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La donna dei sigari
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La donna dei sigari

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About this ebook

Giugno 1940. L’esercito tedesco marcia su Parigi, Mussolini schiera le forze italiane sulle Alpi e attacca a sua volta la Francia, nel Mediterraneo si combatte, come nei cieli della Cirenaica.
Immaginate di vedere tutto questo dall’alto, una panoramica d’insieme sull’Europa e sul mondo intero. Poi, le luci si concentrano su tre punti diversi della terra, a inquadrare tre uomini, giovani in un’epoca in cui la giovinezza equivale a una condanna.
A Roccaspina, un piccolo paese dell’Italia centrale, vive Ardito, detto Tuccio, comanda la tenenza locale dei Carabinieri e vive una storia d’amore segreta con la figlia del podestà.
A Greifswald, nella Germania nord orientale, incontriamo Harald, tenente della polizia locale, in lotta con l’ex migliore amico per una ragazza.
Vincent invece è a New Haven, sulla costa est degli Stati Uniti: da poco orfano, innamorato della nipote di un boss mafioso, non ha ancora trovato un equilibrio.
La guerra stravolge le loro vite e per vie diverse il destino li condurrà a incontrarsi proprio a Roccaspina, Harald e Vincent su fronti diversi e Ardito su un fronte che cambia, dove chi era amico da un giorno all’altro diventa nemico.
In un intreccio emozionante tra vicende storiche e personali, l’autore ci regala un romanzo epico, popolato da uomini e donne che lottano per sopravvivere e per conservare i propri sogni e la propria umanità.
Una storia perfetta per i fans di Ken Follett e Nelson DeMille
 
LanguageItaliano
Release dateJan 26, 2018
ISBN9788894806496
La donna dei sigari

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    La donna dei sigari - Alessandro Testa

    ALESSANDRO TESTA

    LA DONNA DEI SIGARI

    Edizioni Il Vento Antico

    ISBN: 978-88-94806-49-6

    I Edizione gennaio 2018

    Questo libro è stato realizzato e pubblicato da

    Edizioni Il Vento Antico

    www.ilventoanticoeditore.com

    info@ilventoanticoeditore.com

    Copyright © 2014 Alessandro Testa

    All rights reserved

    No part of this publication may be reproduced or transmitted in any form or by any means, electronic or mechanical, including photocopy, recording, or any information storage and retrieval system, without permission in writing from the publisher.

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    Informazioni su questo libro

    Informazioni sull’autore

    Indice

    Informazioni su questo libro

    Giugno 1940. L’esercito tedesco marcia su Parigi, Mussolini schiera le forze italiane sulle Alpi e attacca a sua volta la Francia, nel Mediterraneo si combatte, come nei cieli della Cirenaica.

    Immaginate di vedere tutto questo dall’alto, una panoramica d’insieme sull’Europa e sul mondo intero. Poi, le luci si concentrano su tre punti diversi della terra, a inquadrare tre uomini, giovani in un’epoca in cui la giovinezza equivale a una condanna.

    A Roccaspina, un piccolo paese dell’Italia centrale, vive Ardito, detto Tuccio, comanda la tenenza locale dei Carabinieri e vive una storia d’amore segreta con la figlia del podestà.

    A Greifswald, nella Germania nord orientale, incontriamo Harald, tenente della polizia locale, in lotta con l’ex migliore amico per una ragazza.

    Vincent invece è a New Haven, sulla costa est degli Stati Uniti: da poco orfano, innamorato della nipote di un boss mafioso, non ha ancora trovato un equilibrio.

    La guerra stravolge le loro vite e per vie diverse il destino li condurrà a incontrarsi proprio a Roccaspina, Harald e Vincent su fronti diversi e Ardito su un fronte che cambia, dove chi era amico da un giorno all’altro diventa nemico.

