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Jane Porter
Tra le autrici più amate e lette dal pubblico italiano.
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Book preview
Dolce vendetta - Jane Porter
Prologo
«Guarda che non ho l'abitudine di rapire delle donne» si ribellò Lazaro Herrera, la schiena rivolta verso la grande vetrata affacciata sulla principale strada di Buenos Aires, l'Avenida Santa Fé. «Può darsi che io sia considerato spietato... ma negli affari. Mai niente di personale.»
«A volte, non sono sicuro che non vi sia nulla di personale nel tuo atteggiamento» borbottò Dante Galvan, quasi parlando a se stesso.
Lazaro si voltò bruscamente per fronteggiare il titolare delle Imprese Galvan, l'unica persona ad avere più potere di lui nell'azienda. Dante era il capo nominale tuttavia, in quanto presidente, Lazaro era il direttore esecutivo. «Non ci crederai, ma perfino io ho degli scrupoli, e mi rifiuto di rapire qualcuno» dichiarò.
«Stai fraintendendo le mie intenzioni: non ho mai parlato di rapimento. Zoe è la sorella più giovane di mia moglie, ha solo ventidue anni. Quello che voglio fare è solamente proteggerla.»
Lazaro gli rivolse un'occhiata obliqua. «Tu intendi dire che vuoi proteggere Daisy.» Dante non rispose e Lazaro sorrise amaro. «Nemmeno a te e tua moglie piace quell'americano, Carter Scott...»
«Abbiamo le nostre buone ragioni, e tu lo sai.»
«Così tutto ciò che vuoi realmente è difendere Daisy da notizie che non le farebbero piacere.»
Dante lo fissò pensieroso, aveva le labbra serrate in una smorfia e i lineamenti tirati. Gli occhi ambrati si velarono. «Daisy non può perdere questo bambino. Non potrebbe sopportare una notizia del genere adesso, e io preferirei essere dannato piuttosto che farle patire un altro aborto.»
Le parole di Dante erano venate dal dolore e dalla rabbia per il senso d'impotenza che provava.
Lazaro era a conoscenza dei due precedenti aborti di Daisy: l'ultimo era successo non più di un anno prima, quando la gravidanza era già abbastanza avanti.
Daisy ne era uscita distrutta e Dante si era preso sei settimane di ferie per stare vicino alla moglie. Era stato allora che Lazaro aveva assunto il controllo della compagnia.
Sfortunatamente per lui, Dante non si rendeva conto di giocare il gioco che Lazaro aveva preparato; non si rendeva conto che ogni sua mossa rafforzava il potere dell'altro uomo indebolendo il proprio.
«Sono fortunato a potermi fidare di te» mormorò Dante rilassandosi. «Se non fosse per te ci troveremmo davvero in grossi guai.»
Lazaro si irrigidì, in un sussulto di coscienza, di fronte all'onesta gratitudine di Dante. Detestava le emozioni contrastanti che provava in quel momento. Tentando di ignorarle si voltò verso la grande vetrata, da dove vide il sole calante illuminare il profilo di Buenos Aires.
Per la prima volta da molto tempo, si disprezzò per quello che stava facendo contro i Galvan.
Detestò i segreti che teneva seppelliti nel cuore, quelli che lo avevano portato a una serie di azioni per distruggere Dante e i Galvan, comunque adesso era troppo tardi per tirarsi indietro.
Fissando ancora il profilo dei grattacieli si sentì oppresso dal peso di un oscuro passato: poteva sentire la preoccupazione di Dante per la moglie, le responsabilità che lo opprimevano, e avrebbe quasi voluto metterlo in guardia.
Non fidarti di me. Non sentirti al sicuro con me. Non lasciare che io mi avvicini alla tua famiglia.
Ma non disse nulla. Soffocò il senso di colpa, ripetendosi che i problemi di Dante non lo riguardavano. Le perdite di Dante non erano le sue.
Trasse un profondo respiro, soffocando le proprie emozioni, e ricordò a se stesso che non si trattava di una banale ostilità. La sua era vendetta.
Lo doveva a sua madre.
Il ghiaccio avvolse il suo cuore, e con nuova determinazione si voltò a fronteggiare il suo segreto, mortale rivale.
«Qual è il piano?»
1
«Stai tranquilla, fai quello che ti viene detto e vedrai che tutto andrà per il meglio.»
