Discover millions of ebooks, audiobooks, and so much more with a free trial

Only $11.99/month after trial. Cancel anytime.

Commissario Rebaudengo: Un'indagine al nero di seppia
Commissario Rebaudengo: Un'indagine al nero di seppia
Commissario Rebaudengo: Un'indagine al nero di seppia
Ebook271 pages

Commissario Rebaudengo: Un'indagine al nero di seppia

Rating: 0 out of 5 stars

()

Read preview

About this ebook

Il commissario Bartolomeo Rebaudengo è un uomo silenzioso, poco incline all’ira e amante della buona cucina piemontese.
Alassio, dove il mare è un animale mansueto e persino le mareggiate sono uno spettacolo turistico, è un buon posto per andare in vacanza, e anche per viverci e fare il poliziotto.
Il commissariato ha sede in una un’elegante palazzina, con il suo giardino e le palme: a guardarla da fuori sembra che lì dentro ci sia poco da fare.
La morte, però, arriva all’improvviso, quella cruda e spaventosa, la stessa dei vicoli di New York che conosciamo dalla tv, inspiegabile, agghiacciante. La routine nella bella palazzina con le palme è finita: il commissario Rebaudengo deve affrontare la sua prima, difficile prova. Troverà l’aiuto inatteso di una donna: Ardelia Spinola, medico legale e cuoca sapiente.
LanguageItaliano
Release dateNov 13, 2012
ISBN9788875638061
Commissario Rebaudengo: Un'indagine al nero di seppia

Read more from Cristina Rava

Related to Commissario Rebaudengo

Noir For You

View More

Related categories

Reviews for Commissario Rebaudengo

Rating: 0 out of 5 stars
0 ratings

0 ratings0 reviews

What did you think?

Tap to rate

Review must be at least 10 words

    Book preview

    Commissario Rebaudengo - Cristina Rava

    Capitolo 1

    Era arrivata l’ora, non sarebbe servito a niente aspettare di più, ma intanto non si muoveva. Guardava fuori dalla finestra, quella sopra il lavandino della cucina, era inverno e d’inverno ci sono i pettirossi. Ce n’era uno proprio lì, sul piccolo pesco spoglio, sembrava quasi un frutto tant’era rotondo. Il crescente chiocciare della caffettiera la risvegliò e spense il gas. Prima di cominciare aveva bisogno di un caffè, si sentiva esausta e aveva freddo. Il sole era ancora ben lontano e l’aria del giardino sembrava azzurra, rafforzando la sensazione di gelo. Il pettirosso volò via, lasciando dietro di sé la vibrazione del rametto abbandonato. Vicino alla siepe stava passando uno dei soliti gatti del vicino. Si versò il caffè, lo zuccherò e si decise ad andare verso lo studio dove c’erano telefono ed elenco. Quando cominciò a sfogliarlo, si rese conto di essersi dimenticata gli occhiali in bagno. Imprecò sottovoce ed andò a prenderli. Si sedette nuovamente, trovò il numero e cominciò a schiacciare i tasti.

    Commissariato di polizia, pronto chi parla?.

    Per un attimo le mancò la voce, si sentì le ginocchia molli molli e ringraziò di essere seduta.

    Buongiorno. Vorrei fare una denuncia.

    Chi parla?.

    Mi chiamo Fabiola Ferretti, telefono da Cisano sul Neva.

    Può ripetere per favore?.

    Cisano sul Neva. Si trova sulla statale che porta in Piemonte, a pochi chilometri dal casello autostradale di Albenga, ha presente?.

    Ho capito. Una denuncia di che genere signora?.

    Devo denunciare la scomparsa di una persona… di mio marito.

    Attenda in linea che le passo l’ispettore che se ne occupa.

    Va bene.

    Il cuore le martellava in testa, era come se ne avesse avuto due, uno nel torace e uno dietro agli occhi, tra le tempie. Non aveva una goccia di saliva, rimpianse di non essersi portata dietro la tazzina del caffè.

    Pronto ufficio denunce. Sono l’ispettore Ravera, chi parla?.

    Mi chiamo Fabiola Ferretti. Vorrei denunciare la scomparsa di mio marito.

    Da dove telefona, signora?.