    In un intreccio emozionante tra vicende storiche e personali, l’autore ci regala un romanzo epico, popolato da uomini e donne che lottano per sopravvivere e per conservare i propri sogni e la propria umanità.

    Collana

    I Romanzi

    A Emilio e Paola,

    genitori e figli

    O tu che vegli, Ermes sotterraneo,

    del padre mio la sorte, a me che imploro

    da’ tu salvezza, al fianco mio combatti:

    ché a questo suolo io giungo. Io sono qui.

    E lancio un bando al padre mio, sul clivo

    di questa tomba, ch’egli mi oda, e mi ascolti.

    Eschilo -Le Coefore

    PROLOGO

    Aprile 1928

    Sporano

    Ardito Manzi uscì di corsa da casa, ansioso di sfidare a bottonelle i compagni di scuola prima dell’ora di ingresso. Il gruzzolo di bottoni rubati dal cesto da cucito gli ballava in una tasca: li avrebbe rimessi a posto al ritorno, e si sarebbe tenuto quelli vinti. Nessuno riusciva a batterlo, al gioco come nella corsa.

    Ardito!

    Sua madre, come tutti, lo chiamava Tuccio. Quando usava il nome per esteso, erano guai. Rassegnato, tornò sui propri passi; il mucchio di bottoni, che fino a pochi istanti prima gli era sembrato leggero, gli pesava nella tasca e la gonfiava, rischiando di tradirlo.

    Hai dato la biada ai cavalli? gli chiese, indicando il recinto in cui due animali erano fermi lungo lo steccato.

    , rispose. Ho fatto tutto come mi ha ordinato il babbo.

    E le mani? Le hai lavate dopo? Non vorrai entrare in classe con le unghie nere di terra!

    Ardito scosse il capo; per nulla convinta, sua madre gli intimò di mostrargliele ma lui rifiutò mettendosele dietro la schiena.

    Se non lo fai lo ammonì, dovrò dirlo al babbo e lui non sarà contento.

    Il pensiero delle enormi mani del maresciallo Manzi sul suo piccolo sedere fu sufficiente a convincerlo.

    Me ne sono dimenticato per la fretta ammise.

    Le lasciò i libri e si avviò al lavabo. Addio bottonelle, pensò con disappunto, immergendo le dita sporche nell’acqua fredda. Quando tornò da sua madre per riprendersi i libri, lei lo trattenne per la spalla.

    Dammi i bottoni gli ordinò aprendo una mano. Sconfitto, Ardito restituì il maltolto. Tanto non sarei arrivato in tempo disse correndo via per non ascoltare la ramanzina: quella, almeno, poteva risparmiarsela.

    Anna Manzi rimase in mezzo all’aia fin quando suo figlio non fu sparito oltre il crinale della collina, lungo la strada che portava a Sporano, poi rientrò in casa sorridendo.

    Alcune ore dopo Ardito correva ancora, questa volta verso casa. Si era perso la sfida a bottonelle ma era felice e impaziente di presentarsi ai genitori: che faccia avrebbero fatto davanti al dieci in storia, la nota di encomio della maestra scritta sulla pagina del quaderno di marocchino rosso? La mamma gli avrebbe dato un bacio e preparato un dolce, forse quello con la farina di castagne, il suo preferito. Suo padre sapeva nascondere bene la soddisfazione, ma il voto gli avrebbe strappato un sorriso sotto i baffi, ne era sicuro. Quegli occhi che lo fissavano mentre cenava o quando bardava i cavalli per una passeggiata nei giorni di festa gli rimanevano addosso per tutto il tempo in cui non lo vedeva. E quando si chinava per baciarlo sul capo, nel buio della camera prima dell’alba, doveva sforzarsi per non gettargli le braccia al collo e stringersi a lui; gli ometti non fanno certe cose, lo avrebbe rimproverato rimboccandogli le coperte.

