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Monza delle delizie
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Monza delle delizie

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La facciata scintillante di vetrocemento: un palazzo, un centro direzionale, un’azienda. Una macchina da soldi. Manager in gessato, segretarie eleganti e la forza di vendita che pompa business. Oggi come oggi, il massimo. Ma anche un mondo dove tutti imbrogliano le carte. Dove conti solo se sei funzionale al gioco.
Una inquietante vicenda ambientata nel mondo dei manager e delle grandi aziende. E un vice commissario idealista. Che, in un mondo dove tutti fottono tutti, qualcosa vorrà pur dire.
LanguageItaliano
Release dateNov 16, 2012
ISBN9788875638078
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    Monza delle delizie - Sergio Paoli

    1.

    La convention

    Sorridente. Esuberante. Traboccante. Come il suo seno. Quinta misura e tante chiacchiere sui settimanali di gossip. La diva tv era così.

    Dalla platea, il Direttore Commerciale della WWLab Cardi era salito sul palco della Convention, chiamato da lei, la regina dei reality e delle domeniche pomeriggio ingaggiata per l’occasione. Cardi aveva superato i gradini a due a due, saltellando, con passo sicuro, senza microfono e senza cravatta. Almeno duemila persone seguivano i suoi movimenti, nel frastuono delle chitarre tiratissime, stile nu metal, di Everybody dance now.

    La musica sparata a mille era inadeguata a contenere gli applausi e le grida di entusiasmo.

    Camminava un po’ John Wayne e un po’ ubriaco, il Direttore Commerciale; salutava con entrambe le mani, mostrando la dentatura appena rifatta e le folte sopracciglia ritoccate di nero. Attese il silenzio, e poi fece la sua recita: cominciò a parlare, ma non si sentiva nulla, solo le prime file udivano qualche parola.

    – Voce, voce – si sentì dalla platea, ma di microfoni lì, nel centro esatto della scena, non ce n’era.

    Allora Cardi si buttò addosso alla diva per parlare vicino al radiomicrofono, in prossimità di quella quinta misura di seno, appoggiandole con decisione una mano sui fianchi.

    Già dalla mattina Cardi aveva abbracciato e baciato la star in più occasioni, e ora ne stava approfittando.

    Lei, Claudia Fato, stella televisiva, contratti da milioni di euro, poteva apprezzare quel fare appiccicoso solo da quelli davvero ricchi, ma non certo dalle mezze tacche come quel fastidioso manager arricchito. Il culo in quel modo se lo faceva toccare dai potenti, e basta. E di sicuro non da questo buffone. Quindi gli afferrò la mano, la staccò dalle sue natiche, la fece vedere platealmente a tutti, poi si ritrasse, ed esclamò nel microfono, scandendo bene le parole: – Ma cosa fai? Non sono una delle tue donnette – aggiungendo un sorriso perfido.

    Tutti fecero silenzio. Non si volevano perdere una virgola. Almeno duemila persone, composte da dirigenti, qualche puttana, quadri, business partners e venditori, seduti nelle poltroncine rivestite di velluto rosso dell’auditorium del centro fieristico ginevrino.

    Il Direttore Commerciale accusò il colpo e sembrò per un attimo più vecchio. Fece una smorfia, che alterò le grinze delle mascelle ricostruite, e alzò i sopraccigli di finto nero.

    Tranquilli, so io come cavarmela.

    Si guardò intorno, e poi sorrise.

    – Ma dai, mi sputtani così, subito? – Alessandro Cardi lo disse con un ghigno di soddisfazione.

    Volete ridere? Che ridessero allora, ma di lei: la pagava per quello e non avrebbe osato replicare, la troia.

    Claudia Fato, fasciata in un armani rosso fuoco con un alto spacco, ribatté, tra le risate generali: – Non io, tesoro, sei tu che ti stai sputtanando da solo!

    Questa scena fu tagliata dai filmati ufficiali della convention, ma Renato, seduto in seconda fila proprio dietro Castiglione, il responsabile della programmazione, lo seppe solo dopo.

