Le colpe del nero: Un pomeriggio di paura a Torino
By Gioele Urso
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Le colpe del nero - Gioele Urso
Come un orgasmo
Era stato semplice come incidere una fetta di carne cotta al sangue. Tranciare la gola di quella negretta era stato un gioco da ragazzi. Solo in quel momento, durante la quiete che segue la tempesta, si domandava da dove gli fosse arrivata quella forza a tratti disumana che aveva dato impulso al suo raptus omicida.
Sentiva ancora scorrere nelle vene l’esaltazione che l’aveva avvolto pochi minuti prima. L’adrenalina, ne era consapevole, non l’avrebbe abbandonato neppure alcune ore dopo, quando finalmente si sarebbe lasciato cadere tra le lenzuola e invano avrebbe cercato di prendere sonno. Si sarebbe girato e rigirato nel letto nell’inutile tentativo di trovare la posizione giusta per assecondare quella stanchezza che prima o poi lo avrebbe battuto, ma nell’attesa avrebbe fissato il soffitto ripercorrendo passo dopo passo e mossa dopo mossa il suo primo omicidio. Ma intanto doveva pensare alle cose pratiche. Libertango di Astor Piazzolla stava accompagnando i suoi lenti movimenti. Doveva contenersi, non doveva assecondare la frenesia che avrebbe potuto portarlo a commettere un errore. Chiuse il rubinetto e immerse completamente le mani nell’acqua calda e saponata alla ricerca dell’arma del delitto. Con i polpastrelli della mano sinistra trovò la lama, con quelli della mano destra il manico. Era un coltellaccio da cucina lungo una trentina di centimetri. Quando lo sollevò venne investito da un piacevole e confortante odore di limone. Con estrema attenzione cominciò a strofinarlo con una spugnetta metallica, centimetro per centimetro. Lo asciugò con uno strofinaccio. Mise quel pugnale improvvisato in controluce e controllò che non fosse rimasta alcuna traccia di sangue e nessun alone da rimuovere. Era soddisfatto. Lo strofinò ancora, per sicurezza, e lo ripose nel cassetto alto del mobile di fianco al lavello. Sapeva che la polizia aveva gli strumenti per rilevare tracce di sangue anche dopo mille lavaggi, ma non voleva disfarsi del suo trofeo. E poi, non sarebbero mai arrivati a lui.
Solo in quel momento si concesse il lusso di tirare il fiato, lasciando cadere il capo in basso e reggendosi con forza al bordo del lavandino. Riempì di nuovo i polmoni dell’odore del detersivo e buttò fuori tutta l’aria che aveva in corpo. Espirò piano, come quando goccia dopo goccia si riempie la tazzina con la giusta dose di sonnifero. Forse l’avrebbe preso, se l’attesa del sonno fosse diventata troppo lunga. Si fece confortare per qualche attimo dall’idea del tepore che la coperta di lana avrebbe emanato e sorrise. Inspirò e si voltò.
Alle sue spalle, abbandonati su una sedia, c’erano i suoi vestiti sporchi di sangue. Imbrattati come il grembiule di un macellaio, puzzavano di pioggia e di morte. Si ritrovò a osservare con lucidità quelle enormi chiazze scure constatando che «allora era tutto vero», che l’aveva fatto davvero, ed era stato piacevole almeno quanto un orgasmo. Aveva ucciso quella donna con lo stesso trasporto con il quale aveva già posseduto altri corpi.
Gli avambracci gli facevano male. Aveva dovuto battersi con vigore per contrastare la disperata lotta che la vita aveva combattuto, in quella carne. Quando durante la colluttazione aveva stretto tra le mani il seno della negretta aveva avuto anche un accenno di erezione. Si sorprese quando si rese conto che lo scontro fisico con quel corpo sodo e nervoso l’aveva eccitato. Proprio come durante un rapporto animalesco, aveva voluto dominarla, tenerla in pugno e poi finirla.
