L'Officiel Italia

The MILK of DREAMS

Prima donna italiana a curare la Biennale di Venezia in 127 anni di storia, dopo essersi occupata nel 2017 del Padiglione Italia con la mostra “Il mondo magico”, Cecilia Alemani, milanese del ’77, direttrice dal 2011 della High Line Art di New York, ha coinvolto più di 200 artisti provenienti da 61 nazioni. Di questi, 180 non erano mai stati presenti prima in Biennale. Ma il dato più eclatante rispetto alle edizioni precedenti, considerato che nei primi 100 anni di storia della mostra le artiste donne non arrivavano neppure al 10% e che negli ultimi 20 anni si era giunti appena al 30, è che l’80% dei protagonisti di questa edizione sono donne e soggetti non binari.

L’OFFICIEL: Una Biennale di genere quindi?

CECILIA ALEMANI: Una Biennale coerente al mio modo di curare, sempre attento alle voci diverse. Mi sorprende sempre vedere come in Italia ci si stupisca ancora di un fenomeno che in America fa parte della quotidianità. Del resto nel 2007 nessuno si è sconvolto quando Robert Storr ha presentato una Biennale composta all’80% di artisti uomini. Ho scelto queste artiste non in quanto donne, ma perché mi interessavano le loro opere in sé. È stata invece più intenzionale la presenza femminile nelle cinque capsule storiche che ho voluto inserire nella mostra come ricostruzione di tasselli mancanti nella storia stessa della Biennale. L’idea deriva da “Le muse inquiete”, la mostra sugli archivi della Biennale allestita al Padiglione Centrale nel 2020, curata da tutti i direttori dei sei settori artistici della manifestazione, cui ho partecipato come responsabile della sezione Arte. Cinque mostre da intendere come una costellazione in grado di esplorare a fondo dal punto di vista storico certe tematiche, per offrire connessioni anche dove l’influenza non è necessariamente evidente. Una storiografia costruita su rapporti simbiotici, simpatie e sorellanze.

LO: Perché affidare l’allestimento di queste mostre storiche a Formafantasma?

CA: Con loro avevo già lavorato a “Le museinquiete”, siamo molto affiatati, queste mostre sono delle vere e proprie capsule del tempo che devono distinguersi anche per l’allestimento, sono spazi arredati, con carta da parati, moquette, che concentrano 30, 40 artisti invece dei due che avrebbero occupato lo stesso spazio se non fosse stato separato.

LO: Il titolo della mostra, “The Milk of Dreams”, è particolarmente evocativo.

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