poteva biasimarla dopo quello che aveva fatto?
Non poteva sapere che era cambiato, che aveva smesso di bere e che non toccava un goccio d’alcol da sette anni ormai. Per tutto quel tempo aveva frequentato l’associazione degli Alcolisti Anonimi e con il supporto dei partecipanti e la condivisione delle esperienze reciproche era riuscito a smettere di bere. Sobrio e non più vittima degli alcolici, aveva finalmente compreso il valore di quello che aveva perso. Seguendo il programma dei dodici passi, che non era stato altro che un percorso spirituale, aveva compreso le sue colpe, si era assunto le proprie responsabilità e affrontato i suoi disagi, tornando a una vita normale, libera dal vizio.
L’arrivo dell’ascensore fu annunciato da un suono acuto e un istante prima che le porte si schiudessero, Max trattenne Kate per un braccio. Una scossa elettrica gli attraversò la spalla, scese lungo la schiena e arrivò alle gambe.
I loro sguardi s’incrociarono e lui deglutì impacciato. Dio, quanto aveva amato quella donna!
«Io... io... devo andare...» balbettò lei.
«Sì, lo so. Concedimi un minuto soltanto.»
Un gruppo di medici in camice bianco e di infermieri uscì dall’ascensore e lei li osservò incapace di dissimulare la sua agitazione.
Max provò pena per se stesso.
Kate non sopportava nemmeno l’idea di essere vista in sua compagnia. Ripensò alle innumerevoli volte in cui l’aveva messa in imbarazzo e l’aveva delusa, e non poté darle torto.
Ma quel tempo era passato e lui era andato avanti.
Con una lieve pressione della mano sulla schiena, l’allontanò dall’ascensore. «Devo chiederti scusa» mormorò.
Lei lo scrutò confusa. «Devi?»
«Sì, fa parte del programma.»
«Ah, sì. I dodici passi» ricordò lei.
«Sì.»
Kate socchiuse gli occhi e lo guardò in modo diverso. «Sei guarito» disse con un filo di voce. «Ormai non bevi più.»
La sua era un’affermazione, non una domanda e Max l’apprezzò. Sorrise con malinconia, pensando alle volte che avrebbe voluto chiederle perdono e non lo aveva fatto.
«Sì, hai ragione. Non bevo da tanto tempo ormai.»
«Sono molto contenta per te» aggiunse lei con dolcezza.
«Anch’io» replicò Max, respirando dopo aver trattenuto il fiato per dei minuti interi. «Sono felice di essere uscito dal tunnel.»
Lei gli mostrò la tazza di caffè che stringeva nelle mani. «Devo portarla a mia madre prima che si raffreddi» ripeté, invitandolo a lasciarla andare.
Il dolore arrivò improvviso, come un proiettile nella schiena. Un tempo Kate era stata la sua donna, la sua amante, la sua amica. Sua moglie. Lui l’aveva amata follemente, ricambiato, ma non era stato capace di preservare quell’amore. Troppo debole per vincere il vizio del bere, aveva finito per allontanarla e alla fine l’aveva persa, per sempre.
Smettila di focalizzarti sul passato. Pensa al futuro.
«Sì, hai ragione. Scusa se ti ho trattenuta» mormorò, arretrando di un passo.
Di nuovo lo squillo acuto che annunciava l’arrivo dell’ascensore. Kate si voltò per entrare, ma fu travolta da una bambina che usciva dalle porte.
«Mamma! La nonna mi ha mandato a cercarti. Pensa che tu sia andata a preparare il caffè a casa.»
Il volto di Max si trasformò per lo shock. Era possibile che quella creatura fosse sua figlia?
«E lei chi è?» domandò sconvolto.
Kate avvolse le spalle della piccola con un braccio, in un gesto protettivo. «Lei è Trisha.»
«Sarebbe il diminutivo di Patricia?» riuscì a dire, nonostante avesse la lingua incollata al palato. Patricia era il nome di sua nonna.
Gli occhi di Kate s’inumidirono mentre tentava di sorridere. «Sì» confermò.
Max deglutì. Aveva una figlia e lei gliela aveva nascosta per tutti quegli anni. Fissò la bambina, travolto da un’ondata di emozioni, un misto di stupore, di nostalgia, di curiosità, di orgoglio. Avrebbe voluto toccarla, stringerla, accarezzarla...
Kate e Max si studiarono a lungo, in silenzio, scambiandosi delle occhiate cariche di significato. Perché non gli aveva fatto sapere che sarebbe diventato padre?
Per fortuna il buon senso prevalse sulla rabbia e non fece domande, limitandosi a sorridere in modo automatico.
Quella creatura bella e innocente meritava di essere protetta.
Kate avrebbe voluto prendere sua figlia in braccio e correre lontano, ma non perché avesse paura di Max. Quando non beveva era un ragazzo adorabile e in quel momento non rappresentava di certo una minaccia. Aveva capito subito, dal primo sguardo davanti all’ascensore, che non beveva da molto tempo e che era riuscito a combattere quel maledetto vizio che aveva rovinato le loro vite. Probabilmente adesso era un uomo nuovo, più consapevole e responsabile.
Per fortuna non era mai stato violento nei suoi confronti, persino nei momenti in cui il livello di alcol nel sangue era dieci volte superiore a quello tollerato dalla legge. Aveva urlato, lanciato gli oggetti che gli erano capitati a tiro, rotto vetrate, ma non aveva mai osato alzare un dito contro di lei. La notte che Kate aveva deciso di lasciarlo e di non dirgli che aspettava un bambino, Max aveva esagerato, gettando il televisore fuori dalla finestra. In quelle condizioni, lei non si era sentita di portare avanti la gravidanza, restando al suo fianco.
Tuttavia non avrebbe potuto lasciarlo e basta. Max era molto ricco e la sua famiglia era una delle più importanti della zona. Lui avrebbe preteso di andare a trovare il bambino e lei non avrebbe potuto impedirglielo. Era un suo diritto. Ma se si fosse messo alla guida ubriaco, portandosi dietro il figlio... avrebbe potuto ucciderlo.
Nessun giudice lo avrebbe incriminato perché chiunque in città doveva la propria elezione alla famiglia Montgomery.
Quella drammatica notte, rendendosi conto che Max diventava ogni giorno più ingestibile, Kate aveva deciso di scomparire dalla circolazione, di volatilizzarsi, di far perdere le proprie tracce.
Con quei ricordi dolorosi nella testa, si avvicinò all’ascensore, tenendo per mano la figlia. «Adesso dobbiamo andare, tesoro.»
Max indugiò, lasciando scivolare lo sguardo su Trisha. «Sì, andate. Altrimenti la nonna verrà a cercarvi.»
Kate si affrettò a salire sull’ascensore e sospirò di