Afferrò i vestiti sporchi di sangue e li mise dentro un sacchetto della spesa, per smaltirli lontano, in qualche cassonetto di periferia. Avrebbe cancellato ogni traccia di quel delitto e dopo si sarebbe concesso il lusso di pensare con maggiore tranquillità al suo amplesso criminale, rivivendo ogni volta un assassinio differente. Chissà quante altre volte nella sua mente l’avrebbe posseduta e uccisa; chissà quante sfumature di quell’aggressione avrebbe potuto immaginare. Aveva ancora tra le narici il profumo di vaniglia del suo collo, misto con quello di erba bagnata dei giardini Ginzburg.
Una traccia di terra sul pavimento attirò la sua attenzione. Cancellare le tracce di quella notte dal suo appartamento sarebbe stato più difficile di quel che aveva previsto; cancellarle dalla sua memoria, invece, per il momento non era previsto. Prese uno straccio, preparò una bacinella d’acqua e candeggina e pulì il pavimento. All’improvviso si sentì oppresso da quelle quattro mura, sentiva il peso dell’ossigeno rarefatto. Aveva bisogno di respirare. Con gli ultimi ciuffi di tabacco che aveva in casa si girò una sigaretta che fumò sul balcone, in silenzio, osservando Torino in tutto il suo splendore.
Pioveva ancora. Le pozzanghere sui tetti piatti dei garage erano ancora bombardate con una certa frequenza dalle gocce di pioggia, mentre le automobili si lasciavano dietro un’evidente scia vaporosa.
Con ogni probabilità nessuno avrebbe trovato quel cadavere sgozzato fino alle prime luci del mattino, quando al parco sarebbero arrivati i volontari della festa della FIOM. Da quel momento in poi sarebbe partita la caccia all’uomo: i poliziotti avrebbero messo in campo ogni strumento per cercare d’individuare il responsabile di quel brutale assassinio; i giornalisti avrebbero origliato tra le stanze della questura in cerca di informazioni da raccontare; la gente si sarebbe sentita meno sicura tra le vie del proprio quartiere. Però, fino al sorgere del sole, lui poteva stare tranquillo, nessuno l’avrebbe disturbato.
Una brutta sorpresa
Quando Giacu fermò la sua vecchia Opel Kadett verde marino vicino al gazebo delle salamelle, era ancora buio. Più passavano gli anni e meno dormiva, il vecchio pensionato FIAT, per la gioia della moglie, che si lamentava in continuazione con amici e parenti del perché ogni mattina era costretta a svegliarsi almeno un paio d’ore prima di quando avrebbe voluto. Il marito non era mai riuscito a stare con le mani in mano e, pur impegnandosi per non fare chiasso, un po’ di casino lo faceva lo stesso: se c’era una tazza nel lavello, doveva lavarla; se qualcuno si era dimenticato una cartaccia sul tavolo, doveva metterla immediatamente dentro l’immondizia; se per caso la bottiglia dell’acqua era piena solo per metà, lui doveva prenderne una da aprire e doveva trovarle spazio dentro il frigo.
Per quella donna, i quindici giorni di festa FIOM erano una boccata d’ossigeno, perché il marito, una volta sveglio, si vestiva in fretta e se ne andava subito ai giardini Ginzburg lasciandole tutta la libertà di girarsi sull’altro fianco e riprendere il sonno.
Giacomo Sciandra, Giacu per compagni e colleghi, era una certezza. Quarant’anni in verniciatura e mai un difetto sulle sue carrozzerie. Non aveva mai dato un cambio turno in ritardo e mai aveva voltato le spalle a un compagno in difficoltà. Allo stesso modo, una volta andato in pensione, aveva agito con il sindacato. Era sempre il primo a mettersi a disposizione per i volantinaggi davanti alle fabbriche, sempre in prima fila durante il corteo del 1o maggio e sempre presente alla griglia delle salamelle nelle due settimane di festa del sindacato. «Senti che profumo di salciccia, Giacu è già al lavoro», commentavano i compagni arrivando al parco.