Era stata rapita. Trascinata via nella piena luce del giorno, nel bel mezzo dell'aeroporto di Buenos Aires, sotto gli occhi dei poliziotti.
A Zoe Collingsworth si contorse lo stomaco nel momento in cui l'elicottero, all'improvviso, si piegò su un lato. Si aggrappò al sedile, con le dita che stringevano così forte la stoffa che provò dolore. Lui le aveva ordinato di non parlare, e lei non lo aveva fatto, ma era terribilmente spaventata. Tutto questo non poteva succedere realmente... Doveva trattarsi solo di un brutto sogno...
«Atterreremo tra pochi minuti.»
Lei sussultò al suono della sua voce: era la prima volta che le rivolgeva la parola durante le due ore di volo.
Non aveva mai sentito una voce così grave, e le sembrò che rimbombasse nell'abitacolo come il rumore di un treno in corsa. «Dove mi stai portando?» gli sussurrò, con le mani che tremavano.
Lui la guardò di sfuggita, socchiudendo appena gli occhi. «Non ha alcuna importanza.»
Le si seccò la gola e ondate di paura le tolsero le forze. Istintivamente si aggrappò alle cinture di sicurezza del sedile, come se potessero in qualche modo proteggerla da ciò che sarebbe potuto accadere in seguito.
Avrebbe voluto avere il coraggio di sfidarlo, aggredirlo con parole infuocate... sicuramente Daisy si sarebbe comportata così. Ma lei non era una donna combattiva, e ciò che provava in quel momento era un inimmaginabile terrore. Non si era mai allontanata dal Kentucky prima di allora, e adesso, durante il suo primo viaggio, era stata...
Rapita.
Il cuore cominciò a batterle talmente forte che temette potesse esploderle nel petto. Fissò il suo rapitore; lui non la stava guardando, stava osservando dal finestrino il paesaggio buio e deserto sotto di loro. La luce del crepuscolo si stava lentamente spegnendo. «Cosa vuoi da me?»
Finalmente riuscì ad attirare la sua attenzione.
Lui la osservò nella penombra dell'abitacolo; aveva gli occhi sottolineati da lunghe ciglia scure, e un'espressione dura. Non c'era nessun segno di tenerezza nei lineamenti scolpiti del suo volto. «Adesso non è il momento di parlarne» dichiarò secco.
Il suo inglese era privo di accento, il tono della voce profondo. Aveva certamente studiato negli Stati Uniti, pensò Zoe. «Hai intenzione... di farmi del male?» Sentì tremare la propria voce, le parole suonavano spezzate dalla paura e dalla stanchezza.
Anche lui se ne accorse. «Io non faccio del male alle donne.»
«Tuttavia hai l'abitudine di rapirle?» non riuscì a trattenersi lei, quasi preda di un attacco di isteria. L'immaginazione cominciò a giocarle brutti scherzi, disegnando scene terribili nella sua mente. Era sveglia da più di ventiquattr'ore e stava perdendo il controllo dei nervi.
«Solo se mi viene chiesto» rispose lui non appena l'elicottero cominciò ad abbassarsi. Lanciò un'occhiata dal finestrino e annuì soddisfatto. «Stiamo atterrando. Tieniti.»
L'elicottero toccò terra. Mentre il pilota si dava da fare con i comandi per fermare il motore, il suo rapitore aprì lo sportello e balzò fuori dell'abitacolo. «Vieni» le ordinò allungando una mano per aiutarla a scendere.
Zoe sfuggì al suo tocco. «No.»
Non poteva vedere i suoi lineamenti nel buio della notte, però ne percepì l'impazienza. «Non hai scelta, señorita Collingsworth. Andiamo!»
Lentamente, tremando di paura, lei scese dall'elicottero. Si sentiva le gambe fredde e rigide, come se fossero improvvisamente diventate di legno anziché di carne e ossa.
La notte era calda, molto più di quanto lei si aspettasse, ma, nonostante ciò, lei si strinse la giacca sul petto.
Si rese conto che c'erano delle luci: alzando il capo col cuore che batteva come impazzito fissò la casa illuminata e le costruzioni che la circondavano.
Intorno, tuttavia, regnava solamente l'oscurità più profonda, un mondo di buio.
