Solo fra le tue braccia: Harmony Collezione
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Nicolai è furibondo: nessuno ha mai osato voltargli le spalle, quindi se Rosa è convinta di potersene andare così, come se nulla fosse, si sbaglia di grosso! Soltanto lui può decidere quando sarà il momento di liberarla dal loro legame, se mai questo momento arriverà.
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Solo fra le tue braccia - Michelle Smart
Titolo originale dell’edizione in lingua inglese:
The Rings That Bind
Harlequin Mills & Boon Modern Romance
© 2013 Michelle Smart
Traduzione di Cornelia Scotti
Questa edizione è pubblicata per accordo con
Harlequin Books S.A.
Questa è un’opera di fantasia. Qualsiasi riferimento a fatti o
persone della vita reale è puramente casuale.
Harmony è un marchio registrato di proprietà
HarperCollins Italia S.p.A. All Rights Reserved.
© 2015 Harlequin Mondadori S.p.A., Milano
eBook ISBN 978-88-3052-780-5
Frontespizio. «Solo fra le tue braccia» di Smart Michelle1
Rosa Baranski sedeva al bancone della cucina mentre il caffè scendeva lentamente nella caraffa di vetro. Fissava le piastrelle di ardesia e pensava che aveva sempre detestato quel pavimento. Anche con il riscaldamento a pannelli, era sempre freddo.
Era incredibile pensare che una volta aveva abitato con altri quaranta bambini, e una quantità imprecisata di adulti, in una casa altrettanto grande di quella che oggi considerava la sua casa. Quella però era una casa accoglienza e nelle stanze non c’era mai un attimo di tregua, né di silenzio. Come l’aveva odiata quella casa! Quante volte aveva sognato di fuggire! Solo in seguito aveva scoperto quanto poteva essere terrificante il silenzio e devastante per l’anima la solitudine.
Erano passati vent’anni da allora, e per motivi del tutto differenti era arrivata alla dolorosa conclusione che doveva scappare di nuovo. Ora però aveva la possibilità di andarsene e basta.
Non senza prima aver parlato con Nico. Per quanto lo stomaco si attorcigliasse al solo pensiero, non poteva andarsene senza una spiegazione.
Per la centesima volta rilesse il messaggio che era arrivato sul cellulare e rabbrividì alle parole scarne che risaltavano sullo schermo. Era di suo fratello. L’aveva ricevuto una settimana prima e non riusciva a smettere di leggerlo. Era l’unico tangibile legame con lui.
Cambiò posizione per poter guardare fuori dalla finestra e provò un’emozione intensa nel veder arrivare l’elegante fuoriserie del marito.
Nicolai era a casa.
Ricordava bene la prima volta che lo aveva incontrato. Si era presentata nel suo ufficio per un colloquio per il ruolo di sua assistente temporanea, dato che la sua segretaria era appena andata in maternità, e si era ritrovata seduta in un’ampia sala d’aspetto insieme ad altre cinque candidate. Allora non aveva potuto evitare di notare che la donna che stava smistando gli appuntamenti si agitava ogni volta che andava a bussare alla sua porta.
Se anche la reputazione di Nico Baranski non lo avesse preceduto, sarebbe bastato vedere l’espressione delle candidate che uscivano dal suo ufficio dopo il colloquio, per finire in preda al panico. Una dopo l’altra lasciavano l’ufficio pallide come cenci. Una di loro addirittura ne era uscita in lacrime.
Rosa era stata l’ultima a entrare e a quel punto aveva i nervi a pezzi.
Nell’ufficio elegante e molto maschile, si era trovata di fronte a un grande corpo rigido dietro la scrivania di quercia massiccia e a uno sguardo fermo e imperscrutabile fisso su di lei.
Aveva capito subito che Nicolai Baranski non era affatto la personificazione dell’orco cattivo che la sua mente aveva costruito nell’ultima ora. Era invece un comune mortale.
Dalle proporzioni decisamente grandi, e dall’aspetto molto attraente, ma pur sempre un comune mortale.
Il suo sollievo era stato così intenso che si era rilassata del tutto.
Quando lui aveva iniziato a parlare in un russo molto veloce, lei aveva risposto senza battere ciglio a ogni sua frase.
Lui non era sembrato particolarmente colpito dalla sua padronanza della lingua. «Il suo curriculum dice che lei ha studiato russo all’università e che dopo la laurea ha trascorso un anno a San Pietroburgo, a lavorare per il Danask Group. Quindi è rientrata a Londra, alla sede inglese della società» disse lui, scartabellando tra un plico di fogli.
«È giusto.»
Lui aveva alzato la testa, e il verde brillante dei suoi occhi l’aveva trafitta.