    Superata la curva oltre la quale poteva scorgere la casa, vide la camionetta dei carabinieri ferma davanti al recinto dei cavalli, riconobbe la chioma rossa del brigadiere D’Elia e la figura allampanata dell’appuntato Caserta. Giunto sull’aia, si avvicinò a D’Elia. Il brigadiere si voltò, uno strano rossore negli occhi.

    Tuccio! esclamò; fece per andargli incontro, ma si fermò portando le mani al viso, scosso dai singhiozzi. Sconcertato, Ardito si voltò verso Caserta, il più anziano della tenenza, che non piangeva ma aveva uno sguardo strano; avvicinatosi al ragazzo si accovacciò, posandogli le mani sulle spalle.

    È successa una cosa brutta. Tua madre...

    Mamma? Cosa è successo alla mamma? urlò, mentre un altro carabiniere usciva di casa con lei sottobraccio. Caserta cercò di trattenerlo, ma lui si liberò per correrle incontro.

    Mammina, cosa ti è successo? le chiese, e non ricevendo risposta entrò guardandosi intorno: Babbo, babbo? chiamò più volte prima di uscire di nuovo: sua madre stava per salire sulla camionetta.

    Salta su lo esortò D’Elia.

    Andiamo dal babbo? La mamma aveva il viso tra le mani e continuava a piangere; quando si sporse verso di lui, ne vide il pallore e temette che stesse per svenire. Andiamo dal babbo? ripeté sistemandosi al suo fianco.

    Sì.

    Ardito si appoggiò allo schienale mentre la camionetta si avviava. In quel momento, si accorse di avere ancora in mano il quaderno di marocchino rosso. Mamma, ho preso dieci in storia: lo facciamo vedere al babbo?

    Lei guardò a lungo il quaderno, trovando infine la forza di sussurrare. Il babbo sarà contento.

    La camionetta procedeva spedita mentre la gente si fermava per strada; c’erano uomini coi cappelli in mano e donne che si segnavano. Quando giunsero in paese, vide la piccola folla riunita davanti all’ingresso dalla caserma e si asciugò le lacrime col vestito della madre, prima che macchiassero il quaderno.

    PARTE PRIMA

    Così gli uomini del seguito vivevano felici

    nella gioia finché non si mise

    a compiere crimini un nemico infernale

    Beowulf cap. I

    1

    9 giugno 1940

    Campagne tra Sporano e Roccaspina

    La luna era alta nel cielo estivo.

    Un'ombra era in attesa ai margini di un campo di granturco, nel punto in cui la strada compiva una stretta curva per salire verso il paese. Ciò che aspettava giunse con un rumore di ferraglia, ruote sconnesse e zoccoli; a pochi metri dall'incrocio rallentò e in quell'istante l'ombra spuntò dalle siepi fermandosi davanti al carro, con una pistola puntata al conducente.

    Scendi subito! urlò. Per tutta risposta, l'uomo tirò le redini e si tuffò nel carro mentre il telo che copriva il pianale si sollevava e tre carabinieri balzavano a terra puntando i fucili contro il rapinatore.

    In nome della legge, getta l'arma e arrenditi!

    Sorpreso, l’uomo si voltò per fuggire ma perse l’equilibrio, esplodendo un colpo di pistola mentre si gettava nel granturco. Uno dei carabinieri cadde a terra mentre un altro esclamava: Tenente, quello scappa! Ha ferito Presutto! ed era già pronto a lanciarsi all’inseguimento quando Ardito Manzi lo fermò con un gesto. Salite sul carro e andate a cercare il medico. Scalzone, tu stammi dietro!

    Si lanciò lungo la scia di spighe schiacciate dal fuggitivo e riuscì in pochi istanti a portarsi alle sue spalle e a tuffarsi su di lui, inchiodandolo a terra.

    L’uomo urlò di dolore.

    Manzi lo lasciò in custodia al brigadiere Scalzone e raccolse la pistola. Era una Nagant di fabbricazione albanese; soddisfatto, se la mise in una tasca e recuperò giberna e cappello. Scalzone intanto aveva ammanettato il malvivente e lo spingeva fuori dal campo.