    Claudia Fato godette dei battimani del pubblico, poi di proposito con gesto vistoso si sfilò il radiomicrofono appuntato sul seno e lo fissò sulla giacca di Cardi, appoggiando le mani un po’ più del dovuto sul corpo dell’uomo. Finita l’operazione, ammiccò al pubblico, fece un passo indietro, si piegò in avanti in modo da avere la bocca il più vicino possibile al piccolo apparecchio e, accompagnando quello che stava per dire con il suo famoso gesto dell’indice puntato, gridò:

    – Signori, Alessandrooooo Cardiiii!

    Mentre partivano ancora gli applausi, lei si girò sui tacchi da quindici centimetri e si mise in un angolo buio del palco.

    Toccava davvero a lui, adesso.

    Cardi cercò l’AD per un attimo con lo sguardo, senza trovarlo nelle prime file. Carlo Moscatelli, amministratore delegato della WWLab, non si vedeva.

    Cardi quindi attese di non sentire più nessun rumore in sala e si mise ben saldo sulle gambe, raddrizzando la schiena in modo automatico. Quello doveva essere il discorso della consacrazione.

    Cominciamo piano, che crea il pathos.

    – Grandi successi. Grandi budget realizzati. Grandi obiettivi portati a casa – esordì. – È per questo che siamo ancora qui. Perché siamo bravi, siamo forti, siamo invincibili! La marchet scear è salita di cinque punti. – proseguì, aumentando sempre più l’enfasi e il volume vocale – Il fatturato va su del trenta per cento! Il taim tu marchet è sceso a meno di dodici giorni. Siamo una potenza! Una bocca di fuoco, e non ce n’è per nessuno.

    Si fermò, guardandosi intorno. L’AD non c’era proprio, aveva fatto un breve discorso di saluto, e poi era scomparso nel nulla. Boh!

    – Ma non è questo che volete sentirvi dire da me, vero? Non è quello che vi aspettate, giusto? Voglio chiedervi una cosa. Ci può bastare tutto questo? – proseguì, indicando i grafici colorati proiettati sul grande schermo alle sue spalle – È quello che vogliamo? Siamo soddisfatti così?

    Le sue domande volevano risposte, e tra il pubblico qualcuno cominciò a dire no, non ci basta, no non siamo soddisfatti, prima poche voci, piano, poi sempre più, e sempre più forte.

    Cardi lasciò passare un minuto scarso, poi fece segno con le mani, come per calmare quelli che stavano rispondendo. Di nuovo silenzio.

    – No! Siamo contenti e orgogliosi, cazzo, certo. Ma vogliamo di più. Vogliamo tutto! Vogliamo distruggerli, i concorrenti. Vogliamo portargli via tutti i clienti e vedrete, vedrete oggi con le nuove offerte che vi presentiamo. Sono bellissime. Sono una figata. Sono uniche! E poi vedrete la compensescion. La vostra! I vostri incentivi! Sapete che vi dico? Sapete che vi dico? – pausa. – Guadagnereteeeee – pausa nel silenzio, primi brusii – di piùùùùù, l’anno prossimo. – stava ora urlando nel microfono, il Direttore Commerciale, rivolto ai promoters, agli agenti, ai business partners e ai venditori. Anche alle puttane, probabilmente, e l’entusiasmo era alle stelle.

    E poi, tra gli applausi ormai scroscianti:

    – Sì, di più, cazzo. Montagne di soldi, eh! Adesso fate silenzio perché volevo raccontarvi questa storia qua, perché, sì insomma, beh, l’altro giorno ero lì in segreteria, no? Con Enza, grande Enza! E c’era lì uno che non avevo mai visto, no? E allora io la guardo, beh, a Enza, no? Sai, con quello sguardo per dire ma chi è questo e che cazzo vuole? Poi leggo un foglio che c’era lì e vedo che c’è scritto che arriva Giannuzzi, che è stato trasferito Giannuzzi. Poi passa Castiglione, grande Castiglione! Miticoooo Castiglioneaaaapplauso a Castiglione! E gli faccio ma chi cazzo è ’sto Giannuzzi? Lo dico a alta voce anche a Enza, no, che era di là in segreteria. Ueh Enza, ma chi cazzo è ’sto Giannuzzi? Eheheheh e poi lui, il tipo che era lì impalato, no? Si avvicina alla mia porta e mi dice, con la vocina timida sono Giannuzzi, sono entrato nella sua squadra da pochi giorni, volevo presentarmi ahahahahahahahah… Giannuzzi? Ci sei qua Giannuzzi? Benvenuto Giannuzzi! Ecco a voi, Giannuzzi! Chi cazzo sei? AHAHAHAHAH! Siamo una squadra, Giannuzzi! AHAHAHAAHHAHA.

    Renato Landi, dalla sua poltrona in seconda fila, rise e si voltò a guardare l’intera sala sbellicarsi. Ne notò solo uno serio, forse era Giannuzzi. Renato pensò che era la terza convention cui partecipava, ma la prima da quando era stato nominato capo dei Direttori di Area da Cardi, dopo essere stato alcuni anni sotto Castiglione.

    Adesso, nell’organigramma della WWLab il suo era un posto pesante ed era soddisfatto di essere arrivato lì, in un tempo abbastanza breve. Era riuscito a meritarsi la fiducia dell’AD, anche se non sapeva in realtà spiegarsi come questo fosse accaduto. Certo era competente, giovane e non si faceva troppi scrupoli. Ma aveva sempre avuto la convinzione di non piacere troppo a Cardi. Non era mai entrato nel giro di incontri informali di quest’ultimo e aveva la convinzione che fosse a causa di Castiglione.

    Per questo si stupì molto quando più tardi a cena, e dopo la convention, fu ammesso nella saletta riservata al Direttore Commerciale e ai suoi fedelissimi.

    Fu la prima volta in assoluto.

    Me la devo godere a tutti i costi, pensò

    2.

    Un paio di settimane prima

    Ricordati quanti film siamo andati a vedere, cercando di imparare a camminare come gli eroi che pensavamo di dover diventare. Ma dopo tanto tempo abbiamo scoperto che siamo proprio come tutti gli altri

    (B. Springsteen, Backstreets)

    Pioveva.

    Marini aveva aperto gli occhi un breve istante, ma non era necessario. Il tac tac delle gocce d’acqua sul vetro della finestra era andato avanti tutta la notte e lo poteva sentire anche a palpebre abbassate. Era una di quelle mattine che vorresti svegliarti in compagnia di qualcuno, in un letto caldo, e dopo aver ascoltato il rumore della pioggia, stare a crogiolarti sotto le coperte, abbracciato al corpo morbido di una donna, senza fretta di alzarti e uscire, così, per il gusto di fissare quel momento.

    Non che lui avesse fretta.

    Infatti rimase ancora sdraiato, chiedendosi per quanto tempo sarebbe potuto andare avanti così. Non chiudeva occhio, non riusciva a dormire e rilassarsi nemmeno per quel minimo che forse gli sarebbe bastato. Era inutile fingere. Aprì gli occhi con un sospiro, inquadrò la luce del giorno che filtrava, debole, dalle persiane chiuse e girò lo sguardo intorno alla sua stanza da letto. Sulla sedia erano gettati i vestiti e la biancheria del giorno prima; pistola e distintivo erano sul comodino, accanto all’inutile boccetta di Valium. Per il resto, non gli sembrò di notare altra roba sparsa in giro, ed era strano, visto l’abituale caos in cui si dibatteva. Le due grosse valigie chiuse accanto alla porta gli ricordarono il motivo di quella anomalia. Aveva già messo tutto il resto in macchina la sera avanti, e in casa, a parte il mobilio di quart’ordine, le borse e i suoi vestiti sporchi, non ci sarebbe dovuto in effetti essere nient’altro. Neanche un po’ di caffè, probabilmente.

