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Barbara Dunlop
Tra le autrici più note e amate dal pubblico italiano.
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Book preview
Rivalità all'altare - Barbara Dunlop
Titolo originale dell’edizione in lingua inglese:
Reunited With The Lassiter Bride
Harlequin Desire
© 2014 Harlequin Books S.A.
Traduzione di Rita Pierangeli
Questa edizione è pubblicata per accordo con
Harlequin Books S.A.
Questa è un’opera di fantasia. Qualsiasi riferimento a fatti o
persone della vita reale è puramente casuale.
Harmony è un marchio registrato di proprietà
HarperCollins Italia S.p.A. All Rights Reserved.
© 2015 Harlequin Mondadori S.p.A., Milano
eBook ISBN 978-88-3053-143-7
Frontespizio. «Rivalità all'altare (I Lassiter - Vol. 6)» di Dunlop Barbara1
C’erano giorni, come quello, in cui Evan McCain desiderava di non aver mai conosciuto la famiglia Lassiter. Grazie a J.D. Lassiter, a trentaquattro anni la sua vita professionale stava iniziando da capo.
Aprì la porta dell’edificio, sede dei suoi uffici deserti, a Santa Monica. Avrebbe dovuto venderlo due anni prima, dopo che si era trasferito a Pasadena, ma si trovava a un solo isolato dalla spiaggia ed era un ottimo investimento. Visto com’erano andate le cose, era molto contento di averlo tenuto.
Non aveva nessuna intenzione di toccare il denaro che J.D. gli aveva lasciato nel testamento. A Evan sembrava una ricompensa per la sua involontaria partecipazione al complicato complotto escogitato da J.D. per mettere alla prova la figlia Angelica, sua ex fidanzata. Lei l’aveva superata, dimostrando di saper conciliare il lavoro con la vita privata, e aveva sostituito Evan al comando della Lassiter. Tuttavia così facendo aveva messo la parola fine alla loro relazione e all’incarico che Evan ricopriva nell’azienda.
Lasciò cadere la valigia nell’atrio, accese le luci e si avvicinò al banco per controllare il telefono. Ricevette il segnale di libero e cancellò, mentalmente, due problemi da risolvere. Aveva l’elettricità ed era collegato con il mondo esterno. Erano due elementi fondamentali.
Le veneziane della porta a vetri sbatacchiarono quando qualcuno l’aprì.
«Oh, la rovinosa caduta dei potenti.» Era la voce del suo amico di una vita, Deke Leamon.
Evan si voltò, stupito di vedere la sua figura stagliarsi nel vano della porta. «Cosa diavolo ci fai sulla costa ovest?»
Sorridendo, Deke lasciò cadere una sacca accanto alla valigia di Evan. Indossava jeans sbiaditi, una T-shirt dei Mets e un vecchio paio di scarpe da ginnastica. «Ce l’abbiamo fatta già una volta. Possiamo farcela di nuovo.»
Evan strinse la mano all’ex compagno di stanza al college. «Rifare cosa? Sul serio, perché non hai chiamato? E come sapevi che mi avresti trovato qui?»
«Una supposizione ben fondata» rispose Deke. «Ho pensato che ci sarebbero stati troppi ricordi a Pasadena. Questo mi sembrava il luogo giusto. Suppongo che, per un po’, abiterai di sopra?»
«Ottima supposizione» convenne Evan.
L’appartamento al piano di sopra era piccolo, ma si sarebbe adattato. Aveva bisogno di un cambiamento di scenario immediato e totale.
«Ho immaginato che potessi autocompatirti» proseguì Deke. «Così, ho pensato di passare da queste parti e prenderti a calci in quel posto.»
«Non mi sto compatendo» obiettò Evan.
Era così che andava la vita e, per quanto lo si desiderasse, non sarebbe cambiata. Era una dura lezione, ma aveva imparato molto tempo prima che era in grado di difendersi e sopravvivere. Per essere esatti aveva scoperto al suo diciassettesimo compleanno fino a dove arrivava la sua capacità di recupero.
«E tu non passi da queste parti per caso» concluse.
Ogni azione del suo amico era ponderata. Deke non faceva mai niente per istinto. In quel momento, l’oggetto delle sue riflessioni si lasciò cadere su una sedia e allungò le gambe.
«D’accordo, sono venuto qui di proposito.» Deke girò lo sguardo sullo spazio deserto. «Ho pensato che potevo darti una mano.»
Evan si appoggiò al banco della reception e alzò un sopracciglio con aria di sfida. «Dare una mano per fare cosa, esattamente?»
«Qualunque cosa occorra fare. Allora, qual è il piano? Da che parte si comincia?»
«I telefoni funzionano.» Rendendosi conto di avere ancora in mano il cordless, Evan lo posò.