    Si chiama Umberto Avolio. Un ladro di galline, mi meraviglia che fosse armato disse; era l’effettivo con maggiore anzianità di servizio e conosceva la maggior parte dei briganti che transitavano nelle celle di sicurezza della tenenza. "

    Manzi gli lanciò un'occhiata distratta: non era la prima volta che aveva a che fare con contadini e pescatori che la fame aveva trasformato in briganti, e ne aveva già lasciati andare molti perché a perseguirli tutti avrebbe riempito le celle nel giro di una settimana. L'uomo sorrise, ammettendo la sconfitta. È stato in gamba; non credevo che mi avrebbe raggiunto.

    Scalzone scoppiò a ridere. Il tenente? Per tua informazione, sei di fronte alla gazzella di Sporano: ti dice niente il nome?

    Avolio scosse il capo e il carabiniere lo strattonò. Il tenente ha partecipato alle Olimpiadi di Berlino, e poco ci è mancato che vincesse una medaglia negli ottocento metri!

    Non esagerare: per la medaglia avrei dovuto raggiungere la finale.

    Ma siete rimasto veloce come una gazzella!

    Avolio non riuscì a nascondere lo stupore. La prossima volta mi cercherò un carabiniere meno atletico.

    Scalzone non aveva esagerato; Ardito Manzi aveva iniziato a vincere le prime gare di corsa campestre mentre frequentava ancora le scuole medie, poi un allenatore lo aveva indirizzato verso i 1500 metri e infine gli 800, che erano diventati la sua specialità di eccellenza. Dopo la vittoria ai campionati nazionali juniores del 1934, un giornale locale lo aveva soprannominato La gazzella di Sporano. Il seguito era stato un susseguirsi di vittorie, fino alla convocazione nella squadra olimpica di atletica leggera che avrebbe partecipato ai giochi del 1936.

    Per qualche istante, la sua memoria ritornò ai giorni di Berlino, le batterie, i quarti e infine la semifinale nella quale era arrivato quinto per un soffio, perdendo la possibilità di correre una finale olimpica. Il ricordo più vivo era però quello della sera in cui, camminando lungo i viali del villaggio olimpico, aveva incrociato Jesse Owens. Superata l’emozione, aveva tirato fuori le poche parole di inglese che conosceva, e si era presentato; l’americano gli aveva stretto la mano e lo aveva stupito commentando positivamente la sua sfortunata semifinale, quindi gli aveva presentato i due atleti che lo accompagnavano: Ludwig Lutz Long, il suo avversario più temibile nel salto in lungo, e un altro lunghista, Harald Stolzer, italiano per parte di madre, che si era infortunato un ginocchio e non aveva potuto prendere parte alle gare.

    Tempi passati, ormai. Manzi si incamminò verso il paese e strada facendo si ricompose; l’ultimo pensiero prima di entrare in paese fu per suo padre: sarebbe stato orgoglioso di lui.

    2

    Le luci erano accese e la bandiera tricolore sventolava dal balcone della sua stanza, al primo piano.

    Ardito Manzi da sei mesi era al comando della tenenza di Roccaspina. Aveva seguito le orme del babbo, morto troppo presto.

    Per quanto si sforzasse, di quel giorno tutto ciò che riusciva a ricordare era la scena in cui si avvicinava alla bara aperta, posata su due cavalletti nell’androne della caserma, troppo alta perché lui potesse vederci dentro: il brigadiere D’Elia lo prendeva in braccio e lo teneva sospeso. A quel punto i ricordi finivano e il filo della memoria riprendeva dalla sera dopo il funerale, quando lui e sua madre si erano ritrovati soli in casa.

    Come faremo adesso, senza il babbo?