Dov'era finita? Che intenzioni aveva quell'uomo?
Lui le si affiancò e si chinò verso l'interno del veicolo, per afferrare la sua valigia e una borsa da viaggio più piccola, certamente la propria, pensò Zoe con un brivido.
Prelevati i bagagli lui chiuse lo sportello e fece un cenno al pilota; immediatamente l'elicottero si sollevò in una nuvola di polvere e scomparve nella notte.
Zoe, accecata dalla polvere e stordita dal rumore improvviso, indietreggiò, ma inciampò nella valigia che lui aveva appoggiato dietro di lei. Perse l'equilibrio e solo la prontezza di riflessi del suo rapitore le impedì di cadere.
Sentì la sua forte stretta e il calore del suo corpo mentre la aiutava a recuperare l'equilibrio.
Immediatamente si allontanò, respingendolo; eppure quel brevissimo contatto fu molto più di quanto fosse in grado di sopportare. Durante quei pochi secondi aveva percepito la sua forza e il suo calore le era penetrato sotto la pelle. Si sentì bruciare.
Che il cielo mi aiuti, pregò in silenzio, e che mi riporti a casa sana e salva. Con mani tremanti si scostò una ciocca di capelli dagli occhi. Aveva perso il fermaglio, e l'aria sollevata dall'elicottero le aveva scompigliato i lunghi capelli biondi. Era distrutta.
Fisicamente e psicologicamente.
«Da questa parte» ordinò lui bruscamente, sfiorandole leggermente il gomito.
Questo secondo contatto fu ancora peggiore del primo. Zoe sobbalzò, con i muscoli tesi fino allo spasimo. L'improvviso irrigidirsi del suo corpo le provocò un dolore fisico. Ogni volta che lui la sfiorava lei rabbrividiva. E nello stesso tempo si sentiva bruciare.
Il rumore dell'elicottero si fece sempre più flebile, fino a scomparire del tutto. Fu avvolta dal silenzio della notte. «Che cosa succede adesso?» chiese tentando di raddrizzare la schiena per sembrare un po' più alta.
Non servì, lui era comunque molto più alto di lei, e molto più imponente. Aveva un fisico robusto e muscoloso simile a quello di un giocatore di football americano, tuttavia con il completo scuro che indossava sembrava più un gangster che uno sportivo.
«Entriamo in casa, ceneremo e poi tu ti ritirerai nella tua stanza per la notte.»
La faceva sembrare una cosa normale. Questo avrebbe dovuto tranquillizzarla, invece si innervosì ancora di più. Aveva letto da qualche parte che, spesso, gli uomini più violenti sono quelli che con un'apparenza sofisticata e un comportamento educato.
Forse stava solo giocando con lei prima...
Basta!
Devi smetterla di pensare al peggio, non puoi lasciare che la tua immaginazione corra in questo modo. Serve solo a farti impazzire.
C'erano troppi punti oscuri in quella vicenda, troppe spiegazioni possibili.
Doveva tentare di rimanere calma, mantenere l'autocontrollo, come le avrebbe consigliato suo padre. Suo padre era specializzato in autocontrollo.
Nonostante il panico le serrasse la gola, provò a ribattere. «D'accordo, la cena mi sembra una buona idea.» Avrebbe vissuto attimo per attimo, senza pensare al futuro. Era l'unico modo per non lasciarsi sopraffare dalla paura.
Lui sollevò le valigie e la precedette verso casa, convinto che lei lo seguisse. Ma lei non vi riuscì, non subito, almeno. Come sarebbe potuta entrare di propria volontà in quella che sarebbe stata la sua prigione?
Rimase impietrita dove lui l'aveva lasciata, a fissare la piazzola di atterraggio dell'elicottero nel buio della notte.
Il paesaggio era immenso, con solo una macchia di alberi che si intravedeva in lontananza.
All'orizzonte non si vedeva nulla. Niente montagne, niente luci di una città... solo il nulla.
Le pampas, mormorò, ricordando le cartoline che le aveva inviato Daisy.
Anche la tenuta dei Galvan si trovava nella pampas, la sterminata pianura argentina. Forse non era poi così lontano da Daisy, magari le due sorelle erano molto più vicine di quanto sospettassero.
Si voltò a fissare la casa illuminata. Cosa fare?
Lui la stava aspettando