    Si mise a sedere con un altro respiro pesante e strisciò fino alla giacca, afferrando il pacchetto di sigarette e l’accendino. Dopo la prima boccata, decise che poteva alzarsi in piedi e si avvicinò alla finestra. Fuori era tutto grigio, sotto la pioggia fitta il lago pareva calmo, anche se, ogni tanto, qualche colpo di vento scuoteva gli alberi della passeggiata deserta. Pensò che in fondo quell’appartamento aveva una bella posizione (vista lago diceva il cartello di affittasi, e non aveva mentito).

    Gli dispiaceva lasciarlo.

    Aspirò a fondo la Camel. Era solo una delle tante partenze a seguito di uno degli innumerevoli trasferimenti della sua carriera. Parola idiota e senza senso, carriera.

    Sono entrato in polizia per la carriera?

    Il pensiero era troppo complesso per quella mattina, la domanda leziosa e la Camel finita, così Marini tornò a chiedersi perché cazzo non ho lasciato fuori un po’ di caffè? Andò in bagno a buttare il filtro spento. Un’altra sigaretta finita. Un’altra pagina della sua vita da girare e dimenticare.

    Come Valeria.

    Lei, e la carriera.

    I soliti pensieri, quelli che forse non gli facevano chiudere occhio.

    Lo sapeva, continuava a pensarci e seguitava a non dormire. Ecco perché, a parte la vista lago, non c’era altro che gli spiacesse lasciare lì, a Lecco.

    Vista lago.

    Tornò a guardare all’esterno. Sembrava che là fuori piovesse e basta, dall’altra parte del vetro non succedeva niente, e neanche dentro. Per il vicecommissario Marini aggiunto era già accaduto tutto, fin troppo.

    Fin troppo. Aveva pensato che potesse essere amore, a un certo punto. Poi, di colpo, era finita. Così, senza capire perché, con un vago senso di insoddisfazione e in mancanza di un vero motivo.

    Era stato solo un paio di giorni prima.

    Con la solita sigaretta in bocca Marini stava guardando l’alba fuori dalla finestra.

    – Sai che c’è? – aveva chiesto Valeria.

    Seduta sul bordo del letto aveva indosso solo la sua camicia azzurra e nient’altro, le gambe nude accavallate.

    – Sei troppo poliziotto, metodico, grigio, abitudinario, inflessibile, silenzioso, definitivo, rancoroso, cazzo. Non parli neanche quando facciamo sesso. Sei sempre serio. E poi questa mania delle bolle di sapone – Marini avrebbe giurato che nel chiarore del primo mattino gli occhi le stessero ridendo (scherzava?).

    Dio, avevano fatto l’amore da poco, Marini non sapeva come si era sentito Adamo nel vedere la prima donna, ma lui, si sarebbe inginocchiato davanti a quelle gambe e avrebbe ricominciato da capo.

    – Che c’entrano le bolle, adesso?

    – Prendi mai iniziative tu? No, dici che tanto finirà tutto in una bolla di sapone, tieni tutto dentro, non parli con nessuno, sembra che tu abbia paura non dico del giudizio degli altri, ma anche di quello che forse potrebbero dire di te e di quello che fai.

    Lo stava rimproverando, ma in fondo, era esattamente quello che pensava anche lui. Non credeva in nulla, meno che mai in se stesso e nella sua capacità di far qualcosa. Da bambino amava fare le bolle di sapone, perché tanto duravano poco e nessuno poteva dirmi nulla, nessun giudizio, nessun commento, fanculo! E stava bene così. Si avvicinò a lei per sfiorarle la pelle liscia. Magari stava scherzando.

    – Prendi questo nostro amore, per esempio – aveva continuato ancora lei.

    E che c’entrava l’amore? No, forse non scherzava, ma Marini sentì che era meglio darsi da fare prima che anche questa bolla scoppiasse, come tutte le bolle della sua vita che si erano disfatte in un rigagnolo appiccicoso: l’amore era una cosa troppo grande per lui, non voleva pensarci, tanto sarebbe finito in fretta. Quando mai era durato?