    Da Cisano sul Neva. Sa dov’è?.

    Sì signora. Come si chiama suo marito?.

    Alfonso, Alfonso Oddone.

    Naturalmente, come potrà ben immaginare, signora Ferretti, dovrà venire qui ad Alassio in commissariato per sporgere regolare denuncia. Ci serviranno alcune informazioni, una sua fotografia recente, sa se ha preso l’auto?.

    Sì, è andato via in macchina!.

    Allora, una descrizione dell’auto e anche sua, di suo marito.

    Ma non basta la foto?.

    Può non essere sufficiente, è sempre meglio accompagnarla ad una descrizione scritta. Ma mi dica una cosa, signora: da quante ore è scomparso suo marito?.

    Da sabato sera.

    Quindi non sono ancora trascorse quarantott’ore, giusto?.

    No, effettivamente no. Quarantott’ore saranno alle undici di questa sera. Però mi sembra davvero strano che non si sia ancora fatto vivo.

    Che lavoro fa suo marito?.

    È professore di filosofia.

    Alle superiori, quindi, e dove con precisione?.

    Al liceo classico.

    Di Albenga?.

    Sì, sì quello statale di Albenga.

    E questa mattina dovrebbe andare a scuola?.

    Sì, il suo giorno libero è il mercoledì.

    Quindi alle otto, otto e qualcosa dovrebbe presentarsi al lavoro?.

    Sì, il lunedì comincia subito, alle otto e venti.

    Ha un cellulare?.

    Sì, ma dev’essere spento o in un punto dove non prende.

    Le si stava incrinando la voce.

    Va bene signora, ascolti. Lei è in buona salute?.

    Sì, sto abbastanza bene.

    Ha un mezzo, un’automobile?.

    Sì sì, ho la mia macchina.

    Se la sente di guidare?.

    Sì, penso di sì.

    Va bene, allora sarebbe opportuno che lei venisse qui da noi in commissariato, ad Alassio: le faremo qualche domanda e stenderemo la denuncia. Ricordi di portare una fotografia di suo marito. Come ha detto che si chiama?.

    Alfonso Oddone.

    Va bene, signora. La aspetto qui. Lo sa dov’è il commissariato?.

    Sì, l’avrò visto cento volte. Venivamo sempre a far due passi sul mare ad Alassio.

    Le venne da piangere.

    Signora, non voglio darle illusioni, ma per esperienza devo dirle che nella maggior parte dei casi, momenti drammatici come quello che sta vivendo lei si risolvono in un grande spavento per nulla, può credermi!.

    Forse ha ragione… Solo che io adesso….

    Lo capisco, signora, ma la invito a venire qui appena può.

    Di chi devo chiedere?.

    Dell’ispettore Ravera, dell’ufficio denunce.

    Va bene, buongiorno.

    Buongiorno.

    Istintivamente asciugò con un lembo della vestaglia la cornetta del telefono, umida di sudore e lo fissò ancora un attimo. Era andata, il primo passo lo aveva fatto, adesso doveva prepararsi e raggiungere Alassio. Spense la luce nello studio e uscì dalla stanza. Aggiunse un po’ di caffè ancora caldo di caffettiera a quello della tazzina che si era intiepidito e lo bevve lentamente, sempre guardando fuori, ma senza in realtà vedere il primo spiraglio di sole che illuminava la cima della montagna davanti a casa. Rifletteva sul fatto che per lei le forze dell’ordine, tutte, non escludendo nemmeno il Corpo Forestale, erano sempre state una fonte d’ansia. Quando doveva tendere patente e libretto all’agente della stradale o ad un carabiniere, durante un banale controllo, senz’aver commesso nessuna infrazione, le tremava la mano e lo faceva con aria colpevole. Alfonso ne rideva, ma in quei momenti l’atteggiamento della moglie lo irritava se era lei alla guida, soprattutto quando l’agente della pattuglia cominciava a fissarla con curiosità, perché anche lui si accorgeva del disagio.

    Invece questa volta, a parte la bocca secca come la lingua di un gatto, era riuscita a parlare senza impappinarsi. Forse il motivo stava nel fatto che si trattava di una vera situazione d’emergenza, che c’era davvero da preoccuparsi.