    Lei lo aveva guardato con la stessa espressione con cui si guarda un muro bianco. Allora Ardito le aveva preso le mani, portandosele alle guance. Non preoccuparti, baderò a te e quando sarò grande diventerò un carabiniere bravo come papà, e tu sarai felice.

    A ripensarci, Ardito si commuoveva ancora.

    Davanti al portone, evitò di poco lo scontro con Scalzone, che usciva di corsa. Lo bloccò.

    Notizie di Presutto?

    Era pieno di sangue ma per fortuna è una ferita superficiale, tanto sangue e nessun danno. Il farmacista lo ha medicato. Ora ha il braccio al collo ed è un po’ intontito ma non ha voluto andare a casa prima di vedere voi.

    Dov’è adesso?

    Scalzone lo precedette lungo le scale. Quando Manzi entrò nella sala riunioni, era in corso una vera e propria festa: tutti in maniche di camicia che brindavano allegramente con del vino rosso spuntato chissà da dove. L’unico seduto era Presutto: a torso nudo, una vistosissima fasciatura al torace e alla spalla, reggeva il bicchiere con la mano libera.

    Come lo vide entrare, si alzò in piedi. Viva il nostro tenente! Viva Ardito Manzi! Viva la gazzella di Sporano! esclamò.

    Ci furono altri brindisi alla salute del tenente, a quella dei suoi commilitoni, ai Regi Carabinieri, al Re e a Mussolini, poi fu la volta del podestà e del parroco; Manzi abbandonò la compagnia al secondo giro e ridiscese le scale fino alla cella di sicurezza. Avolio era a torso nudo, con numerose ecchimosi sparse lungo le braccia e sul viso; un occhio era semichiuso per il gonfiore, e un rivolo di sangue rappreso gli segnava un angolo della bocca. Manzi non se ne meravigliò: le botte facevano parte del gioco come la pallottola che aveva ferito Presutto, anche se avrebbe preferito che i carabinieri non si lasciassero andare alla violenza gratuita.

    Vuoi del vino? gli chiese porgendogli il suo bicchiere attraverso le sbarre. Avolio lo prese a due mani e bevve un lungo sorso.

    Se non altro era fresco disse. Spero non fosse avvelenato.

    Manzi non rispose; richiuse la feritoia e salì in fretta le scale.

    3

    Il giorno successivo, nella tenenza si presentò Romolo Miconi, il podestà di Roccaspina. Vuole un caffè? gli chiese Ardito, senza entusiasmo, pensando a quale inutile lamentela dovesse attendersi. Il mio è di cicoria, l'avverto.

    Grazie ma sono di fretta; devo innanzitutto ringraziarla a nome di tutta Roccaspina per l’arresto di quel delinquente, ieri notte. Sappia che i suoi concittadini sono fieri di lei e dei suoi uomini, che con sprezzo del pericolo…

    Abbiamo fatto il nostro dovere. C'è altro?

    Sì. Oggi il Duce terrà un discorso importantissimo a Roma: la guerra alla Francia e all’Inghilterra è stata dichiarata!

    Manzi alzò lo sguardo verso le foto del re e di Mussolini.

    Ho organizzato tutto per questo pomeriggio in piazza Mazzini spiegò il podestà, ma ho bisogno che tutti siano informati in tempo: nessuno deve mancare.

    Manzi ci pensò su un attimo: due ausiliari sarebbero stati sufficienti per spargere la voce. Se è questo che desidera, manderò i miei uomini in giro.

    Visibilmente soddisfatto, Miconi si congedò con un rumoroso saluto romano e a lui parve che l’aria si fosse fatta più respirabile.