«Le sue referenze sono eccellenti. È chiaro che è una collaboratrice molto apprezzata dal Danask Group. Perché vuole lasciarlo?»
«Sono arrivata al massimo delle mie possibilità di carriera e sto cercando una nuova sfida. Ho già presentato le mie dimissioni» aveva aggiunto, sapendo che quella posizione doveva essere coperta in fretta.
«Per quanti altri impieghi si è proposta?»
«Nessuno. Questo è l’unico che ho ritenuto adatto.»
«Si rende conto che dovrà viaggiare molto?»
«È uno dei motivi per cui mi sono candidata.» L’idea di fuggire da Londra era molto allettante.
«Le verrà spesso richiesto di lasciare la Gran Bretagna con un breve preavviso.»
«Non sarà un problema.»
«Voglio lei sappia che non mi interessano collaboratori con gli occhi fissi sull’orologio.»
«Conosco la sua reputazione, Gaspadin Baranski» gli aveva risposto con un tono glaciale quanto il suo. «Ci sarà pure una ragione per cui lei paga ottimi stipendi.»
Lui l’aveva studiata per un po’, poi aveva estratto dal portafoglio un documento. «Lo traduca.» Era scritto in russo. Lei aveva ubbidito e Nico, con espressione pensosa, le aveva chiesto: «Quando può iniziare?».
E così era stata assunta, e aveva iniziato subito a lavorare per lui.
Il suo sospiro rimbalzò contro le pareti della cucina. Rosa strinse più forte che poté l’elastico intorno alla coda. Se c’era una cosa che aveva imparato, era che quando si aveva un lavoro sgradevole da svolgere, era meglio levarselo di torno subito. Era arrivato il momento di affrontare Nico.
Saltò giù dallo sgabello e trasalì, quando i piedi toccarono il pavimento ghiacciato. Chissà se sarebbe andato a cercarla, o avrebbe preferito nascondersi nel suo studio come faceva sempre più spesso.
La risposta non tardò ad arrivare. Sentì la porta di casa che si apriva poi il suono attutito di passi sui tappeti. Pochi istanti dopo Nico entrò in cucina e si appoggiò con noncuranza allo stipite della porta.
«Ciao, Rosa.»
«Ciao, Nico.» Gli rivolse un breve sorriso, nella speranza che non si accorgesse del nervosismo che provava. Anche se lui aveva trascorso buona parte della giornata a viaggiare, era vestito in modo impeccabile con una camicia bianca dall’aria freschissima, una cravatta a righe rosa e argento e pantaloni grigi di sartoria. Lei non reggeva il confronto, con la sua tuta e la maglietta stropicciata. «Fatto buon viaggio?»
«Poteva andare peggio» rispose il marito. «Però... Non sono ancora convinto che siano il tipo di persone con cui voglio fare affari.»
Il che voleva probabilmente dire che non avrebbe investito nell’attività estrattiva di cui si era occupato per quasi tutta la settimana.
«Vuoi del caffè?»
Lui annuì. «Dov’è Gloria?» le domandò, riferendosi alla governante.
«Suo nipote ha il morbillo e le ho dato il weekend libero» spiegò lei.
«Perché mai?» chiese con espressione perplessa.
Rosa alzò gli occhi al soffitto mentre gli versava il caffè in una tazza.
«Perché era in pensiero per sua figlia.»
«È una donna adulta.»
«Questo non significa che Gloria non abbia più sentimenti materni.» Non che Rosa sapesse qualcosa di questi specifici sentimenti, dato che sua madre l’aveva abbandonata all’età di cinque anni. «E poi ha fatto comodo anche a me. Devo parlarti.» Preferiva non avere un pubblico ad ascoltare.
«D’accordo, ma prima vorrei darti qualcosa.» Nico allungò una mano e le porse un pacchetto avvolto in carta regalo. In cambio afferrò dalla sua mano una tazza di caffè caldo. «Buon compleanno.»
Lo fissò stupita per il dono, anche se arrivava con due giorni di ritardo. «Grazie.»
Gli occhi verdi di lui brillarono. «Non c’è di che. Mi dispiace solo non essere arrivato in tempo per portarti fuori.»
«Non ti preoccupare. Prima gli affari.» Tentò di parlare senza rancore. Gli affari venivano sempre prima. Persino il loro matrimonio era una transazione commerciale.
Quando aveva accettato quello che altro non era che un matrimonio di convenienza, non si era resa conto che un giorno una parte di quell’accordo avrebbe iniziato a starle stretto.
Che qualcosa dentro di lei sarebbe cambiato.