    Aprì l’acqua e indirizzò il getto sulla tazzina che lasciò nella conca del lavandino e andò a vestirsi. Al gatto avrebbe dato da mangiare al ritorno, adesso non ne aveva voglia.

    La macchinetta del caffè non aveva un funzionamento egregio, ci metteva un po’ a riempire il bicchierino di carta e fu proprio durante quell’attesa che il dottor Rebaudengo spinse la porta d’ingresso. Per essere un lunedì mattina presto non aveva neanche l’aria troppo stralunata.

    Buongiorno commissario.

    Oh, Ravera, com’è?.

    Mah, com’è? Buono, direi. Per essere l’inizio della settimana, potrebbe andare peggio.

    Domenica tranquilla?.

    Sì, ieri sera han dato fuoco ad un altro cassonetto della ‘rumenta’ in via Neghelli, un furto in un appartamento di torinesi, vuoto, non hanno preso niente, non c’era niente da prendere, c’è stato un inizio di rissa davanti al pub ‘Gandalf’, ma è stata solo una scazzottata, niente armi, un naso rotto e poi stamattina….

    Stamattina?.

    Eh, stamattina, cinque minuti fa ha telefonato una signora, aspetti che vado a vedere il nome….

    Lascia perdere adesso, beviti ’sto caffè, me lo farai vedere dopo, dimmi il seguito piuttosto.

    Ha denunciato la scomparsa del marito.

    Uh! Scomparsa?.

    Scomparsa, sì, anche se ad essere precisi, siamo ancora entro le quarantott’ore, perché il tizio pare se ne sia andato di sua spontanea volontà, alle undici di sabato sera. Naturalmente ho fatto i controlli di routine negli ospedali, dalla frontiera a Genova e non risulta nessun ricoverato con il suo nome. Tenga conto che lo scomparso è insegnante e il lunedì inizia a lavorare dalla prima ora, quindi adesso dovrebbe già essere in classe.

    Beh, sarebbe bene sincerarsi che non sia seduto in cattedra, mentre noi ci facciamo dei castelli in aria. La moglie ti ha detto in che scuola lavora?.

    Sì, al liceo.

    Bisogna sapere quale, c’è il classico….

    Il classico, sì, mi sembra proprio che mi abbia detto il classico.

    Tu per sicurezza fai un controllo a trecentosessanta gradi: scientifico, linguistico e mettici pure l’istituto per geometri e la ragioneria e verifica che non sia a scuola. Hai convocato la moglie?.

    Dovrebbe arrivare.

    Dove abitano?.

    A Cisano sul Neva, ha presente?.

    Come no, è la strada che faccio per andare al paese dei miei. Gran brutta statale, tutta curve, ma fai presto ad arrivare in Piemonte. A me piace però, più del giro in autostrada da Savona. E abitano lì?.

    Sì, a Cisano, dove con precisione non lo so ancora.

    Va ben, senti Ravera, io vado su che avrò da firmare la mia bella pila di carte e devo parlare con il magistrato per quella faccenda là dell’albanese accoltellato in stazione. Quando arriva, tanto Perseghetti te la annuncia al telefono, tu chiamami un attimo, che voglio prendermene una vista, magari è una bella gnocca. Tanto adesso verifica con la scuola, che non andiamo ancora a fare una figura da pici.

    Va bene commissario.

    Ravera buttò il bicchierino nel bidone e si diresse verso il suo ufficio.

    Quando il commissario Rebaudengo entrò nell’ufficio denunce, la signora Fabiola Ferretti era seduta sulla poltrona accanto alla scrivania di Ravera. Proprio bella gnocca no, non era il tipo della figona vistosa, straccetti firmati e ferramenta d’oro appeso a polsi e orecchie, però brutta non era: si sarebbe potuta definire strana, sì, era strana. Faccia tirata, occhiaie profonde, sembrava che avesse pulito la stufa e poi si fosse sfregata le dita sotto gli occhi, niente trucco, ma per il resto una signora graziosa, anche se doveva aver passato i quaranta. Il commissario si presentò tendendole la mano e lei gliela strinse, restando seduta, un po’ contratta sulla sua poltrona: perlomeno aveva una stretta decisa e la mano asciutta. Lo guardò in faccia, accennando faticosamente un sorriso, lui disse qualche frase di circostanza ed invitò Ravera a continuare la loro conversazione. Si sedette alla scrivania vuota dell’altro ispettore.