    – Dovresti provarci almeno una volta, dovresti uscire da stesso e provarci – aveva detto infine, mentre lui percorreva il suo corpo con le mani e lei gli si abbandonava nuovamente.

    Dovrei provarci sì, ma non so come non so quando, maledizione!

    Avevano fatto l’amore a lungo, rilassati e tranquilli. Poi il tempo, da grigio che era, era cambiato in pioggia, e lei gli aveva chiesto:

    – Perché adesso non parli?

    Marini non aveva nulla da dire, in effetti; poco prima l’aveva osservata nella penombra, quando si era brevemente assopita dopo l’amore ed era splendida, con quelle gambe infinite e quei capelli neri, lunghi.

    – Perché non parli più adesso?

    Lui era rimasto immobile e silenzioso, vicino alla finestra, il suo posto preferito.

    Non ho niente da dire, amica mia, fuori piove e sto pensando, ho un’immagine confusa nella mente e vorrei ricordare meglio.

    – Non mi parli e non mi sorridi più come facevi ancora pochi giorni fa, non ti capisco, o forse sei tu che non capisci – aveva soggiunto lei.

    Marini credeva di non capirsi neanche lui, era lì e non sapeva perché. Gli era sembrato, all’improvviso, che tutto stesse andando a puttane, in fondo, giù, in fondo come a un pozzo nero, qui e nel mondo, e per il mondo non sapeva ancora che fare, ma forse so cosa fare per me, le aveva detto alla fine, accendendosi una sigaretta, l’ennesima.

    Lei lo aveva guardato senza capire, e Marini aveva proseguito nei suoi pensieri, e non ricordava più se le avesse parlato o se fosse tutto dentro la sua testa. E poi voglio ricordare meglio quella vecchia immagine che ho in testa, di un lontano pomeriggio d’agosto… ero io, sì ero io, e con me non c’eri tu.

    Lei aveva allineato una pista di coca sul tavolino di vetro e aveva aspirato dal naso, lontana da lui e aveva chiesto:

    – Ne vuoi?

    – No, grazie. Devo ricordarmi chi ero e chi mi vuole davvero bene – le aveva detto, senza aggiungere più niente.

    Era finita.

    Le aveva lasciato i soldi che le doveva per quell’ultima volta, con un piccolo extra e se ne era andato, senza sbattere la porta. Marini aveva deciso che lei non c’entrava e soprattutto, che lui doveva tornare se stesso.

    Era stato solo un paio di giorni prima.

    Marini si riscosse dal ricordo, staccandosi dalla finestra.

    Niente faccende in sospeso, meglio così. In quel posto dove non aveva combinato nulla, fuorché quasi innamorarsi di una puttana, non c’era niente che valesse la pena portarsi dietro.

    Si doveva presentare a Monza dopo mangiato. E allora tanto valeva mangiare e farla finita con la vista lago. Si avviò al McDonald’s del lungo lago, sotto una pioggia fitta e sottile.

    Federico depresso Marini.

    Il locale era deserto, il lago grigio. Marini ordinò un’insalata di pollo e un caffè, pagò e si sedette a un tavolo del piano di sopra, vista lago e con tre cigni indolenti che tenevano lontano un gruppo di germani sbattendo le ali. Masticando controvoglia continuava a ripensare ai mesi passati a Lecco, senza riuscire a ricordare cosa avesse fatto di preciso.

    Sono un poliziotto. Ero un bravo poliziotto.

    Sentiva di non avere concluso niente dopo il fatto; solo piccole indagini di paese. Inezie. In realtà, non sarebbe stato in grado di citare un qualsiasi successo investigativo ottenuto sotto la sua direzione negli ultimi anni, da quando era stato trasferito più volte, come una trottola.

    Aveva commesso un errore durante una conversazione con un giovane giornalista de Il Secolo XIX, aveva parlato di macelleria messicana ed era entrato in dettagli su quello che aveva vissuto a Genova. In seguito a quell’episodio era diventato una specie di fantasma.