Anche quella mattina Giacu arrivò ai giardini di buon’ora. Erano circa le 7.30 quando spense il motore dell’auto e scese faticosamente per andare a prendere le borse della spesa che aveva sistemato dentro il cofano. «È tutto troppo bagnato», considerò in silenzio quando calpestò il terreno fradicio. Ed era anche normale, visto che aveva piovuto tutta la notte. Aveva smesso solo mezz’ora dopo che si era alzato. Alle 5.30 circa, si era affacciato alla finestra e aveva intravisto le gocce venire giù come raggi sottili e dritti nei coni di luce artificiale rilasciati dai lampioni dei viali sotto casa.
Giacu dovette fare tre viaggi per portare tutte le buste piene di spesa dall’automobile fino al tavolo vicino al frigorifero. Avrebbe dovuto sistemare tutto al fresco, per poi dare un’ordinata al casino che avevano lasciato i ragazzi della sera. Quello era il primo anno che il sindacato aveva deciso di organizzare un evento aperto praticamente ventiquattro ore su ventiquattro. Le casse dell’organizzazione piangevano, e servire pasti e colazioni era sempre un buon modo per mettere da parte qualche risorsa.
Quella mattina, però, c’era qualcosa di diverso in quel posto. Giacu era a disagio e non sapeva per quale motivo. Era come se lo stesse cogliendo l’inquietudine delle sensazioni irrazionali. Come quando sei certo che sta per accadere qualcosa di brutto a qualcuno che ami, ma non sai da che cosa nasca quella convinzione; o come quando quell’altro io che vive con te ha intuito che qualcosa non è al posto giusto, ma tu non lo sai ancora.
Si guardò attorno come alla ricerca di qualcuno, ma non vide nessuno; s’inchiodò sulle gambe immobilizzando ogni minimo gesto del corpo per ascoltare i rumori dei giardini, ma non sentì nulla, se non un’automobile passare in corso Moncalieri. Tutta colpa della suggestione e di quei libri di quello scrittore americano che aveva cominciato a leggere da qualche anno. Un pazzo che s’inventava storie truci e così ad alta tensione da essere elettrizzanti. Chissà da dove gli venivano quelle strane idee. Sua moglie una volta gli aveva ordinato di smetterla di leggere quelle cose, perché così facendo stava aprendo la porta di casa loro al Diavolo. Lui le aveva sorriso e aveva continuato la sua lettura.
Il vecchio sindacalista portò istintivamente la mano verso la tasca della giacca alla ricerca del suo pacchetto di Diana rosse morbide, e quando non lo trovò si ricordò il discorsetto che gli aveva fatto qualche giorno prima il medico. Adesso avrebbe potuto scrivere un manuale dal titolo I motivi del cuore per smettere di fumare, oppure no. Giacu ci stava provando a non fumare, perché la prospettiva di trovarsi da un momento all’altro per terra stroncato da un infarto non lo allettava affatto, ma accendersi una sigaretta era l’unico modo che conosceva per scrollarsi di dosso quell’inquietudine. Grazie a Dio, in macchina aveva lasciato un pacchetto per le emergenze.
Il parco era ancora immerso nel buio e Giacu non voleva correre il rischio, tornando all’automobile, di slogarsi una caviglia. Per terra c’erano radici ovunque e in fondo accendere la luce del gazebo per qualche minuto non sarebbe stata una grossa spesa. Quando schiacciò l’interruttore del generatore elettrico, l’intera area s’illuminò quasi a giorno, e il vecchio sindacalista tirò un sospiro di sollievo nel constatare che oltre a lui non c’era anima viva. La suggestione faceva proprio brutti scherzi.
A quel punto avrebbe potuto anche non fumarla, quella dannata sigaretta, ma ormai gli era venuta la voglia. Il pacchetto era nel cruscotto della Kadett, di fianco al libretto di circolazione e a un paio di occhiali da vista che teneva per le emergenze. Lo afferrò e ne tirò fuori una, cercò nella tasca destra dei pantaloni l’accendino, un mini BIC rosso. Accese e tirò dentro tutto il fumo che poté. Poi scese dalla macchina e solo in quel momento vide davanti a sé, vicino alla sponda del Po, il corpo senza vita di quella donna di colore. Giacu rimase senza fiato. La sigaretta cascò per terra. Con lentezza e a piccoli passi si avvicinò al cadavere. Vide la gola tranciata. Esortò calorosamente Dio