    Andate pure avanti, io mi limiterò ad ascoltare, l’ispettore Ravera non ha bisogno dei miei suggerimenti. È solo che si tratta di una situazione abbastanza rara nella nostra zona e volevo conoscere i dettagli. Avevo poco da fare in ufficio, in questo momento, concluse con un sorriso amabile, ricordando la montagna di cartacce che lo aspettava, in attesa di una firma.

    Avevamo appena concluso la parte relativa alle generalità del marito. Ho chiamato la scuola, signora, per sicurezza ed effettivamente il professore non si è presentato a lezione, senza una telefonata per avvertire. La signora Ferretti mi stava dicendo che già questa di per sé è una stranezza, trattandosi di una persona estremamente precisa, ed anche a scuola erano perplessi. Ah tenga, commissario, questa è una foto del professor Oddone, e gli allungò la foto dell’uomo, una foto a colori nella quale il tipo sorrideva all’obbiettivo, stagliandosi con un maglione celeste sullo sfondo di un bosco di conifere. Il commissario Rebaudengo la osservò per un tempo lungo, durante il quale tutti tacquero, come in attesa. Alla fine la restituì all’ispettore e quel gesto fece ripartire la conversazione. Se quella fotografia avesse suscitato la curiosità di Rebaudengo non trasparì dalla sua faccia impenetrabile, dall’aria più assonnata che severa.

    Riprendiamo, signora. Lei prima ha detto che suo marito è uscito sabato sera intorno alle undici, giusto?.

    Sì, mi ricordo di aver istintivamente guardato l’ora quando ho visto l’auto uscire dal giardino.

    In che stato d’animo era suo marito, quando è uscito?.

    Avevamo litigato piuttosto aspramente.

    Perché?.

    È inutile che glielo nasconda, tanto, facendo qualche domanda in giro, lo verreste a sapere comunque: non era un esempio di fedeltà coniugale.

    E si voltò a guardare il commissario che taceva, la bocca nascosta dalle dita intrecciate, il mento appoggiato sulle mani. Quella frase, non era un esempio di fedeltà coniugale, le era uscita non con l’acrimonia della moglie invelenita, ma con una grande stanchezza, perché così si sentiva in quel momento: stanca.

    Lo so cosa state pensando adesso: che mio marito è scappato dopo un’ennesima scenata di gelosia e che non gli può essere successo niente di più grave che trovarsi ben lontano da qui in compagnia di un’altra donna, vero?.

    Rebaudengo si risvegliò dalla sua catalessi, si tolse le mani dalla faccia e le appoggiò sulla scrivania, come un bravo scolaro diligente.

    Signora Ferretti, noi non pensiamo niente, perché una delle prime cose che c’insegnano e che ognuno di noi si sforza di ricordare ed osservare sempre, è quella di non trarre conclusioni affrettate. Certo, quella che ha illustrato lei non è un’ipotesi da trascurare, ma non è l’unica. Sappiamo troppo poco, o meglio, non sappiamo niente di suo marito, quindi dobbiamo evitare qualsiasi giudizio. Ci racconti, per quel che si ricorda, come si sono svolti i fatti sabato sera, come siete arrivati al punto di rottura, quando lui, presumo data la stagione, ha indossato il cappotto, ha quasi certamente sbattuto la porta e s’è messo alla guida della sua auto. A proposito, di che marca è la vettura?.

    È una Wolkswagen Golf, non proprio l’ultimo modello, quello prima, è grigio scuro metallizzato.

    Per caso ricorda il numero di targa?.

    Sì, ma proprio per caso, perché sono andata io la scorsa settimana a pagargli il bollo.

    Allora Ravera, annotalo, così segnaliamo l’auto anche agli altri. Torniamo alla sera di sabato.

    Si ricorda esattamente da cosa si è originata la discussione?, riprese l’ispettore.

    La sequenza degli eventi è diversa, rispetto all’ipotesi che ha fatto il dottor Rebaudengo, o meglio, poi è andata proprio a finire così, ma noi non abbiamo litigato e poi lui è uscito, noi abbiamo litigato perché lui voleva uscire.

