Volevo scrivere una poesia, invece ho fatto una torta
By Grace Paley and Paolo Cognetti
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Questo libro presenta quarantuno poesie (finora quasi tutte inedite in Italia) che l'autrice scrisse nell'ultima parte della sua vita, trascorsa perlopiù nelle campagne del Vermont, fuori dalla brulicante, chiassosa New York in cui aveva ambientato la sua opera in prosa. Ma i temi e la sensibilità rimangono gli stessi: dialoghi domestici, bambini che diventano adulti, adulti che diventano anziani, la preoccupazione per la società, il femminismo, la famiglia, l'impegno politico e il pacifismo, a cui si aggiunge il rapporto con la natura, vibrante e appassionato come ogni relazione che l'autrice intesse con il mondo.
«Coraggiosa, combattiva, ironica, generosa, innamorata», così Paolo Cognetti nella sua prefazione definisce Grace Paley, una scrittrice dalla voce inconfondibile che unisce la profondità degli argomenti alla leggerezza nell'affrontarli e che, come succede con i veri classici, continua anche dopo la morte a sembrarci straordinariamente attuale.
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Volevo scrivere una poesia, invece ho fatto una torta - Grace Paley
[ 61 ]
Grace Paley
Volevo scrivere una poesia, invece ho fatto una torta
titoli originali: House: Some Instructions e Begin Again
traduzione di Paolo Cognetti e Isabella Zani
© Grace Paley, 1985, 1991, 1992, 2000 e 2001
Published in 2000 by Farrar, Straus and Giroux
Italian translation rights arranged through Vicki Satlow of The Agency srl.
Prefazione e traduzione di Paolo Cognetti
pubblicate in accordo con MalaTesta Lit. Ag., Milano.
© SUR, 2022
Tutti i diritti riservati
Edizioni SUR
viale della Piramide Cestia, 1/
C
• 00153 Roma
tel. 06.83982098
info@edizionisur.it • www.edizionisur.it
I edizione: gennaio 2022
ISBN 978-88-6998-315-3
Progetto grafico: Falcinelli & Co.
Grace Paley
Volevo scrivere una poesia,
invece ho fatto una torta
traduzione di Paolo Cognetti e Isabella Zani
prefazione di Paolo Cognetti
Prefazione
di Paolo Cognetti
È raro trovare, nella letteratura americana del Novecento, scrittori che si siano dedicati con la stessa passione alla narrativa e alla poesia. Per i miei percorsi di lettore, oltre a Grace Paley me ne vengono in mente un paio: Charles Bukowski e Raymond Carver. Benché diversissimi tra loro per temi, ambienti, stile, provenienza culturale, questi scrittori un legame ce l’hanno perché erano tutti dei bravi scrittori di racconti, e il racconto condivide con la poesia la rapidità, l’immediatezza, e anche la natura di frammento o di illuminazione. A Carver in particolare Grace Paley è accomunata da una serie di coincidenze: negli anni Ottanta furono considerati il padre e la madre del nuovo racconto americano, grazie a tre raccolte diventate dei libri di culto. Poi per la gioia dei loro editori, che li esortavano ad allungare il racconto fino alla forma più popolare del romanzo, entrambi si dedicarono a quella più impopolare della poesia, con una tale fedeltà, fino agli ultimi giorni di vita, da farci pensare che si sentissero, dentro di sé, più poeti che narratori (e infatti Carver così volle essere ricordato, sulla sua tomba: Poet, Short Story Writer, Essayist). Con Bukowski, Grace Paley ha piuttosto in comune il carattere: l’esuberanza, l’anticonformismo, l’ironia, l’idea della scrittura come luogo di libertà, l’insofferenza a ogni tipo di autorità sulla pagina e nella vita, e anche l’orecchio che le permetteva di registrare la musica del mondo. Le piaceva definirsi una story-listener, ascoltatrice di storie: prima ascoltare e poi riferire, era la sua idea del lavoro di scrittore. E con ciò fare della scrittura un atto politico, perché riferire è un dar voce a chi non ce l’ha: agli ebrei, alle donne, ai bambini, ai migranti – ai dimenticati e agli sconfitti delle guerre del nostro tempo. E infine agli sconfitti della guerra tra noi e il pianeta, che sono gli alberi e gli animali.
Ma agli alberi e agli animali Grace Paley sarebbe arrivata tardi, perché era nata a New York e per molto tempo fu la città il suo luogo di ascolto e di osservazione. Era l’ultima figlia di due ebrei ucraini perseguitati per motivi politici e fuggiti dalla Russia zarista nel 1905: un medico, sua moglie, più un fratello e una sorella maggiori e alcune zie che in casa avrebbero parlato sempre russo e yiddish, e inteso l’inglese come una lingua straniera faticosamente conquistata («le d e le t fra i denti il fischio delle s»). Si chiamavano Gutzeit, ma in America il cognome cambiò in Goodside, e Grace Goodside nacque americana e newyorkese nel 1922. Crebbe nel Bronx, un immenso quartiere popolare nell’epoca in cui l’immigrazione era ancora libera e a New York sbarcavano dall’Europa oltre mezzo milione di persone all’anno. Ebrei dell’est, russi, slavi, polacchi, italiani, oltre ai portoricani e agli afroamericani, questa l’umanità che Grace abitava e che avrebbe abitato le sue storie. Fu politicamente impegnata fin da studentessa e in casa dovette imparare a far sentire la sua voce («Va’ a dormire, tu e le tue idee comuniste», le dice la madre in un racconto, lasciandoci