L’idea del matrimonio, ma anche dell’intero accordo, era nata in California, dove avevano trascorso più di una settimana per le trattative di acquisto di una miniera. Quando il contratto era stato firmato, Nico aveva voluto invitare tutti i collaboratori a festeggiare. Loro due erano rimasti per ultimi nel locale. Dopo dieci giorni di faticacce, la tensione di Rosa si era finalmente allentata. Anche Nico, con sua sorpresa, si era trovato nello stesso stato d’animo e le aveva proposto di bere qualcosa insieme sulla terrazza affacciata sul mare.
Lei aveva accettato volentieri. Era la prima volta che si ritrovavano insieme al di fuori dell’ufficio.
«A Rosa Carty» aveva detto Nico, alzando il bicchierino di vodka ghiacciata.
«A me?» aveva chiesto lei, sorpresa.
«Sì, alla più efficiente assistente personale dell’emisfero occidentale.»
Il complimento l’aveva spiazzata. «Faccio solo il mio lavoro.»
«Lo fai molto bene. Tutti i miei soci mi invidiano.»
Prima di potergli rispondere, il suo telefono aveva squillato per l’ennesima volta quella sera.
Nico era sembrato infastidito. «Chi è che continua a mandarti messaggi?»
«Il mio ex» gli aveva risposto mentre batteva sui tasti.
«Perché continua a farlo, se è un ex?»
«È personale.»
«Siamo al di fuori dell’orario di lavoro, Rosa. Stiamo socializzando, puoi dirmelo.»
In realtà il suo tono perentorio era sembrato molto quello di un capo. «Prima di venire in California ho cambiato la serratura del mio appartamento. Non gli ha fatto molto piacere, ma ero stufa che andasse e venisse da casa mia quando voleva.»
Un’ombra aveva oscurato il viso di Nico.
«Ti ha minacciata?»
«Non a livello fisico. È convinto che se continua a farmi pressione, tornerò con lui. Il che non succederà mai. Prima o poi il messaggio gli arriverà.»
«Quando lo hai lasciato?»
«Due mesi fa.»
«Ne ha avuto di tempo per recepire il messaggio, non credi?»
Quasi a dargli ragione, il cellulare aveva suonato di nuovo e prima che lei potesse leggere il messaggio lui le aveva tolto il telefono di mano.
«Continuando a rispondere lo incoraggi» aveva detto.
«Se non lo faccio, me ne manda il doppio.»
Infatti il cellulare aveva dato di nuovo segni di vita.
«Quanto tempo siete stati insieme?»
«Tre anni.»
«A Sophie sono bastate due uscite con me per iniziare a parlare di rapporto permanente. Ho messo subito fine alla cosa, ma lei non vuole accettare la mia decisione. È sempre la stessa cosa. Le donne vogliono solo relazioni durature.»
«È perché tu sei un ottimo partito» gli aveva risposto, riprendendosi il cellulare. «Quanti anni hai?»
«Trentasei.»
Rosa aveva letto l’ennesimo messaggio implorante.
«A quanto pare sono tutti e due convinti di essere pronti per sistemarsi.»
«Non con Sophie.» Nico aveva tracannato la vodka che aveva nel bicchiere. «Tocca a te ora. E se non spegni quel telefono, lo butto in mare.»
«Provaci» gli aveva risposto distratta, concentrata sullo schermo davanti a sé. Aveva fatto di tutto per convincere Stephen che era sincera. Era stata gentile, poi crudele. Nulla era servito.
Senza pensarci due volte, Nico le aveva preso di nuovo il telefono e lo aveva lanciato oltre la balaustra direttamente nell’oceano. L’apparecchio aveva fatto un tonfo leggero ed era scomparso nell’oscurità.
Lei aveva fissato Nico a bocca aperta ma lui non era sembrato affatto pentito del suo gesto. Anzi, l’aveva guardata a sua volta con espressione divertita.
In quel momento Rosa non poteva sapere che, poco meno di dodici ore dopo, lo avrebbe sposato. E che le conseguenze sarebbero state dure da superare.
Lo stomaco di Rosa stava reagendo in modo strano a quella situazione. Il pacchetto che Nico le porgeva era preparato con cura e quando lo prese in mano si rese conto che proveniva da un negozio dell’aeroporto.
Conteneva un flacone di profumo costoso.
Nico la osservava con un’espressione di attesa che non gli aveva mai visto in volto prima d’ora. La barba troppo lunga gli scuriva il mento e gli dava, insieme al pizzetto abituale, un aspetto molto mascolino e un po’ sinistro. I capelli scuri, già disordinati di solito, quella sera erano ancora più spettinati e Rosa provò il bisogno di passargli le dita tra le ciocche. Le capitava spesso ultimamente, ammise tra sé. Segno evidente che la decisione che aveva preso era la più giusta possibile.
Guardò il regalo. «È gentile da parte tua, grazie» gli disse in tono forse un po’ freddo perché non riusciva a nascondere del tutto la delusione. Era stato in Marocco