«Un buon inizio. Hai qualche idea? Hai un sito web?»
Evan era commosso e divertito, sapendo cosa stava facendo l’amico. «La tua presenza non è necessaria.»
«Voglio essere qui. Ho lasciato Colby al comando della Tiger Tech. Gli ho detto che sarei tornato tra un mese, più o meno.»
Colby Payne, un giovane genio, era da due anni il braccio destro di Deke.
«È ridicolo.» Evan non intendeva permettere che Deke facesse quel genere di sacrificio. «Non ho bisogno della tua compassione. Anche se ti volessi qui, e non è così, hai un’azienda da dirigere.»
Alla ditta che Deke possedeva a Chicago si poteva trovare di tutto, dai biglietti d’invito computerizzati alle stampanti 3D. Aiutava innovatori in erba a trasformare le loro idee in prodotti commerciali.
Deke si strinse nelle spalle. «Mi stavo annoiando. È da due anni che non mi prendo una vacanza.»
«Vai a Parigi, o alle Hawaii.»
«Alle Hawaii finirei psicopatico.»
«Hai visto le foto turistiche, giusto? Il surf, la sabbia, le ragazze in bikini?»
«Ci sono ragazze in bikini anche qui a Santa Monica.»
«So badare a me stesso, Deke.»
Certo, era un brutto colpo perdere il lavoro alla Lassiter Media quando un codicillo del testamento di J.D. aveva dato il controllo alla sua ex fidanzata. Ma era già sulla strada giusta per riprendersi.
«Ti sei scordato quanto ci siamo divertiti?» chiese Deke. «Tu, io, Lex, rinchiusi in quello schifoso appartamento a Venice Beach, preoccupati di non riuscire a pagare i debiti mentre cercavamo di mettere in piedi un’attività?»
«Era divertente quando avevamo ventitré anni.»
«Lo sarà di nuovo.»
«Abbiamo fallito» fece notare Evan.
Invece di arricchirsi, loro tre avevano finito per prendere strade diverse. Deke si era dedicato alla tecnologia, Evan alla direzione aziendale, mentre Lex Baldwin stava facendo carriera nelle file della Asanti International, una catena di alberghi di lusso.
«Già, ma adesso siamo molto più in gamba.»
Evan non riuscì a trattenere una risata sarcastica. «Fino a prova contraria?»
«D’accordo, io sono più in gamba adesso.»
«Questa volta voglio fare da solo.»
A Evan era piaciuto lavorare con J.D. Lassiter.
Quell’uomo era un genio, ma era risultato essere anche un vecchio intrigante. Per J.D. la famiglia veniva sempre al primo posto, e dal momento che Evan non ne faceva parte, aveva fatto la fine del danno collaterale quando J.D. aveva deciso di mettere alla prova la lealtà della figlia.
Non che Evan biasimasse chi sosteneva la propria famiglia. Se ne avesse avuta una, l’avrebbe sostenuta nella buona e nella cattiva sorte. Ma non aveva né fratelli né sorelle, e i suoi genitori erano morti in un incidente d’auto il giorno in cui aveva compiuto diciassette anni.
Aveva progettato di avere figli con Angelica. Voleva una famiglia numerosa, così nessuno sarebbe mai stato da solo. Tuttavia appariva ovvio che, per il momento, non sarebbe successo.
«Io ti spalleggerò.»
«Non ne ho bisogno.»
«Tutti hanno bisogno di qualcuno.»
«Pensavo di avere Angie.» Appena ebbe pronunciato quelle parole, Evan se ne pentì.
«Ma non ce l’hai.»
«Lo so.»
A Evan, Angie era sembrata la donna dei suoi sogni. Lei, però, si era allontanata al primo segnale di guai, isolandosi, rifiutandosi di fidarsi di lui o della sua famiglia.
«Meglio averlo scoperto prima del matrimonio.»
«Certo» convenne Evan, perché era la cosa più facile da fare.
In cuor suo, non poteva evitare di chiedersi cosa sarebbe successo se J.D. fosse morto dopo le nozze. Se fosse stata sua moglie, Angie si sarebbe sforzata di fidarsi di lui?
«È uscita dalla tua vita, Evan.»
«Lo so.»
«Non hai l’aria di saperlo.»
«Me lo sono ficcato in testa. È finita. Mi trovo qui a Santa Monica perché è finita.»
Forse, un giorno, avrebbe trovato un’altra donna. Non che Evan riuscisse a immaginare quando, come o chi. Se Angie non era la donna della sua vita, non riusciva a immaginare quale lo fosse.