    Il sole cominciava a calare, e una fresca brezza si era sollevata a portar via l’afa dalla piazza affollata. Miconi aveva riempito ogni spazio utile con sedie requisite dal cinema e dalla scuola, sistemandole in modo che fossero rivolte al palco di legno sul quale troneggiavano una grossa radio e due altoparlanti. Quando il tenente Manzi arrivò, erano quasi le sei e tutto era pronto per il discorso: Miconi e due dei suoi uomini in alta uniforme fascista, sedevano dietro il palco. I posti a sedere erano stati tutti occupati e altri erano in piedi dietro le sedie. Il podestà gli rivolse un cenno di saluto, indicandogli un posto in prima fila che gli era stato riservato; giunto all’altezza della terza, il suo sguardo ne incrociò un altro, e il cuore accelerò i battiti.

    Rallentò il passo per indugiare sul viso di Aurelia Miconi: il sole le aveva colorato le guance e quando lei gli sorrise per un brevissimo istante, avvertì un crampo allo stomaco. Manzi si portò la mano al cappello abbozzando un saluto, al quale Aurelia rispose con un altro sorriso prima di riprendere la conversazione con la donna che le sedeva accanto.

    Cittadini di Roccaspina! la voce del podestà uscì gracchiando dagli altoparlanti prestate massima attenzione alle parole che il Duce sta per pronunciare!

    Mosse l’interruttore posto sul tavolo e l’aria si riempì di rumori assordanti, spaventando i bambini e quelli che ancora non si erano concentrati sull’avvenimento. Poi il rumore calò per far posto a un sottofondo di applausi e urla lontane finché anche queste cessarono per passare al silenzio più assoluto e infine alla voce di Mussolini.

    …combattenti di terra, di mare e dell’aria! Camicie nere della rivoluzione e delle legioni! Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del regno di Albania! Ascoltate! Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L’ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e Francia.

    La voce di Mussolini fu coperta dalle urla della folla.

    "...è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e Francia. Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’occidente che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso insidiato, l’esistenza medesima del popolo italiano…"

    La folla di piazza Mazzini applaudì all’unisono, alternando il battimano alle urla inneggianti al Duce. Miconi si alzò in piedi per zittire nuovamente la piazza, e gli ci volle un bel po’ di fiato per farlo. Alla fine, la voce di Mussolini tornò a farsi udire.

    …Italiani! In una memorabile adunata come quella di Berlino, io dissi che, secondo le leggi della morale fascista, quando si ha un amico si marcia con lui fino in fondo. Questo abbiamo fatto con la Germania, col suo popolo e con le sue meravigliose forze armate…

    Dagli altoparlanti uscirono gli applausi della folla di Roma.

    …In questa vigilia di un evento di una portata secolare, rivolgiamo il nostro pensiero alla maestà del nostro re imperatore che, come sempre, ha interpretato l’anima della patria. E salutiamo a gran voce il Fuhrer, il capo della grande Germania alleata…

    Ci furono ancora urla, e anche i cittadini di Roccaspina, imbeccati da Miconi, fecero la loro parte.

    …la parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all’Oceano Indiano: vincere! E vinceremo per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all’Italia, all’Europa, al mondo intero! Popolo italiano! Corri alle armi e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore!

    Ci fu un ultimo, lungo boato nel quale l’immensa folla di Roma e quella ben più ridotta di Roccaspina si unirono, quindi la piazza cominciò a svuotarsi. Manzi Lasciò che la folla sciamasse verso il corso e stava per avviarsi, quando una voce lo costrinse a fermarsi.

    Tenente!

    La voce era quella di Antonio Esposito, il funzionario politico che fungeva da vice del podestà Miconi. Per quale motivo un tipo del genere avesse lasciato la città per nascondersi in un paesino di provincia era per lui un mistero.

    Dottor Esposito disse Manzi, usando il titolo con cui lui stesso pretendeva che la gente gli si rivolgesse. Sapeva che in realtà era un semplice ragioniere.

    Dunque siamo in guerra commentò, È contento? Un militare come lei dovrebbe esserlo.

    Sono un semplice carabiniere di campagna si schermì Manzi. Esposito lo fissò per qualche istante.

    Così come io sono un semplice funziona