    E come ha spiegato questa volontà?.

    Dicendo che era stanco di fare quello che stava facendo.

    Cosa stava facendo?.

    Stava leggendo un testo piuttosto complicato, so che doveva preparare una serie di conferenze per un’associazione culturale.

    Ravera aveva la convinzione che saltare di palo in frasca avesse una sua oscura utilità:

    Avete figli?.

    No, non ne abbiamo.

    Era un’abitudine per suo marito isolarsi a lavorare con i suoi libri anche di sabato sera? Non andavate al cinema o a cena fuori? Come trascorrete la sera del fine settimana?.

    Spesso a casa, nessuno dei due ci tiene molto a mettersi in ghingheri e uscire a passeggio. Il cinema sì, qualche volta, se passano un bel film.

    Vada avanti: lui sospende il suo lavoro e le comunica la sua intenzione di uscire: solo?.

    Sì, perché io mi sono offerta di accompagnarlo a sgranchirsi le gambe, a far due passi insomma e lui mi ha detto, senza mezzi termini, che non mi voleva tra i piedi. Di lì ho pensato che s’incontrasse con qualcuna e abbiamo cominciato a litigare.

    Quant’è durata la discussione?.

    Mezzora, sì, più o meno: ho guardato l’ora ma solo dopo che lui era uscito.

    Eravate nella stessa stanza, quando lui leggeva voglio dire?.

    No, lui era nel suo studio, quando non vuole essere disturbato se ne va lì, ha il suo lettore cd, si mette le cuffie, ascolta Bach di solito, ma può anche cambiare, dipende dall’argomento della lettura e se ne sta ibernato per due o tre ore, poi ricompare e lentamente riprende contatto con il mondo dei comuni mortali.

    È andata così sabato sera?.

    Sì, solo che c’è stato meno del solito, considerando che abbiamo finito di cenare intorno alle nove.

    Rebaudengo si alzò così di scatto che la signora Ferretti fece quasi un salto sulla seggiola, mentre Ravera guardò per un attimo il suo capo negli occhi, cercando d’indovinare cosa gli avesse preso. Niente, forse niente, s’era solo stufato di ascoltare quella conversazione che stava assumendo dei toni sempre più tristi. Si avvicinò alla signora, tendendole la mano per la seconda volta:

    Signora Ferretti, adesso noi dirameremo la foto di suo marito, la sua descrizione, targa, modello e colore della vettura a tutte le forze dell’ordine, sul territorio nazionale per cominciare, e cercheremo di raccogliere qualche informazione tra le persone che lo conoscono. È inutile fare ipotesi per ora, ma non si può certamente escludere che il professor Oddone ritorni a casa spontaneamente tra qualche ora o tra qualche giorno. Ci lasci anche, mi raccomando, i numeri dei cellulari di tutti e due e c’informi subito nel caso si rifacesse vivo, oppure qualcuno le raccontasse d’averlo visto.

    Appoggiò la mano alla maniglia, dedicò un’occhiata d’intesa a Ravera, troppo breve per essere notata da chiunque non fosse uno sbirro, salutò ancora una volta e richiuse la porta dietro di sé, lasciando finire all’ispettore il suo lavoro di routine.