    Non era stato sbattuto fuori, ma era chiaro che la sua carriera era compromessa in modo pesante: sedi periferiche, incarichi marginali, in cui aveva messo (o meglio, non messo) del suo. In sostanza, il nulla. Una lenta, costante discesa. Un fantasma di sbirro che non aveva più il controllo della propria vita. Si era messo di lato e guardava il mondo andare avanti senza di lui. Non provava partecipazione, né tanto meno entusiasmo, per niente, e si era lasciato andare. Sono ancora un poliziotto e dovrei fare qualcosa per dimostrarlo, da adesso in avanti.

    3.

    La cena della convention

    A cena c’erano tutte le segretarie di alta direzione, e altre donne. Bellissime. Volgari. Sensuali.

    Renato aveva perso di vista la diva della televisione, sperava di conoscerla, ma amen.

    Nell’elegante sala preparata con quattro tavoli rotondi lui fu fatto sedere vicino a una bruna con le fattezze orientali, capelli lisci neri, praticamente nuda. Dopo una cena tutta di strusci e gambe intrecciate sotto il tavolo con l’orientale, conclusa con parecchio alcool in corpo, Cardi lo invitò nella suite dell’ultimo piano con la sua occasionale compagna.

    A Renato girava un po’ la testa, aveva bisogno d’aria ed era euforico. Era stato ammesso al circolo dei dirigenti più importanti della WWLab ed era ancora incredulo. Andò su, nella suite, entrò e si guardò intorno. Era enorme, occupava l’intero piano e c’era un sacco di gente, un gran rumore, odore di corpi umani in calore e bottiglie di champagne un po’ ovunque. Vide Frassinelli e altri colleghi ridere sguaiatamente e si sentì all’improvviso fuori posto, senza sapere con precisione che fare e come comportarsi.

    Passò Cardi e gli mise un braccio intorno alle spalle, inondandolo di un alito pesante.

    – Cazzo fai lì da solo, Renà? Entra, balla, bevi, mangia, divertiti e soprattutto… – lo fissò con uno sguardo liquido ma duro – non scassà i coglioni eh! Ahahahahahahahah!

    Renato eseguì l’ordine. Ballò, mangiò e bevve, si ubriacò, si sdraiò un po’ su un divano con l’orientale della cena appiccicata addosso. Di lei non ricordava il nome, posto che ne avesse uno. Scopò ed ebbe un orgasmo. L’orientale profumava di gelsomino, e gli offrì il culo e la bocca, con generosità. Poi Renato ebbe bisogno di una pausa e di un bagno. Si sentiva parecchio fatto, vedeva le cose a righe chiare e scure e intuiva di non avere il pieno controllo delle sue azioni, anche se non gli fotteva niente, perché se la stava spassando alla grande.

    Carriera e soldi, non c’era altro cui pensare. Donne e alcool, sì, era una gran festa, gli serviva giusto un attimo di silenzio e un cesso. Tirandosi su i pantaloni e con la camicia del tutto slacciata, si diresse un po’ incerto verso l’uscita, oltre la quale trovò un piccolo atrio con tre porte. Decise per quella in mezzo.

    Si rese conto che l’orientale, nuda, tranne che per un paio di sandali con tacco altissimo, lo seguiva come un cagnolino ed entrò con lei in un’enorme stanza da letto, con vasca idromassaggio in marmo nel centro. In fondo a destra c’era un letto a baldacchino e diversi divani sparsi qua e là, che si perdevano nel locale. Alcune persone nude si stavano rotolando sul fondo, dall’altra parte della camera.

    Renato si avvicinò traballante al letto, l’idea era quella di chiedere indicazioni per il bagno e laggiù gli sembrava di avere visto qualcuno meno impegnato. Quando si sforzò di osservare meglio, vide che c’erano due donne e un uomo, nudi, sulla moquette a fianco del due piazze e mezzo.

    Una donna era in ginocchio, a quattro zampe. Dietro di lei, dentro le sue natiche, c’era la faccia dell’uomo, anch’egli in ginocchio, schiacciata a forza dal piede che l’altra donna, in piedi alle spalle dell’uomo, premeva

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