«Mi assicurerò che te lo ricordi» disse Deke, alzandosi e strofinandosi le mani. «D’accordo, per prima cosa, rimettiamo in piedi la tua attività. Quantomeno, i successi che hai ottenuto alla Lassiter faranno colpo su futuri clienti.»
«Ne resteranno impressionati.» Poteva darsi che alcuni sarebbero rimasti impressionati che lui se ne fosse andato.
Angelica Lassiter aveva bisogno di cominciare da capo. Se ci fosse stato un tasto per resettare la vita, l’avrebbe premuto.
Per lunghi mesi si era scontrata con la famiglia sul testamento del padre, solo per scoprire che J.D. aveva fin dall’inizio un piano per mettere alla prova la sua capacità di bilanciare il lavoro con la vita. Anche se, in un primo momento, era sembrato che l’avesse consegnato a Evan, alla fine le aveva dato esattamente quello che lei desiderava: il controllo della Lassiter Media. In realtà non era orgogliosa del modo in cui si era battuta per averlo. E non era orgogliosa del modo in cui aveva trattato Evan.
Era abbastanza pesante che avesse allontanato l’ex fidanzato mentre si batteva per la sua eredità, ma l’aveva anche accusato di mentirle, di tradirla e di cospirare per defraudarla di quello che le spettava. Si era sbagliata su tutto, e non c’era modo di tornare indietro.
«Signorina Lassiter?» L’assistente amministrativa apparve sulla porta della sala riunioni deserta.
«Sì, Becky.»
«I decoratori sono arrivati.»
Angelica raddrizzò le spalle e annuì con piglio deciso. «Grazie, Becky. Per favore, falli accomodare.»
Angelica sapeva che la decisione di rinnovare l’ultimo piano dell’edificio e di trasferire l’ufficio dell’amministratore delegato, avrebbe suscitato molte chiacchiere in seno all’azienda, d’altra parte sapeva anche che era la sua unica alternativa.
Forse, se il passaggio di poteri si fosse svolto senza scosse, avrebbe potuto trasferirsi direttamente nell’ufficio del padre. Dopotutto, prima della sua morte aveva retto il timone in tutto e per tutto. Tuttavia con il testamento che lasciava il controllo a Evan, il passaggio era stato tutt’altro che indolore. E adesso doveva lasciare la propria impronta sulla Lassiter Media, perciò aveva deciso di trasformare la sala riunioni dell’ultimo piano nel proprio ufficio e l’ufficio del padre in sala riunioni.
«Angelica.» Suzanne Smith entrò per prima, seguita dal suo socio, Boswell Cruz. «È bello rivederti.»
L’espressione e il tono di Suzanne erano professionali, ma non riusciva a nascondere del tutto la curiosità. In quegli ultimi mesi, i guai della famiglia Lassiter avevano tenuto banco sulla stampa. Angelica non poteva biasimarla se si chiedeva cos’altro sarebbe successo.
«Grazie per essere venuta con così poco preavviso» disse, andando loro incontro. «Salve, Boswell.»
«È un piacere rivederti, Angelica» la salutò lui.
«Dimmi come possiamo aiutarti» chiese Suzanne.
«Vorrei creare un nuovo ufficio. Per me. Proprio qui.»
Suzanne aspettò un momento, ma Angelica non aggiunse altro.
«D’accordo» dichiarò allora, girando lo sguardo sui pannelli di legno di faggio e sulle vetrate sui due lati della sala. «Ho sempre amato questo spazio.»
«La mattina c’è più luce» spiegò Angelica, ripetendo la scusa che aveva deciso di usare per giustificare il trasferimento.
«La luce è un’ottima cosa.»
«E l’ufficio di J.D. è più vicino alla zona reception, così sarà una sala riunioni più adatta.» Era un’altra scusa perfettamente plausibile, che non aveva niente a che vedere con il vero motivo che aveva spinto Angelica a quel cambio di destinazione.
Boswell stava già prendendo appunti.
«C’è qualcosa in particolare che vuoi conservare dell’ufficio di J.D.?» chiese Suzanne. «Mobili? Oggetti artistici?»
«Niente» rispose Angelica.
L’impercettibile smorfia di Suzanne tradì la sua sorpresa.
«Forse lo storico dipinto del Big Blue» si corresse Angelica. «Può decorare una parete della nuova sala riunioni.»
Il dipinto del ranch dei Lassiter era rimasto appeso per oltre dieci anni nell’ufficio di J.D. Trasferirlo avrebbe suscitato ancora più chiacchiere e illazioni sulla decisione di Angelica di spostare il suo ufficio del tredicesimo piano.
Non stava voltando le spalle alle sue radici. E, malgrado le supposizioni dei tabloid, aveva perdonato il padre. O, quantomeno, avrebbe finito per perdonarlo, anche se non subito. Da un punto di vista