    Camminare lungo la battigia non era il massimo delle sue aspirazioni, il mare lo innervosiva e gli faceva sempre venire in mente un pezzo di canzone che diceva: …che si muove anche di notte e non sta fermo mai…. E dire che lui era un ipotiroideo e l’aria marina gli avrebbe fatto anche bene, ma non ci poteva far niente, non gli piaceva. Il mare era appena tollerabile durante l’inverno come in quel momento, che sulla spiaggia ci trovavi poca gente, qualche mamma con bambini che il giorno dopo sarebbero stati puntualmente a letto con la febbre a trentotto e il mal di gola, un po’ di vecchietti e un discreto numero di cani al lavoro con il legnetto da riportare (e i bisogni da occultare con un’abile pedata di sabbia dei padroni). D’estate no, d’estate il mare non è pensabile come luogo di piacere, ma soltanto come punizione: questa più o meno era la filosofia del dottor Bartolomeo Rebaudengo, commissario di polizia ad Alassio, amena località turistica della riviera ligure ponentina. Lui uomo di Ceva, laboriosa cittadina del basso Piemonte, profondamente cuneese, cresciuto a fette di raschera, dolcetto e bagnacauda, con quell’accento così atrocemente piemontese da dissipare qualsiasi dubbio sulla sua provenienza, da pochi anni lavorava tra turisti e albergatori, occupandosi però di un territorio ben più vasto della sola Alassio. La competenza di quel commissariato si estendeva in entrambe le direzioni della costa ligure per un bel pezzo, pertanto a lui ed ai suoi uomini non toccavano soltanto casi di turiste in lacrime per aver perduto il portafoglio, ma delinquenza di vari livelli e di varia competenza, droga, immigrazione, prostituzione, furti, rapine e ogni tanto pure qualche morto ammazzato.

    Adesso non è che non avesse gatte da pelare, per la faccenda dell’albanese della stazione ferroviaria gli toccava collaborare con un magistrato pignolo e noiosissimo, mancavano elementi significativi sulla banda dei piromani dei cassonetti, e dire che erano arrivati al diciottesimo tra Albenga e Alassio, eppure nella sua passeggiatina sull’arenile non riusciva a smettere di pensare alla signora Fabiola Ferretti.

    Gli suonava strano che un uomo potesse preferire la consultazione di opere erudite alla compagnia della signora Fabiola, oltretutto in un momento che avrebbe dovuto essere di riposo o di svago, come il sabato sera. Oddio, saranno pure stati fatti suoi, magari il professore aveva raggiunto un discreto livello di saturazione in quel matrimonio senza figli che durava da parecchio, magari la moglie in privato era una rompipalle, oppure le mancavano gli argomenti o, che ne so, aveva acquisito un alto tasso di acidità da menopausa imminente o forse già in atto. Spiegazioni per quella malinconia da weekend tra estranei che era trapelata dalle parole della donna potevano essercene tante, certo è che a lui sarebbe piaciuto, non conoscendola, incontrarla per caso e chiacchierare un po’ con lei. Aveva begli occhi, di un verde duro, come certe rocce che si trovano sulle Alpi Marittime e che si sfaldano in lamelle sottili, capelli rossi, chissà se poi era davvero il suo colore, con le donne non si può mai dire, però avrebbe potuto esserlo, visto che s’intonava perfettamente con gli occhi e un bel viso regolare. Non era vistosa, senza trucco, d’altronde dopo due giorni come quelli che doveva aver passato, non s’era certo posta il problema di truccarsi per andare alla polizia a denunciare la scomparsa di suo marito. C’erano state poche occasioni per vederla sorridere, però si capiva che aveva un bel sorriso.

    Ma non era l’aspetto fisico quello che l’aveva più incuriosito, piuttosto le sfumature psicologiche e quella più appariscente era stata la riservatezza. Non era ancora diventato vecchio facendo quel lavoro, non poteva dire di sé d’essere un veterano nella valutazione del prossimo, però sbirri non si diventa e soprattutto non si va avanti se non s’impara a lavorare anche con l’istinto ed il suo istinto non gli stava dicendo proprio niente perché s’era ritrovato davanti ad un muro.

    Probabilmente la signora Ferretti aveva pianto a casa sua, aveva avuto paura, magari aveva anche fracassato qualche libro di quelli tanto cari alla sua metà, aveva inveito, aveva spiato dietro alle finestre per due notti, illudendosi al minimo chiarore che fossero i fari dell’auto del marito, aveva visto due albe senza che fosse successo niente e alla fine aveva deciso di andare alla polizia. Ebbene, di tutto quel subbuglio, di quello stare male, tra improperi e speranza, tra solitudine e paura, non era emerso niente, soltanto stanchezza composta. Ecco sì, emerso era la parola giusta: la signora Fabiola era impenetrabile, come certi laghetti ai piedi dei ghiacciai che sono sì azzurrissimi, ma totalmente impenetrabili, ci metti una mano dentro, gelo a parte, e non la vedi più anche se è venti centimetri sotto

    Enjoying the preview?
    Page 1 of 1